L’ultimo lavoro di Valerio Bergamini, un viaggio tra gli "angeli matti” vignaioli e mastri birrai

Certo le soste non sono stazioni e la passione qui non è quella con la P maiuscola, ma il travaglio, pur parlando di vini (tanto), birre (abbastanza) e cibo (le altre 7 soste, giusto per arrivare a 14 + 1, ma forse il paragone è un po’ azzardato) c’è e si sente. E’ travaglio nel significato più bello di questo termine, quello di lavoro, di costruzione meditata in anni di spedizioni fuori porta, assaggi ed elucubrazioni nel bicchiere.

Il nuovo libro di Valerio Bergamini, Sette soste sulla strada della passione (Print Service, 2016) è un diario, più che di degustazione, delle sue passioni, di filosofo convertito prima sulla strada della Vespa e poi, nella seconda parte della sua carriera, lungo il tragitto del vino e della tavola. Si parte dalle sue zone, ovvero l’Oltrepò Pavese  - non a caso la firma sulla postfazione è di un grande conoscitore di queste terre come Augusto Gentilli - e la marca Obertenga. I Colli Tortonesi sono raccontati da Walter Massa e dalle birre Montegioco; l’Oltrepò Pavese invece attraverso i vini di Giorgio Mercandelli, Andrea Picchioni e Paolo Verdi. Le ultime due “stazioni” enoiche poi cambiano decisamente prospettiva e con un salto spaziale (e concettuale) arrivano al Collio Goriziano, con i vini di Tenuta Stella e la passione del cavalier Stevanato per poi passare in Baviera con la Kuhbacher Bier.

La passione quindi è ben distribuita tra i due mondi, rivali e affini, di vino e birra. Naturalmente tutto è filtrato dallo sguardo dell’autore, che non racconta la loro storia, ma la sua lettura di questa, le emozioni provate nell’incontro. Allora più che una storia di vignaioli e birrai, questo libro si potrebbe definire come una narrazione di incontri. Il linguaggio di Bergamini è originale, le metafore  - anche azzardate - non mancano, però è un racconto appassionante da bersi come un vino da meditazione. “Valerio è riuscito a cogliere questo valore - scrive Gentilli - la grandezza di un vignaiolo, o di un ristoratore, non sta tanto nella qualità  di un suo vino o di un suo piatto bensì nell’etica, nel rispetto e nella “lungimirante follia” che li hanno ispirati”. Insomma le qualità che caratterizzano quelli che Veronelli avrebbe definito “angeli matti”.