All'Expo il vino ci sarà, a dispetto dell'italietta

Posi questa domanda all'ad di Expo, Giuseppe Sala, circa tre anni fa, quando si cominciava ad immaginare l'architettura di Expo: "ma il vino dov'è?" “Già, il vino ci vuole”, mi rispose convinto. Il vino è l'Italia, e anche se nei lavori preparatori, propedeutici alla candidatura di Milano e dell'Italia come sede dell'Expo, non se ne parlò più di tanto per non suscitare divisioni da parte di chi l'alcol non lo tollera per cultura, ora si trattava di capire quali erano i valori che ci rappresentavano. Allora avevo ricevuto l'investitura di “firma” di Expo. In pratica 12 ambasciatori, ognuno esperti in campi diversi, dall'arte alla musica, dalla poesia al teatro, alla moda. Per il tema alimentare ne avevano individuati due, il sottoscritto e Paolini.

E a me, in accordo col collega, toccò immaginare un progetto sul vino. Andai così a trovare gli amici dell'Ais, quelli delle Città del Vino e alla fine quelli di Vinitaly, coi quali organizzai un primo incontro con Beppe Sala. E da lì iniziò a dipanarsi un progetto, che poi consegnai, secondo tre stadi di avanzamento lavori. Al Vinitaly del 2013 moderai una conferenza stampa, presente Sala, la presidente Bracco e il vertici di Vinitaly, perché fosse annunciata questa intenzione di portare il vino nell'esposizione mondiale. E il soggetto migliore era proprio Vinitaly che per storia aveva aggregato negli anni tutto il mondo della produzione nazionale, di ogni ordine e grado. Anche l'allora sottosegretario Martina ne era convinto. Non era questione di preferire uno all'altro, ma di trovare un soggetto che facesse sintesi, che rappresentasse tutto, nel polveroso e differenziato panorama nazionale. È stato tutto semplice e lineare? Macchè: è stata una fatica da Ercole. E mentre si teneva l'affollata conferenza stampa del 2013, c'era già chi tramava per favorire questo o quel gruppo, questo o quel produttore. Di bravissimi produttori, per carità, ma sempre parziali nella loro rappresentanza. (Ma che parziali e parziali? È il potere che conta).

Anche Bruno Vespa, che ci ha messo del suo nella trasmissione dove i ministri facevano passerella (ma perché parlo al passato?) la pensava diversamente, un poco da partigiano insomma (è sempre il potere che conta? Anche nel vino, vero?). Oggi quel flatus voci iniziale praticamente nato da un incontro in via Rovello con Beppe Sala è il Padiglione del Vino (so già che il rosicone frustrato è pronto a puntarmi il dito perché avocherei a me dei meriti. Stia sereno: mi hanno fatto fuori se è per questo. Sennò che potere sarebbe se non scacciasse il fastidio). Questa è soltanto cronaca, persino documentata. Ed è anche la cronaca di un'italietta che non vuol mai diventare grande. Ma resta provinciale. E allora leggi che le fiere dovrebbe essere fatte in Piemonte, no in Lombardia, e perché no in Sicilia. Ma la Toscana non sarebbe centrale? Tutto tranne Verona, che sarebbe il posto più scomodo del mondo, salvo poi scoprire che per fare una fiera che sta in piedi da parecchi decenni qualche merito bisognerà pure averlo avuto. Ci si divide orizzontalmente per pruriti territoriali, ma anche verticalmente, per dimensioni aziendali. La qualità non c'entra, serve solo a farsi belli davanti al mondo.

Leggo che l'associazione dei vignaioli indipendenti, che personalmente stimo moltissimo, quest'anno verrà accolta a Vinitaly. E fa bene: è la loro casa. Personalmente li avevo candidati anche nella cabina di regia del progetto sul vino, accanto ai Cotarella, alle associazioni che contano e quant'altro. Ma chi sono io per candidare qualcuno? Un opinionista. E un opinione si sa è come lo sciacquone: lo tiri e già nessuno se ne ricorda. Mica è il potere. Ieri all'avvio di wine2wine, dove il progetto del Padiglione del Vino è stato presentato alla stampa, in particolare a quella di settore, c'erano assenze vistose, anche se annunciate. Il circo mediatico delle guide deve aver bucato le gomme o finito la benzina nei pressi di Sommacampagna, o in Franciacorta, chissà. Vai a sapere quali ragionamenti e retropensieri devono aver certi maitre a penser del bicchiere.

A quale carro si saranno attaccati, per far ripartire quell'auto? Non lo so, e neppure lo voglio sapere, perché poi rischia di venirti il voltastomaco. A me piace pensare invece che c'è qualcuno che lavora, progetta, porta avanti qualcosa per il bene di tutti. Sembrerà retorica dirlo, ma ogni tanto queste persone, queste realtà, ti fanno uscire dall'apnea di una certa autoreferenzialità, dalla stucchevole corte dei miracoli dell'imbonitore di turno che pontifica, e ti dicono che nonostante tutto, ci si può provare. A Verona qualcuno ha fatto così, perché qualcosa si può fare per rappresentare l'Italia. L'italietta, invece, si rappresenta fin troppo bene. E sa pure di tappo!