Nel Lazio, il vino al top dei top di Antonio Pulcini

“Una scommessa con me stesso”. Chiedi ad Antonio Pulcini quale sia stata la molla a far vini così particolari, e di così lungo invecchiamento, e questa è la risposta. Una scommessa. “Che parte da lontano, nel 1985. E prende spunto dalla Malvasia del Lazio, che i nostri vecchi chiamavano il Parmigiano del vino, perché basta usarne una piccola quantità come taglio in altri vini per dare il suo valore”. Antonio Pulcini vede all'orizzonte la città eterna. E al di sotto del suo casale sui Castelli Romani, c'è una millenaria grotta in tufo dove affina i suoi vini, ad una temperatura costante di 15° C. In queste condizioni perfette nascono bianchi (e rossi) di lunghissimo invecchiamento, come la Malvasia del 2004, premiata nel 2011 come Top dei Top tra i vini Top Hundred di Papillon a Golosaria. Ossia, l'assaggio migliore dell'anno, il più sconvolgente.

I vini di Antonio Pulcini nascono da terreni di origini vulcanica, in 11 ettari vitati (altri 2 ettari, destinati ad oliveto, completano l'azienda). I bianchi – dopo un anno in botti di acciaio – passano direttamente in bottiglia. Quando si assaggia il Colle Gaio 2010 (13%, € 21,50 nello store online aziendale), 100% Malvasia laziale (o puntinata), si comincia a conoscere la filosofia di questa azienda. Un bianco di 4 anni, dal colore giallo paglierino piuttosto intenso, i cui profumi sono predominati da sensazioni di frutta matura – l'albicocca, che caratterizza questo vitigno - e poi in secondo piano note minerali che possono richiamano in parte un Timorasso della stessa annata. Poi, in bocca, grande equilibro: ha sì buona struttura e buona acidità, ma non sono prorompenti. Il sorso è piacevole, si sente una certa aromaticità, la frutta matura, con un finale abbastanza lungo che richiama la caramella mou. Un vino vivo, certamente gagliardo, che però non riesci ad immaginare invecchiato 17 anni. Invece, il Colle Gaio 1997 (13,5%, € 47,20). Sorpresa. Colore dorato. Naso di grande intensità, nel quale le note terziarie escono tutte. È un naso vivo, piacevole nella sua aromaticità di frutta matura, e poi arricchito dalle note minerali sempre più intense, non scontate. Ma a sorprendere è in bocca: intatta l'acidità (sembra giovane, ha freschezza), buona la struttura, lunga la persistenza, per un finale lungo, di albicocca secca. E ancora anni davanti.

Stessa storia col Grechello 1998 (12%, € 26,50). Qui – dopo aver apprezzato il color oro antico nel bicchiere - il naso è segnato da una leggera ossidazione, ed è ancora giocato sulla mineralità e la frutta secca. In bocca ha meno struttura e aromaticità del Colle Gaio, per un sorso assai particolare, che può accompagnare bene formaggi intensi; ma anche da meditazione. Il Grechello 1992 (12% - € 75,60), invece, è già oro che vira sul ramato. Altro miracolo: dopo 22 anni, al naso, non emerge nessun segno ossidativo, ma una grande complessità: minerale, smaltato, balsamico. E in bocca? Fresco, minerale, ampio, albicocca secca e miele, per un finale leggermente ammandorlato. Clamoroso.

Convincono anche i rossi: il San Cristiano 2004 (pinot nero e cabernet sauvignon, € 22,80), di color rubino scarico, ha naso subito chiuso, che poi si apre in note terziarie (smalto) e frutta (ciliegia sotto spirito). In bocca, l'acidità è ancora puntuta, la struttura discreta, i tannini tranquilli, un finale quasi tostato. È un'interessante versione del pinot nero, che manca della profondità di certi pinot nero, ma intriga. Il Dedo 1996 (€ 50), invece, è un uvaggio di merlot e cabernet franc. Rosso rubino abbastanza scarico, con unghia granata, ha naso intenso e profondo, contraddistinto da ciliegie sotto spirito, miele di castagno. In bocca, sorprende per la sua freschezza, l'acidità interessante, la sua struttura. Mai si direbbe che è un 1996. Ma è così. Sono vini – è giusto ripeterlo – che sorprendono davvero. Emozionano. E rimangono, ancora, a distanza di anni Top dei Top.