L'intervista ad Angelo Gaja di Aldo Cazzullo

Pensare diverso, il mantra di Angelo Gaja, come aveva ricordato Paolo Massobrio, nei giorni scorsi, nel suo articolo in occasione degli 80 anni del grande produttore di Barbaresco. E del suo "Pensare diverso", è rivelatrice, la dichiarazione con cui si apre la bella intervista di Aldo Cazzullo al celeberrimo patron dell’azienda vinicola di Barbaresco, più famosa d'Italia.

In giorni drammatici come quelli che stiamo vivendo, mentre dominano paura e incertezza, confermando la stoffa del grande imprenditore che è, non solo tiene ferma la barra, ma pur ben consapevole del momento ("per il turismo è una prova durissima" e "la situazione è davvero seria") prende tutti in contropiede e rilancia.

«Non ci fermeremo. La mia famiglia e io prendiamo questo impegno: non licenzieremo nessuno dei nostri 160 dipendenti. Anzi, ne assumeremo altri». Del suo "Pensare diverso" peraltro, in era di internet, il suo leggere «solo i giornali, nove dal Fatto quotidiano a Libero. La domenica dieci, con il Sole 24 Ore». In epoca di "salutismo" ricordare che uno dei suoi lavoranti «si chiamava Fiurin, che sarebbe Fiorellino: nessuno ha mai saputo il suo vero nome. Fumava come un turco ed è campato 95 anni».

E nell'era dell'iperspecializzazione la sua visione dell'artigiano, uno «specializzato in niente che sa fare un po’ di tutto: il coltivatore, l’enologo, l’amministratore, l’esperto di marketing. E sa governare l’imperfezione; perché la perfezione non esiste. Un vino troppo lavorato perde l’anima». In anni di "tutto è lecito" e di "individualismo" la sua visione "diversa" della responsabilità - «Ci hanno insegnato che il denaro pubblico è più importante del nostro. Che i doveri vengono prima dei diritti. Che non puoi solo chiedere, ma prima di tutto dare» - e dell'importanza delle relazioni, da Gino Veronelli, a Gioann Brera fino a Pinot Gallizio, il pittore che fondò l’Internazionale situazionista e quel Fenoglio - «Veniva a giocare a biliardo all’hotel Savona, e noi ragazzi dovevamo cedere il tavolo agli adulti. Sigaretta sempre in bocca, gran naso, molto rispettato. Parlava sottovoce, e gli amici pendevano dalle sue labbra» - di cui proprio ieri abbiamo letto uno dei brani su ilGolosario.it.

Controcorrente anche nel suo pensare il marketing, per lui nel segno del «tutelare i nostri prodotti, la nostra identità», cercando di «evitare effetti speciali, tipo Collisioni, il festival che porta centomila persone a Barolo. In Borgogna non lo farebbero mai, perché tutelano ferocemente il loro territorio». Interessante quella che suona come risposta alla domanda che Paolo Massobrio gli fece otto anni fa per La Stampa, quando Mario Calabresi gli chiese di mettere a confronto un produttore bio con uno convenzionale: lui aveva risposto che non si dichiarava né convenzionale e né biologico ma che usava pratiche simili, senza spiegare come ha fatto oggi con Cazzullo.

Ecco il dialogo. «Si vendemmia venti giorni prima, talora un mese. D’estate il suolo tende a diventare duro come il cemento, e dobbiamo prenderci cura del lombrico, che è l’architetto della terra: la smuove, la ossigena, la rende viva. Le aree del barolo e del barbaresco restano limitate; ma si piantano vigneti meno pregiati in alta Langa, dove prima attecchiva solo il nocciolo. La terra cambia. Ci parla. E anche noi dobbiamo cambiare». Come? «Abbiamo un geologo, due botanici, due entomologi».

Cosa fa tutto il giorno l’entomologo? «Nelle vigne ci sono parassiti nuovi: alcuni non li abbiamo mai avuti, altri non sopravvivevano agli inverni, che erano più rigidi. Siccome non vogliamo usare pesticidi, fitofarmaci, antiparassitari, agrofarmaci, insomma veleni, li combattiamo creando parassiti dei parassiti. Si chiama lotta biologica: contro la cimice asiatica c’è la vespa giapponese. Ci sono aziende che fanno insetti, come la Biolab di Cesena, che ci fornisce l’anagyrus e il cryptolaemus, i due antagonisti naturali della cocciniglia, che buca le foglie e sporca l’uva. Il professor Andrea Lucchi dell’università di Pisa ci ha insegnato la confusione sessuale».

Una riflessione che crediamo sia un aiuto importante a guardare questi giorni difficili, "pensando diverso” è quella a cui alla domanda se crede in Dio o meno "Le Roi" risponde: «Chi lavora sotto il cielo, e ha come socio il clima, non può non credere a qualcosa di soprannaturale che ci protegge. Sono cresciuto ai tempi delle processioni: per la pioggia, contro la grandine...»