Cosa significa oggi fare un vino di territorio? Ha più importanza la scelta varietale o l’unicità del cru? Molto spesso si tende a identificare e confondere entrambi i piani e nonostante siano molti, forse la maggior parte, in Italia i vini che poggiano su vitigni autoctoni, non è invece così diffuso il concetto di cru, soprattutto in terra di bianchi.

Da qui è partita Patrizia Felluga, che porta nel nome un pezzo importante della storia del vino del Collio e dell’Italia intera. Dopo decenni di lavoro nell’azienda di famiglia e di ricerca, ha deciso di gettare il cuore in questa splendida collina (in un appezzamento unico da 15 ettari) di marne e arenarie che danno quell’impronta di mineralità che caratterizza i vini Zuani (San Floriano del Collio - loc. Giasbana, 12 - tel. 0481391432).
Qui sono stati conservati i vitigni che già erano presenti e contemplavano friulano, chardonnay, pinot grigio e sauvignon: un autoctono e tre cosiddetti internazionali che però sono ormai parte della storia e del DNA del Collio.

Queste quattro varietà vinificate separatamente e raccolte in due momenti diversi hanno dato vita al Collio Bianco Zuani, prodotto in due versioni. Niente altro. Una scelta mirata, decisa, per esaltare al massimo quel concetto di cru portato avanti da Patrizia insieme ai figli Antonio e Caterina. I risultati ad oggi premiano questa realtà che è già stata riconosciuta tra i Top Hundred di Papillon nel 2004 all’inizio della sua avventura. Il Collio Bianco Vigne, vinificato esclusivamente in acciaio, ha l’esuberanza della giovinezza, nei suoi colori ancora pallidi e in quei profumi che evocano il Mediterraneo, i fiori di zagara, l’aromatica salvia, il limone siciliano. In bocca sarà ancora la freschezza a emergere, senza cedere all’acidulo, c’è la mineralità dei terreni e la vena salina di quel microclima che gode dei venti del mare.

Se questo è il vino della giovinezza, lo Zuani è quello della maturità. Vendemmia leggermente tardiva e nove mesi di barrique con batonnage quotidiano, poi un anno di bottiglia per un vino che ha i colori dell’oro e un profumo complesso che sfuma nel bicchiere. Prima le note tostate e la vaniglia che lasciano spazio ai mieli, al pane e alla pietra focaia. È un bianco da invecchiamento, che con gli anni lascerà emergere ancora di più il suo nucleo minerale.

P.s. Plaudo al pezzo di Fabio Molinari per un vino che negli ultimi 8 mesi ho assaggiato più volte in entrambi le versioni. E devo dire che l’ho trovato grandissimo, anzi superiore a quel 2004 che premiammo, che già dava la prospettiva, la grande promessa. Bravissimi! (Paolo Massobrio)