Fede e cibo, nel racconto di Motoko Iwasaki

Spingendo il portone della chiesa dove, finita la funzione, le luci calavano pian piano, sono uscita fuori e vedevo stagliarsi nell’oscurità quelle montagne selvagge che non ti concedono nessuna dolcezza di pascolo verde come quelle del mio Biellese. Qui mancava solo l’ululato dei lupi. Con quell’aria gelida, spinta verso di me dal silenzio mai interrotto, mi si era congelata anche l’anima. Il campanello annunciava l’inizio della cena.

Eravamo a Natale, presso il Monastero Cistercense Dominus Tecum, che si trova in un fondovalle chiamato Pra ‘d Mill, una località tra Bagnolo Piemonte e Barge. Qui si seguono le regole benedettine che prescrivono, fra l’altro, che i monaci devono vivere con il lavoro delle proprie mani.

Nel 2000, quando cominciai a vivere a Sordevolo, Claudio non volle farmi trascorrere un Natale riempito solamente di consumismo; così ci rifugiammo qui, per la prima volta, per qualche giorno.

Entrando nella sala da pranzo, ho trovato alcuni degli ospiti fissi come noi, con cui oramai ci vediamo ogni Natale. Uno di loro è andato a curiosare sotto il coperchio del contenitore d’acciaio, lasciato per gli ospiti dal monaco e, ad un tratto, sul viso gli è fiorito un sorriso. Rimettendo il coperchio dove era, ci ha detto “stasera ci ha preparato le cosce di pollo!”

Era parso anche a me di vedere la sommità delle cosce galleggiare sopra il sugo, così ho lanciato un’occhiata di felicità a mio marito. “Ma chissà cos’è successo?”: Claudio rimaneva perplesso. Finora, dopo una minestra di verdura molto leggera, c’era una sottile fetta di carne o altrimenti qualche formaggio poco stagionato. Tutti hanno quasi ingoiato la minestra per finirla in fretta e finalmente, a saziare la nostra aspettativa, è stato tolto il coperchio. Invece quello che è comparso sotto la luce non erano le rotondissime cosce, ma solo mele spaccate a metà che, cuocendo nel forno, avevano perso il colore rosso originario. Da tutti coloro che aspettavano in silenzio al tavolo è sfuggito un sospiro di delusione. Mi è venuta una fame irresistibile! Tutti stavano zitti e prendevano in bocca cucchiaiate di mela cotta. Poi qualcuno del tavolo ha cominciato a ridere con la bocca chiusa. Io ho avvicinato il cucchiaio alla bocca, ma sono a scoppiata a ridere, sempre senza alzare la voce.

Nei primi anni in cui abbiamo cominciato a frequentare questo monastero, non c’era nemmeno l’ombra dell’attuale bellissima chiesa in pietra, dove luci e spazio sembrano giocare con la natura di fuori. Le funzioni e la messa venivano fatte in una sala grande della foresteria, che ora viene utilizzata come sala da pranzo per gli ospiti. Nella vita quotidiana, dal punto di vista gastronomico, per me e Claudio è molto importante da chi e come sia stato fatto un cibo. Invece qui ci interessa solo cosa e quanto potremo mangiare. Ma questa piccola scomodità non è un problema. A me piace tanto questo monastero. All’inizio mi limitavo ad osservare i monaci che pregavano e s’inchinavano mettendo la testa per terra, come fanno anche i monaci zen del mio Giappone. Ho cominciato a guardare cosa facessero i monaci in modo speciale solo quando ho cominciato ad avere dei rapporti più forti con la gente di qui attraverso il mio lavoro. Dagli Italiani sono stata aiutata tante volte! Anche se non lo potevo spiegare perfettamente, percepivano il mio amore per il territorio e per quello che facevano. E mi hanno sempre dato una possibilità e, con pazienza, mi hanno aspettata e mi hanno voluto bene. Più diventava ampio il mio raggio d’azione e più numerosi erano quelli con cui avevo a che fare, tanto più cresceva in me quel senso di gratitudine verso gli Italiani, che diventava ancora più forte quando pregavo qui a Pra ‘d Mill.

Lasciando quella piccola sedia in legno mi inchino sul pavimento di pietra grezza e abbasso la testa, allora mi rendo conto di quanto io sia piccola e debole.

L’attuale responsabile della cucina di Pra ‘d Mill è Fratel Abramo ma, per la gestione, lo aiuta anche Fratel Gabriele.

“Fra i monaci ci sono quelli bravi a cucinare e anche quelli no. Ma, facendo a turno, tutti devono cucinare. Ci sono quelli che non hanno mai cucinato e, proprio sostenerli stando al loro fianco è uno dei compiti del responsabile della cucina.” Dice Fratel Gabriele. A lui è capitato di vedere due monaci (che non sapevano come si facessero gli spaghetti alla carbonara) mescolare pasta e uova in una scodella nel lavandino. A volte devono cucinare in 4 o 5 per 50 persone, fra cui diversi che soffrono di qualche allergia. Ma hanno solo 2 ore ed è facile perdere la pazienza ma, se cominciano ad arrabbiarsi, non ce la fanno a cucinare in tempo. È capitato una volta di usare la quantità di ingredienti per 20 persone mentre erano solo in 10. Lui sorridendo mi dice che, anche in quel caso, invece di brontolare, tutti hanno continuato a mangiare la stessa cosa tutti i giorni finché non fosse finita. E questo per far capire cosa accade se non misuri le porzioni. Le attività quotidiane dalla regola cistercense sono stabilite con chiarezza e Fratel Abramo aggiunge: “Per noi la cosa più importante è pregare; mangiare è necessità.” Significa che loro mangiano per poter sopravvivere. Per questo nel mangiare sono stabilite prescrizioni su cosa si debba mangiare o non mangiare in un certo giorno, ma questa regola non è basata su criteri pratici, ma piuttosto liturgici. Per noi, ospiti, usano sempre ingredienti freschi e ci danno anche un piatto in più. Ma è chiaro che non è assolutamente come mangiare a casa propria. “Ma sai …” Fratel Abramo continua “… a differenza dai cuochi professionisti, non dobbiamo guadagnare denaro, ma dare Amore. Ad esempio qualche volta c’è un fratello che sembra triste. Allora noi cuciniamo per lui. Questo perché noi gli vogliamo bene.” Detto questo, Fratel Abramo è rientrato in cucina e ha cominciato a preparare la “Mijchella” una specie di pizza con verza, acciughe e farina di mais. “Faccio una pizza abruzzese ai piemontesi! Che ne dici!?” Mi ha chiesto friggendo con allegria le verze tagliate fini con l’aglio.

Al nostro fianco stava uscendo il caffè da due grandi caffettiere. Era per il mattino del giorno dopo e mi ha detto che, non avendo tempo, lo avrebbe riscaldato. Forse ho fatto una faccia un po’ disgustata, allora lui mi ha sorriso dicendo “Stai tranquilla! Non lo farò diventare così peccaminoso.” Come nel monastero zen di cui vi ho parlato nel mio articolo precedente, anche qui si trova un’elevata spiritualità, vita dura e poi soprattutto l’umiltà. Ma, ed è la cosa più sorprendente, in entrambi, pur cambiando culto, forma e cielo, si incontra la stessa grande “gioia”.