Lo street food in Giappone è nato nel 1600 e oggi in tutte le città, grandi e piccole, ci sono bancarelle che vendono una sola specialità

“Iwasaki, corri!!” La voce d’Inada mi fece scattare come una molla. Man mano che si allungava la fila d’attesa per gli spiedini di pollo che si chiamano “yakitori”. E proprio gli spiedini cominciavano a mancare. Corsi a prendere le scatole depositate provvisoriamente nel frigorifero del laboratorio di ricerche zootecniche. In occasione della festa scolastica, noi, del circolo alpinisti, avevamo scelto, per mancanza di idee originali, di organizzare una vendita di spiedini di pollo arrostiti ma, inaspettatamente, avevano avuto un successone.

Sotto il gazebo installato nella piazzetta del campus, con l’attrezzatura limitatissima di due fornelli, le bombole e due tavole, stavamo per smaltire in poche ore la nostra scorta di spiedini appena cotti. - Chi si occupa di arrostire gli spiedini al sale e pepe? E chi prepara quelli con la salsina? … Ci vuole un cassiere… ma quanti assistenti ci saranno? – Quando vide che non avevamo ben concordato i nostri ruoli, Inada cominciò a darci degli ordini senza esitazione. Non gli avevo mai visto fino a quel giorno un atteggiamento così autorevole. Durante i corsi di laboratorio della facoltà d’agraria, ero piuttosto io a comandare gli altri compagni e lui mi seguiva senza mai brontolare. Quell’inversione dei nostri ruoli durata 3 giorni, chissà come mai, la trovavo divertente.  

Alla fine gli spiedini, che avevamo previsto di vendere in 3 giorni, si esaurirono in 2 e dovemmo ordinarne altre scatole. Addirittura vendemmo di più della bancarella di noodle saltato al nostro fianco, quella con le giocatrici del club del tennis in minigonna!      

È impossibile pensare alle feste tradizionali giapponesi senza le bancarelle. Ogni villaggio ha il suo giorno di festa e lungo la strada per ogni tempio scintoista ti accompagnano, una addossata all’altra. Attirano irresistibilmente tutti quelli che passano davanti, sia adulti che bambini. Zucchero filato, noodle saltato, hot dog (il nostro wurstel è infilato su una bacchetta, ricoperto di pastella e fritto): anche dopo la cena in casa con tutti i parenti, i bambini non si accontentano di un palloncino o due pesciolini rossi, ma insistono per avere queste golosità. Non ci si deve aspettare chissà cosa e si mangia in piedi, insomma senza pretese di servizio, tuttavia ti arriva una felicità enorme, sia alla bocca che allo stomaco.

Nel 1600, quando il periodo dei samurai era al suo culmine, ad Edo, l’attuale città di Tokyo, mancava la mano d’opera e arrivavano uomini da tutte le parti. Molti di loro lasciavano la famiglia in campagna, per cui quasi sempre cenavano per strada in qualche bancarella. Già allora, come oggi, in ognuna si vendeva una sola specialità: sushi, tempura, soba (pasta di grano saraceno), udon (quella con la farina di grano) e, naturalmente, anche yakitori. Si mangiava in fretta un piatto unico, preparato al volo ma buono e si riprendeva la via per poter dormire a casa. Così nacque la cultura dello street food in versione giapponese.   

A Tokyo il posto più famoso per le bancarelle è il cavalcavia di Shinbashi, ma ce n’è anche in altri quartieri, nelle grandi come nelle piccole città. Anche oggi, la sera, si vedono uomini, appena usciti dall’ufficio, mangiare yakitori piuttosto che ramen (pasta in brodo con verdure e carne). Sotto le stelle, seduti fianco a fianco con i colleghi su una panchina, degustando insieme uno stesso piatto, nasce spontanea una solidarietà che dà un calore indescrivibile.    

Mio marito Claudio, quando per la prima volta nella sua vita mise piede sulla terra del Sol Levante, vide, prima di ogni altra cosa, un tempio scintoista affollato per la festa della raccolta d’autunno e anche lui rimase folgorato dalle innumerevoli bancarelle, ma soprattutto da quella dei “takoyaki”, polpette di pastella con dentro pezzetti di polpo. Fuori croccantissime, rimangono dentro quasi cremose. In quella mini sfera bollente c’erano cipollotti, zenzero, salsina, alga nori e altri gusti ancora fin quando, fra i denti di Claudio, finì un croccante pezzetto di polpo: rimase senza parole per lo stupore. Forse perché lo presi in giro dicendo che il suo testone mi faceva ricordare la testa di un polpo, lui si comprò una pesantissima pentola di ghisa per queste polpette e se la portò con sé sotto il braccio al rientro in Italia. E naturalmente, ogni tanto, mi obbliga a farle!

Nei 3 giorni della nostra festa scolastica il circolo d’alpinisti con i suoi spiedini riuscì a ricavare circa 2000 euro; così riuscimmo a lasciare un piccolo fondo per continuare l’attività agli studenti più giovani e, con un po’ di soldi rimasti, comprammo della birra per festeggiare tutti insieme. Inada arrivò da me con una lattina di birra in mano e, dandomi una pacca sulla spalla, mi sorrise. La primavera dell’anno successivo ci laureammo e tutti noi lasciammo quel nido per entrare nella vita reale.

Quando vado a Golosaria, scambiare due chiacchiere con i produttori o lasciarsi stimolare lo stomaco da mille profumi appetitosi che riempiono l’area dello street food mi fa ricordare le bancarelle sulle strade del Giappone. È uno spettacolo vedere i ragazzi dell’organizzazione correre come dei pazzi insieme agli espositori, proprio come correvamo noi durante la festa scolastica e poi i faccioni di Paolo Massobrio e Marco Gatti pieni di gioia.  
Proprio queste cose ci uniscono e rendono indimenticabili i giorni della kermesse più festosa che ci sia.