“Devo dirti che per me la Sicilia è un paese più straniero della Francia.” ?Così aveva detto mio marito piemontese prima della partenza. ?Queste parole avevano fatto crescere l’aspettativa. Dovevo tradurre in Giapponese il libro “La Montagna di Fuoco” (Food Editore) di Salvo Foti, enologo e viticoltore. Per fare un buon lavoro, avevo bisogno di vedere e conoscere gli ambienti e le strutture tradizionali etnee, i muri a secco di pietra lavica, le viti ad alberello, il palmento etneo. Salvo era stato ben disponibile a ospitarci.

Era l’inizio di aprile del 2009 quando partimmo per un viaggio di tre giorni in Sicilia. Il datore di questo lavoro ci aveva avvertito che Salvo era un uomo molto impegnato, infatti ci disse subito che ci avrebbe ospitato nel suo vigneto di Vinupetra, ma che ci avrebbe potuto dedicare solo un giorno. Salvo è un bell’uomo sui cinquanta. Ci aspettava all’Aeroporto di Catania, e subito ci disse che dovevamo andare a Randazzo, un paese sul versante nord-est dell’Etna. Poi ci diede un bigliettino con su scritto un nome, Demetrio, e un numero di telefono. Con un “Ci vediamo domani” se ne andò via di fretta. ?

Demetrio era un suo tuttofare e ci stava aspettando, da chissà quanto tempo, al bar “ Blue Moon” di Randazzo. Eravamo ospiti alla casa dei Vigneri, rustica costruzione in pietra lavica in mezzo alle vigne centenarie e, alla sera, il giovane etneo, che si era messo con la moglie a nostra completa disposizione, ci preparò una cenetta a base di carni grigliate con funghi di ferla ed erbe selvatiche raccolti da loro. Ci furono anche i vini di Salvo, il caminetto era acceso… più di così…! ?? La mattina dopo Salvo si presentò con altre due persone; uno era un cuoco con i capelli riccissimi e l’altro un musicista che sembrava ancora più nordico di noi (in realtà era di Roma). ? Insieme visitammo le vigne dalle piante centenarie coltivate ad alberello e sostenute dal tradizionale palo di castagno; vidi viti dalle forme contorte, altre che somigliavano ad esseri umani e sicuramente contenevano un’anima.

Compresi il funzionamento del Palmento etneo, una struttura per la vinificazione tradizionale che utilizza la gravità ma il cui uso oggi è vietato. Son diventati taverne e tavernette ma si dice che qualcuno, di nascosto, funzioni. Da qui, fan vino illegale, potente ed energetico, che sa di lava. ?Così la mia “Montagna di Fuoco”, sinora al buio, cominciò a crogiolarsi al sole del mattino. ??Il giorno dopo, inaspettatamente, fummo invitati tutti dal cuoco ad andare a Modica, a casa della sua famiglia. Era di domenica e fummo ricevuti come amici di sempre. C’erano, fra gli altri, due donne che gli somigliavano tantissimo, anche loro con i capelli riccissimi. Erano sua madre e sua sorella.

La mamma era un genio della panificazione. Erano le tre del pomeriggio e avevamo appena finito il pranzo, ma lei ci offrì un pane appena tolto dal forno, farcito con arrosto d’agnello. “Ne prendiamo solo un pezzettino…” proposito difficile da mantenere. Il gusto profondo di quel pane dopo 6 anni me lo ricordo ancora. ?La sorella mi disse che il giorno dopo avrebbe cucinato le lumache e mi scoperchiò una pentola dove almeno un centinaio di chiocciole vive levavano le cornette, chiedendomi di aiutarla a lavarle. Ero entusiasta di quel lavoro, ma subito il cuoco mi distrasse per farmi vedere un suo nuovo progetto. Una pentola di pietra a forma di polpo con otto tentacoli reali e sensuali, la testa un po’ umoristica da manga, aveva una bocca da cui sarebbe uscito molto scenograficamente il vapore della cottura. Un po’ mostro e un po’ vulcano, un vero capolavoro: era stata battezzata “Polipentola”. “La voglio!” dissi io. “Non ha ancora il prezzo” rispose il cuoco.? Anche il musicista arrivò con un suo collega neozelandese e la moglie. La mamma e la sorella del cuoco, a mo’ di benvenuto, scoperchiarono la pentola con le lumache vive anche davanti alla coppia. I Neozelandesi, impreparati e senza sapere una parola di italiano, fecero un salto terrorizzati e chiesero il mio aiuto. Da quel momento mi stettero sempre vicini. Una giapponese in quel frangente sembrava loro la persona più normale. Io non vedevo l’ora di sapere cosa sarebbe ancora successo dopo!?

Andammo tutti insieme a raccogliere gli asparagi selvatici. Il cuoco spiegò proprietà e uso di ogni erba che trovammo. Era così eloquente e la sua scelta di parole così raffinata, che sembrava una musica barocca. Ma chi poteva essere quella persona!? Eravamo su un terreno roccioso, con cespugli, erbe e fiori; natura selvatica e l’aria della sera ormai freddina. Pensavo alla grande energia di quella terra e alla profondità umana dei Siciliani. Alla loro capacità di concentrazione e alla maternità calorosa delle loro donne. La loro creatività versatile, ha una forza che ti avvinghia con un fascino irresistibile, proprio come i tentacoli della Polipentola.

La nostra avventura non era finita. Al tramonto di quella lunga giornata ci ritrovammo a Scicli. Il cuoco comparve con una cassa di vino sulle spalle, un suo amico con una chitarra in mano, seguito da una telecamera professionale con una corrispondente. Senza sapere cosa sarebbe successo, noi, stranieri, non potemmo che seguirli in coda. ?Il cuoco entrò da un barbiere, stappò una bottiglia, se ne versò un bicchiere, poi si sedette sulla sedia a farsi fare la barba e disse felicemente: ?“Ecco è questo il vero Bar-Biere!” Arrivavano altri amici con stuzzichini e altre cose da bere: si invitava la gente di passaggio e la barberia si trasformò in un attimo in una festa. Il proprietario guardava divertito e stralunato. Seppi dopo che non era stato informato. Il cuoco era Carmelo Chiaramonte, cuciniere errante e autore di libri di cultura gastronomica e programmi televisivi; il musicista era Giovanni Bietti, conosciuto anche nel mondo del vino come critico e grande esperto di vini naturali. I Vigneri, giovani vignaioli siciliani capitanati da Salvo Foti, producono ormai vini meravigliosi in tutta la Sicilia, nel rispetto della tradizione, del territorio e del paesaggio.

Spero che la mia traduzione del libro si sia avvicinata all’arduo compito di restituire tutto quel che ho ricevuto in quel viaggio dagli amici siciliani.