Su La Stampa di domenica Paolo Massobrio ricorda Pino Ratto

Gli «angeli matti» come li chiamava Veronelli, prima o poi si incontrano. E, per dirla alla Romano Levi che sempre il maestro Luigi Veronelli aveva definito il «grappaiolo angelico», sono angeli con una sola ala, per cui non possono fare a meno dell’altra metà. Pino Ratto da Roccagrimalda, 79 anni, era di questa genie, un personaggio complesso, autentico, come i suoi Dolcetto dei cru «Scarsi» e «Olive». E se n’è andato l’altra sera. Me lo ha comunicato l’altro angelo con un’ala sola, Walter Massa da Monleale, vent’anni meno di lui, ma amico per pelle di quel farmacista cowboy che faceva il vino. ??Pino Ratto lo conobbi nel 1984 alla terrazza Motta in Duomo, quando il mio maestro sommelier, Luigi Gaviglio, lo invitò a tenere una lezione a noi aspiranti. E lui disse «Sono di San Lorenzo, che è l’ombelico del mondo». Neanche il nome del paese, perché la terra era qualcosa che coincideva con lui. Faceva un vino fuoriclasse, che in determinate annate raggiungeva l’acme. E ancora oggi quanti fra ristoratori e appassionati conservano quelle bottiglie. Anch’io ne aprii una poco tempo fa, con Marco Gatti (un altro del vino con un’ala sola, che scrive come me). E delle quattro bottiglie antiche, fu proprio quella di Ratto, «Gli Scarsi» del 1985, a farci dei racconti. Quando Ornella Muti si invaghì del vino e decise di vinificare in quel di Lerma, terra anch’essa di Dolcetto, il capo carismatico dei vigneron, al secolo Giacomo Bologna, convocò una cena a Gardone Riviera con una ventina di personalità del vino: c’erano Vittorio Vallarino Gancia, Paolo Panerai, il conte Riccardi e pochi altri. E disse: «Ornella ha deciso di diventar dei nostri e produrrà vino in quel di Ovada. Noi la aiuteremo, ma sappiate che corriamo solo per arrivare secondi». ?Già, il principe irraggiungibile restava lui, Pino Ratto da San Lorenzo, che proprio ogni anno, nella notte delle stelle, convocava gli amici per suonare il jazz sotto il cielo illuminato. E fiumi di vino scorrevano di sotto. Pino era così: il vino era vita, rapporti, non soltanto una merce da vendere. Anzi, lui avrebbe reintrodotto il baratto, se fosse stato possibile. E in cambio gli bastava un sorriso e una stretta di mano sincera. Conosco persone che lo hanno incontrato e mai più si sono staccate da lui, fino all’ultimo. Uno è Carlo Morani, detto «Bakunin» per la folta barba. Conobbe il Piemonte quando vent’anni fa venne a fare il volontario nelle zone alluvionate. E l’incontro con Pino Ratto fu una folgorazione. Fu proprio Bakunin, qualche anno fa, a regalarmi una serata di chiacchiere e bicchiere, a Magenta, con Pino Ratto e il sottoscritto a raccontare la magia del mondo del vino, che è fatto di persone, di incontri, ma anche di errori, di orgoglio, di litigi. Ma tutto questo fa parte della vita. Che prende sapore quando assaggi un vino e guardi negli occhi un uomo così, che immediatamente era sincero, anche se bastian cuntrari. ?Sarà ricordato, Pino, per la sua testardaggine e il suo senso dell’amicizia. Come quella che ha condiviso con il numero uno del Timorasso, Walter Massa, l’altro angelo matto,con un’ala sola. Irrequieti ed incompiuti, questi uomini della vigna che poi talvolta toccano e ci fan toccare qualcosa che ha dell’Infinito. Quel qualcosa che alla fine compie e ricompone tutto. Ciao Pino! (Foto tratta da "I vignaioli storici" di Luigi Veronelli)