La sosta radiosa alla Cantina del Rondò di Neive e i vini dell'Azienda Agricola Scagliola di Calosso

“Dunque, dove eravamo rimasti?”
È la fantastica frase che Enzo Tortora, dopo tutte le vicende giudiziarie assurde cui fu sottoposto, disse nel 1987 alla ripresa della sua trasmissione televisiva “Portobello”, interrotta 4 anni prima. Mi era rimasta impressa e non mi par vero di ricordarla, fatte le debite proporzioni, in un’occasione della mia vita - e di quella di chi legge - che mai avremmo potuto immaginare. Ed è il primo pensiero che mi è venuto in mente alla ripresa di una parvenza di normalità quotidiana quando, dopo la concessione della “libera uscita”, abbiamo potuto muoverci liberamente all’interno della nostra Regione.
La prima azione concreta, invece, è stata quella di andare a rifornirmi di vino e tornare, dopo quasi 3 mesi, a pranzare in un ristorante.

Così, dopo aver percorso 150 km, siamo arrivati a Calosso, terra di Barbera e di Moscato, all’Azienda Agricola Scagliola (via S. Siro, 42 - Calosso - tel. 0141 853183). Conosco l’azienda da quando, tanti anni fa, mi era stata indicata in occasione di un pranzo memorabile al ristorante Da Bardon del Belbo (via Asinari, 25 San Marzano Oliveto - tel. 0141 831340) corona radiosa del Golosario Ristoranti (per leggere recensione clicca qui).
Oltre al vino, di Scagliola apprezzo la bellezza dell’edificio e della cantina e anche lo stupendo panorama di cui si gode dal piazzale antistante.
scagliola-esterno.jpgScagliola-cantina.jpgNon è da meno la gentilezza delle persone che vi operano e ho potuto apprezzare anche l’azione di promozione del proprio territorio che svolgono attraverso la documentazione che forniscono ai clienti, in particolare con un opuscolo realizzato da loro con le indicazioni su dove mangiare e dormire nel raggio di una cinquantina di chilometri da Calosso.

A pranzo siamo attesi alla Cantina del Rondò (loc. Fausoni, 7 - Neive - tel. 0173 679808), faccino radioso del Golosario Ristoranti (per leggere la recensione clicca qui), da cui avevo ricevuto qualche giorno prima la mail con la notizia della riapertura. Moltissimi ricordi mi legano a questo locale avviato nel 1999 da un amico, Francarlo, con la moglie Emanuela Merli. Lui purtroppo non c’è più, ma lei ha voluto continuare il progetto di lavoro e di vita avviato insieme e adesso portato avanti in collaborazione con Gabriella Demaria. I locali sono molto belli, spaziosi, rustici ma eleganti al tempo stesso; all’esterno c’è un grande dehors e anche un comodo parcheggio ombreggiato. La cucina è quella di sempre, con i prodotti e le ricette del territorio: dopo i crostini con lardo, gentilmente offerti, noi abbiamo optato per un tris di antipasti con vitello tonnato, carne cruda battuta al coltello e acciughe al verde.
Cantina-Rondo-antipasto.jpgTra i primi la scelta è stata tajarin al sugo di Langa e raviole del plin al sugo d’arrosto.
Cantina-Rondo-tajarin.jpgCantina-Rondo-agnolotti.jpgCome secondo l’irrinunciabile finanziera reale con 10 frattaglie nobili di toro, gallo e coniglio (lasciando per la prossima volta la faraona di Morozzo agli agrumi e lo stinco di vitella disossato e stufato all’Arneis); in una precedente occasione avevamo anche degustato gli ottimi formaggi di montagna (Castelmagno e Raschera della Val Maira, Robiola e tomino di pecora di Alta Langa a latte crudo).
Cantina-Rondo-spezzatino.jpgAl dessert è impossibile rinunciare allo zabaione freddo al Marsala con torta croccante di nocciole, per concludere con un piccolo assaggio di fragole del Roero al Moscato.
Cantina-Rondo-dolce.jpgI pani e i grissini bio sono del panificio Marcarino di Roddino.

Bella carta dei vini, con possibilità di avere anche quelli della propria cantina al calice o in caraffa. Gran Menu (2 antipasti, primo, secondo e dessert) a 40 euro.

Dopo la clausura ho voluto venire qui per ragioni affettive, per dare una mano a chi con coraggio ha ripreso il proprio percorso, per dare un segnale di coerenza quando diciamo che bisogna ripartire dal territorio e privilegiare i produttori locali, per premiare chi crede che il cibo sia cultura, identità e appartenenza territoriale. Praticando, nei fatti, le azioni che sono alla base del possibile duraturo successo del turismo enogastronomico, che non può e non deve essere solo una moda passeggera. Noi qui eravamo turisti, provenienti dall’Alto Piemonte.