Il libro di Nanda Salsi è una passeggiata nella storia dell’uomo vista attraverso il cibo, scrive Paolo Massobrio nella prefazione a “Le infinite valenze del cibo (la parola acqua non avrà mai sete)” (Il Cerchio, 2015)

Ma soprattutto - e qui c’è la linea di demarcazione tra questo lavoro e altri simili - è una passeggiata con gli occhi di una bambina che curiosamente indaga e cerca un filo tra esperienze e secoli diversi. A fronte di un’apparente confusione, c’è in realtà una trama unica che permette al lettore di viaggiare dalle prime esperienze gastronomiche degli Egizi fino all’Ebraismo, dalla Bibbia al monachesimo occidentale. È la capacità di far emergere, nelle varie epoche e secondo i vari attori della storia, la valenza del cibo, tenendo sempre presente - come una bussola - quel concetto di “viridità” come forza del legame tra il frutto e la terra, già trattato da Santa Hildegarda a cui Nanda Salsi dedica un capitolo intero.

Ancor più interessante è la doppia visione, di una storia universale e di una storia privata, quella della famiglia di Nanda, delle sue radici, delle ritualità private. Qui emerge tutta la sua esperienza come pedagogista (nella sua vita lavorativa è stata infatti insegnante e autrice di diversi lavori sulla psicologia dell’infanzia) quasi a ricordarci che il primo significato del discorso sul cibo è quello sull’educazione alimentare.  

Al termine di ogni capitolo sono inserite alcune ricette, raccontate con le movenze, i consigli e i piccoli accorgimenti di una nonna. È il passaggio dal discorso sul cibo al mettere le mani in pasta “Ossia a vivere - scrive Massobrio nella prefazione - perché di questo abbiamo bisogno in questa epoca: essere persone vive, che partecipano al grande racconto della storia”.