La città giapponese ha saputo rinascere dopo un disastro ambientale

Sono salito per primo sulla sorprendente gradinata in legno per raggiungere la casetta costruita dal mio amico Kentaro Sawai sul grande albero. Avrebbe fatto la felicità di qualsiasi bambino! Una gioia che anch’io non mi potevo negare. Mi pareva di sentire l’energia della pianta e vedevo attorno orti e boschi oltre cui si intuiva il mare di Minamata. Il verde era verde vero, anche a novembre, naturale così a sud, ma io non ci sono abituato. Dentro la casetta c’era solo uno sgabello. “Qui non manca niente!”. Kentaro ha sorriso alla mia esclamazione, come se fosse una battuta. Invece era la risposta alla necessità che avevo avuto di venire qui appena letto l’articolo di Ryoritsushin pubblicato su ilGolosario e alla domanda che tutti gli amici giapponesi mi avevano fatto: “Perché vuoi andare a Minamata?”.

Kentaro a Minamata ci è ritornato. Laureato in architettura, il suo sogno era sempre stato di lavorare per qualche organizzazione umanitaria internazionale. Quando, in attesa della chiamata, tornò per un periodo al paese, si rese conto di cosa stava succedendo: un fermento nuovo sembrava aver preso la gente. E qui capì quanto quel posto gli fosse mancato. Per un po’ se n’era anche vergognato e non amava parlare delle sue origini. Era il momento di rivendicarle. Ora ha aperto il suo negozietto di prodotti biologici di Minamata e ha cominciato a dedicare il suo tempo a promuovere i vari produttori che sono diventati i suoi amici. Ragazzo motivato ed ingegnoso, è stato per noi una guida preziosa alla scoperta di tanti piccoli tesori.

Un grande tesoro è senza dubbio Kumiko Matsubara. Una donnetta minuta, ma tutt’altro che gracile, con due occhietti che ti perforano ed il sorriso frequente ad illuminare il viso grinzoso da contadina. Venuta a Minamata ai tempi del disastro come infermiera, ci è restata. Dipendente in pensione di una struttura sanitaria dove il reparto psichiatrico era in chiusura, s’è vista chiedere se avesse voluto, privatamente, prendersi cura di una decina di pazienti. Ha accettato e, con il figlio, ha avviato una piccola piantagione per la produzione biologica di zucchero di canna dove gli ex degenti lavorano e si guadagnano da vivere. Che lo zucchero sia uno dei più buoni che abbia mai assaggiato è quasi una conseguenza scontata.

Naturalmente non c’è solo Kumiko. Ho voluto parlare subito di lei perché questa donnetta mi ha dato con allegria una lezione di coraggio, intelligenza e provvido amore ma, in questo viaggio, ho conosciuto molti amici ed alcuni sapori che non potrò più dimenticare. Minamata è diventata l’alfiere della produzione biologica in Giappone ed uno dei territori dove la natura è meglio custodita. Merito di una presa di coscienza collettiva e di una volontà di riappropriarsi della propria storia dopo uno dei peggiori disastri ambientali che si ricordi. Era il 1956 quando, in questa cittadina di pescatori, fu scoperta la sindrome neurologica da avvelenamento da mercurio che proprio da Minamata ha preso il nome (1). Questa tragedia fu causata dalla Chisso, un’azienda produttrice di azoto che scaricò dal 1932 al 1968 le scorie di mercurio nella baia. Finirono, attraverso il pescato, nell’alimentazione della gente e provocarono il disastro. Il fatto che, dalla scoperta alla fine degli scarichi, in un mare ormai compromesso, siano passati dodici anni e la lunghissima battaglia delle vittime per ottenere il risarcimento, ci riporta tristemente ad alcune vicende nostrane come l’eternit a Casale Monferrato.

Ma la rinascita di Minamata è un esempio tutto giapponese di volontà e di collaborazione fra amministrazione e cittadini. Dal marzo 1996 è cominciata, con l’impegno di tutti, una ricostruzione che ha portato la città non solo alla bonifica delle acque ma, attraverso una gestione moderna e condivisa dei rifiuti, alla riduzione degli sprechi, con utilizzo di materiali riciclati anche da parte delle aziende, valorizzazione del verde. Da qui un modello di citta ecosostenibile riconosciuto a livello internazionale. Daisaku Fukuda, dipendente del comune di Tsunaghi, ci ha accompagnato all’inizio del viaggio e ha voluto che il primo impatto fosse la visita al museo della malattia. Con spirito di missione tutto nipponico, dedica la sua vita a far conoscere la rinata bellezza della sua terra ed i suoi protagonisti, ma non ci ha voluto nascondere la cruda realtà del passato. Proprio da questo evento, che ha sconvolto per sempre la vita di tutti gli abitanti, attraverso un processo non facile, la comunità ha trovato la forza di lottare per sé e per il proprio futuro.

La famiglia Osawa dell’azienda Karataci commercia agrumi coltivati biologicamente dalle vittime della malattia da due generazioni. I genitori degli attuali proprietari si trasferirono da Kiyoto per aiutare i pescatori che, proprio per la loro attività che portava quotidianamente a mangiare pesce, erano stati i più colpiti ed avevano anche perso il loro lavoro. Alcuni si erano dedicati alla coltivazione di agrumi ma, a causa della discriminazione, trovavano molte difficoltà a venderli Il sig. Tadao Osawa cominciò a girare per i paesi, con un carrettino che spingeva a mano, a vendere questa frutta e, un po’ alla volta, è riuscito a costruire la sua azienda. Abbiamo conosciuto il figlio Motoo Osawa e la moglie Aiko che, ancora oggi, portando avanti questa bella storia familiare con le stesse famiglie di produttori, testimoniano con orgoglio l’importanza dei sacrifici del genitore.

Prima di ripartire per Tokyo ho visitato il produttore di the Sakuranoen. Il proprietario, Kazuya Matsumoto, mi ha intrattenuto per quasi due ore con assaggi e spiegazioni su come meglio degustare la filosofica bevanda. Una casa tradizionale giapponese, una giornata di sole primaverile a fine novembre, purezza e armonia. Mi porterà all’aeroporto Fukuda, con il suo senso romantico dell’ordine sociale. Sfila al finestrino, innocente, questo meraviglioso paese verde.

(1)Per chi fosse intenzionato ad approfondire la storia della malattia di Minamata, consiglio la tesi di laurea della prof.ssa Rossana Merlini