"Magari un giorno ti succederà qualcosa di bello"

Uscita dall’ascensore anche quella mattina vidi la luce già accesa nella cucinetta. Erano le 7 e 15. Sui fornelli scaldavano energicamente due bollitori d’acqua molto grandi da 8 litri. Entrando in ufficio vidi Kinu chan (piccola Kinuko), che aveva già indossato la sua divisa con la solita accuratezza, pulire le scrivanie dei suoi colleghi fino all’ultimo angolo. Anch’io mi cambiai e cominciai a pulire con uno straccio le scrivanie nel solito ordine, partendo da quelle dei miei capi. Nell’enorme stanzone dell’ufficio in cui, durante la giornata andavano e venivano più di 60 impiegati, a quell’ora c’eravamo solo Kinu chan ed io e muovevamo le mani in silenzio. In Giappone è buona norma che un giovane impiegato non arrivi mai a lavorare al mattino dopo chi è stato assunto prima di lui.
(Dovrò partire di casa ancora un quarto d’ora prima…)
Lo pensai nella cucinetta strettissima mentre versavo il tè marrone, che si chiama “bocha”, nei termos.
Per questo posto di lavoro a Kanazawa mi venne assegnata una vecchissima casa dove, prima delle 7 di ogni mattina, aprivo la porta d’ingresso di legno facendola scorrere dalla grata, tiravo fuori la mia bicicletta e, lasciando ancora dormire le altre due colleghe con cui dividevo l’alloggio, saltavo a cavallo del sellino e via… Girato l’angolo, si entrava in un vicolo deserto dove c’era un laboratorio di sculture in legno con le finestre spalancate verso la strada, lì si sentiva già qualcuno che lavorava. Mentre passavo davanti, mi piaceva sbirciare le numerose teste di leone di varia misura che, dal tavolo di lavoro, mi fissavano con la fierezza dei loro grandi occhi. Dopo un po’ uscivo dietro il Mercato di Oumi, detto “la cucina della città”. La scorciatoia più veloce era di attraversarlo ma, a quell’ora, era ancora buio, però scorgevo spesso le luci posteriori del camion che scaricava la merce davanti a uno dei pescivendoli. Scesa dalla bici, mentre ero ancora indecisa se tornare indietro o se andare avanti a tutti i costi, sentii il ragazzo del negozio gridare dall’altro lato del camion:
“Ehi!! Vedi che quella solita signorina è lì che aspetta!”
“Weih!!” rispose un altro dalla mia parte e portò la mia bici sulle spalle con facilità per farla passare davanti al camion. E io, facendo inchini in continuazione per chiedere scusa, lo seguii. I banconi di tutti negozi erano ancora vuoti, ma verso l’ora del mio ritorno, si sarebbero potuti vedere ancora i pesci freschi con gli occhi rotondi trasparenti e le squame luccicanti o le verdure tradizionali del territorio piuttosto che quelle quotidiane; e tutti insieme con mille colori, in soli 3 minuti di passaggio, mi avrebbero regalato la più gioiosa delle passeggiate.
Trascorsi così tutte le mattine della mia gioventù nella città antica di Kanazawa, una delle più importanti sulla costa verso il Mare del Giappone dell’isola principale, Honshu. Ai miei occhi di ragazza cresciuta in montagna, tutto quello che vedevo in quella città dove la cultura tradizionale nipponica aveva avuto uno sviluppo particolarmente fecondo, era una meraviglia.

Nella cucinetta, fissando un termos in cui versavo il tè, Kinu chan mi disse: “Dai… prova a resistere. Tutto quello che facciamo non passa mai inosservato. Magari un giorno ti succederà qualcosa di bello.” Annuii senza alzare lo sguardo dal tè.
Alla pausa pranzo tutte le impiegate arrivavano alla sala mensa e cominciavano ad aprire la loro merenda in scatola. Anche Kinu chan aveva portato la sua merenda, preparata come al solito in una scatola a due piani e snodò la stoffa in cui era avvolta. “Oh!!” Tutte le altre si lasciarono scappare un’esclamazione di ammirazione. Polpette in salsa agrodolce, insalata di pasta con salsa di pomodoro aspro, sopra spinaci bolliti croccanti cosparsi di sesamo quasi calibrato, in più c’era anche una rolatina di alghe konbu con uova di merluzzo, che è una delle specialità della zona, poi frittata al dashi e pomodori ciliegini: tutti i piatti erano messi in piccole dosi con cura precisa. E nella scatola inferiore c’era il riso bianco ma decorato da una spruzzata di denbu, polpa di orata cotta agrodolce dal colore dei fiori di ciliegio. Le donne più anziane le fecero mille complimenti. A un certo punto sentimmo una voce alle nostre spalle.
“Oh, Cara Kinuko, che meraviglia la tua scatola della merenda! Così sei pronta a sposarti in qualsiasi momento!” Era il direttore generale che aveva appena finito il suo pranzo alla mensa ed era venuto a curiosare le nostre chiacchiere. “Nh? Motoko, fammi vedere anche la tua scatola!” Io frettolosamente avevo nascosto la mia con il coperchio e tenevo la bocca serrata stretta a fare il muso. Io abitavo da sola e il mio stipendio non mi permetteva di comprare diversi ingredienti e soprattutto la merenda di Kinu chan era imbattibile. Lei era nata nella famiglia del giardiniere che curava il giardino più importante di Kanazawa. E al posto dei genitori, molto impegnati, era lei a gestire tutti i lavori di casa, soprattutto in cucina. Anche quando arrivava a casa dopo mezzanotte per il lavoro straordinario, al mattino dopo preparava sempre quella merenda accattivante non solo per lei, ma anche per gli altri due fratelli e in ufficio arrivava sempre puntuale, alla solita ora. Anche nel lavoro se la cavava benissimo, con la stessa precisione che dimostrava nella preparazione della merenda.

Io avevo magari un po’ più di creatività e flessibilità ma, per natura, sono piuttosto pigra e mi mancavano allora precisione e costanza. E, per di più, a questi difetti non davo neanche molta importanza. La mia amica, Kinu chan, possedeva quello che mi mancava e per questo i miei capi spesso me la portavano ad esempio. Ma intuivo che lo facevano per il mio bene, per cui non mi dava fastidio. Poi lei era una persona che sapeva veramente come esprimere l’affetto e quei lavori del mattino avevano fatto crescere fra di noi una specie di solidarietà. Senza che me ne accorgessi era diventata il punto di riferimento per imparare il mestiere. Dietro la parola “precisione” non si trova sempre “noiosità”. L’aiuola fiorita creata nella scatola della merenda me lo diceva e mi dava uno stimolo positivo per migliorare.

I miei capi mi educarono con severità e impegno, i miei colleghi più anziani mi fecero capire l’importanza di essere costante e tutti contribuivano a darmi un metodo per portare a termine qualsiasi tipo di lavoro. Ma la precisione era per tutti il primo dovere in assoluto. Dopo qualche anno ebbi un’esperienza di lavoro alla sede, cioè al Ministero dell’Agricoltura e poi anche al Palazzo del Congresso Nazionale ma, proprio grazie ai miei capi e colleghi di Kanazawa, anche quando lavoravo lì come un piccolo ingranaggio di una macchina così gigantesca, non ebbi quasi mai dubbi su come dovessi muovermi. Arti, tradizioni artigianali, cultura enogastronomica, spettacoli; la città antica di Kanazawa accudiva da diversi secoli il meglio della cultura giapponese. Furono proprio quegli anni della gioventù a far crescere la mia sensibilità e proprio quella città ebbe su di me la prima grande influenza culturale, per cui lo considero uno dei periodi più importanti della vita. Ma chi mi insegnò che solo i risultati ottenuti con precisione e costanza diventano poi benefici concreti, fu proprio la gente che vive in quella città.

“Magari un giorno ti succederà qualcosa di bello.” La mia vita si è allontanata dal mio Giappone, ormai sono passati 17 anni, ma sento di potercela fare ancora. Credo che, quel “qualcosa di bello” che mi sarebbe potuto succedere secondo Kinu chan, sia senza dubbio questo coraggio.

*Il copyright di alcune foto è riservato a Ishikawa Prefecture Tourism League.