Morire a 58 anni sembra impossibile. Soprattutto se la persona in questione riguarda un uomo pieno di vitalità come Gianfranco Berta, distillatore in Casalotto di Mombaruzzo con il fratello Chicco. Eppure mercoledì scorso è girata questa notizia: Gianfranco non ce l’ha fatta. Era nella sua casa di Nizza Monferrato, mentre due giorni dopo, venerdì, è tornato in quella distilleria clamorosa di Casalotto, dentro a una bara, circondato da un fiume di gente che gli voleva bene. C’ero anch’io, in fila a passi lenti, mentre il carro funebre segnava la strada fra le colline, poco dopo il piccolo cimitero del paese in collina; più là la chiesetta di san Bernardino che non poteva contenere tutti.

Mi ha colpito il silenzio, anche se per qualcuno era una passeggiata e allora parlava del più o del meno col vicino. Anche questo è un modo per esorcizzare la morte: fissarsi sulla normalità. Però quello era un silenzio presente, quasi di gente smarrita che nella sua mente faceva uno + uno: prima o poi... Cos’è un uomo perché te ne ricordi? È l’interrogativo del salmo... ma chi è un uomo perché noi ci ricordiamo?

Per me Gianfranco era uno che aveva ben chiaro il suo compito: far fruttare i talenti. E il primo talento era la sua famiglia, il padre Paolo che era scomparso nel 2009, la mamma Lidia, il fratello, e poi la moglie Simonetta, la figlia Annacarla e tutti gli altri a venire. Ma il ceppo famigliare che gli ha dato il testimone aveva una forza tale che lui ha ostinatamente affermato che Casalotto è il posto più bello del mondo. Un giorno ho portato gli amici qui e in un paese confinante, Castelletto Molina, dove c’è il resort Il Cambio, costruito dai Berta un lustro fa. E mi hanno detto, gli amici: “Ma questo è il posto più bello del mondo!”.
La distilleria Berta ti accoglie come una casa prima di arrivare nelle cantine dove invecchia la grappa millesimata, che va in tutto il mondo, c’è un giardino grandissimo di erbe odorose, in un percorso che ha ricreato un ecosistema monferrino di conoscenza e ricchezza della natura.

Quando una decina di anni fa andai a Mombaruzzo per festeggiare la denominazione comunale dei mitici amaretti, Gianfranco era in prima fila, me lo ricordo. L’amaretto di Mombaruzzo è il dolce delle feste di noi monferrini, che si beve con il Moscato. Nacque da una cuoca siciliana sposa di un tale Moriondo, economo di casa Savoia. Faceva questo dolce, ma non con le mandorle delle sue terre, bensì con le armelline delle albicocche o della pesca, la parte morbida e amara che sta nel nocciolo (geniale). E gli astanti al bar dissero: “I son duus e un pò mairet” (sono dolci ma un po’ amaretti). Da allora nacquero gli amaretti.

I fratelli Berta hanno poi acquistato la Carlo Moriondo, ossia il laboratorio e il negozio, che è oggi è un ristoro lounge bar in paese, per continuare una tradizione, secondo la teoria del seme che deve dar frutto. Poi l'acquisizione di Villa Prato sempre in paese, per farne una Spa, un luogo di accoglienza, facendo di questo paese del Monferrato un centro di qualità, di benessere, di bellezza, di gusto diffuso. A Monteu Roero hanno acquisito il castello del paese, anche lì con l’intento di restituire qualcosa di bello, dedicando una linea di grappe.

Quanti ricordi... come la prima volta che andai a visitare la distilleria e c’era la musica classica che sfiorava le botti finemente illuminate. Fare la grappa pensando alla bellezza: era quella che Gianfranco aveva negli occhi quando pensava alle colline più belle del mondo. Scrivo di lui, uomo impegnato anche in politica da ceppo formativo nella Democrazia Cristiana, perché ha saputo farmi un regalo che non dimenticherò mai. Mi ha nominato cavaliere della Corporazione Acquavitieri italiani, solo lo scorso anno. Era appena uscito dall’ospedale, e aveva voluto fare questa cerimonia nella sua cantina, con centinaia di persone. C’erano giornalisti (come anche Antonio Preziosi), uomini del mondo della cultura, dell'impresa e medici. E quando toccò porre la spada sulla spalla di un luminare che lo aveva curato si era commosso. Quando invece toccò a me, mi disse che questo voleva essere un segno “Di come e perché la gente ti vuole bene”. E lì fui io a commuovermi, come accade quando qualcuno ti dice una cosa inaspettata, gratuita, sentita.
Anch’io ti voglio bene Gianfranco. E c’è più di un motivo perché abbiamo a ricordarti.