L'unicum del Monferrato: per il Grignolino, per la Freisa, per il Ruchè

Ogni scarrafone è bello a mamma sua, dirà qualcuno leggendo il titolo enfatico di questo articolo, ma questa regola, in verità, non si applica al vino. Mai e poi mai, perché il vino è una sintesi di territorio, di uomini, di empirismo. Insomma è il terroir, una cosa unica. Ora, se ci pensiamo, il vitigno freisa ha attecchito soltanto qui, nel Monferrato, e principalmente in quello che viene indicato come Basso Monferrato. E il vino ha compiuto ben 500 anni, a proposito di empirismo, celebrato nel castello di Pino d’Asti a inizio gennaio, in un sito che è di fatto un paese del Freisa.

Ma quanti racconti si legano a questo vino. L’ho pensato mentre dalla terrazza di questo castello si vedevano i Becchi dove nacque don Bosco, che conosceva bene la freisa tanto da scrivere un trattatello di enologia (don Bosco era un grande divulgatore) che aveva per titolo “affinchè non inacidisca il Freisa”, rivenuto dal sottoscritto nella biblioteca di Valdocco, 30 anni fa, agli inizi di quei seminari sul vino da Messa, che svolgemmo a Cocconato d’Asti per cinque sessioni. A don Bosco è anche legato un miracolo, proprio legato al Freisa, che fu il veicolo per guarire da una terribile malattia.

Ma c’è dell’altro che mi sovviene, giacché nel mio Monferrato (io sono di Masio) la freisa non c’era e neppure il mio amico Giacu Bologna (di Rocchetta Tanaro) aveva posto attenzione a quel vitigno. Per me il Freisa, all’inizio, era un vino dolce e frizzante, così mi fu servito in gioventù a Carnevale. Poi è rimasto sempre un vino frizzante, ottimo sulla cucina di casa nostra: dalla bagnacauda al coniglio. Questo per dire che non avevo mai messo in conto che un giorno avrei detto, come dico ora, che è il Barolo del Monferrato. Anzi, agli inizi fui pure restio a dedicare attenzione ai Freisa secchi, e quando Giorgio Ferrero, allora giovane coltivatore diretto, mi portò il suo campione di Cà del Prete non gli diedi soddisfazione. Poi, invece, il Freisa si è imposto. Dalle Langhe arrivavano le Freise che nebbioleggiavano, a Canelli i fratelli Coppo uscivano con il Mondaccione, dimostrando la muscolosità del Freisa, ma anche nel Monferrato casalese si facevano strada Freisa dal profumo intenso di lampone che avevano corpo, carattere, tannicità.

La mia conversione definitiva è avvenuta lo scorso anno quando a Golosaria Monferrato abbiamo svolto una degustazione di Freisa, alcune anche invecchiate. Grandiose bottiglie. Ma anche a Pino d’Asti, con Daniele Cernilli, ne abbiamo passate in rassegna una ventina, andando anche in annate lontane.

Ora, questa faccenda del Freisa che va annoverato fra i grandi rossi del Piemonte apre un capitolo sull’unicità del Monferrato: unico il Grignolino che cresce soltanto qui (il pinot noir del Monferrato); unica la freisa, che addirittura ha espressioni incredibilmente buone nel Nicese; unico il Ruchè, che ricorda vini francesi, ma unico è anche un territorio come il Monferrato che sfoggia il nebbiolo. E pure questo vitigno vuol farsi strada.

Non parliamo poi della Barbera, vino principe a cui vanno le esposizioni migliori. Anzi, recentemente ho pure fatto chapeau a un cabernet di vigne vecchie prodotto a Calliano. E’ dunque l’ora del Monferrato. Ma i produttori ci devono credere. La loro polverizzazione non ha giocato a favore. Per questo gli ho chiesto, finito il convegno di Pino, quando avrebbero deciso di ritrovarsi. Altrimenti la celebrazione dei 500 anni rimane un rito dovuto e quelle bottiglie di unicità, di Freisa, ce le berremo soltanto nei nostri luoghi. In altre zone non hanno fatto così... Ricordiamoci cos’era Montalcino 30 anni fa. Vuoi mettere una Freisa a confronto con un Sangiovese?

P.s. L’ho nominata un po’ al femminile e un po’ al maschile (anche se è maschia), perché il dilemma vive ancora, come sulla Barbera.