Federico Francesco Ferrero, a un anno da Masterchef è un personaggio decisamente affermato. Uno dei nostri, non solo perché scrive ogni settimana sulla Stampa, partecipa a dibattiti e show cooking (memorabili quelli a Golosaria sulla leggerezza con Acqua Lauretana).

Ieri sera dovevamo cenare insieme, poi gli è salito un febbrone. E mentre mi parlava al telefono pensavo: “Caspita ma è la finale di Masterchef!”. Sì, ma è un altro tipo di trasmissione e la polemica di Striscia sembra capitata a fagiolo per dare una mano agli ascolti. Ma al di là di questo, ieri Federico ha scritto un pezzo sulla frequentazione ai ristoranti che mi ha immediatamente trovato d’accordo. Stop a preantipasto e predessert, meglio tornare alla semplicità. Ovvero una  polemica sugli orpelli inutili al menu.

"Si comincia con il benvenuto dello chef, in sequenza o in contemporaneità, poi il pane (anzi i pani) accompagnati da burro. Se l’inizio è difficoltoso, la fine pasto non è da meno con pre dessert, in almeno una o due proposte, e piccola pasticceria con il caffé fino all’ultima moda del piccolo gin tonic da sorseggiare con il conto". Questa la sintesi di una situazione che a volte è davvero imbarazzante. “Inizio a preferire i menu senza fronzoli - conclude Ferrero - dove sono libero di gustare solo ciò che ho scelto e ordinato”. Be’ detto da Federico che ha molti anni meno del sottoscritto mi consola. I fronzoli, spesso, appesantiscono. Posso capire l’amuse bouche, ma quanto fastidio mi han dato certi pre dessert, poi aggravati dalla piccola pasticceria. Eppure c’è chi lo apprezza e ne rimarrebbe deluso. Basta non accettarlo, direte voi, ma perché uno deve andare al ristorante per essere tentato?

Possiamo uscire da questa impasse? Un modo ci sarebbe. Un doppio menu: due portate e svariate tapas dolci e salate; mentre chi ordina alla carta sa che mangerà solo quello che ha chiesto. Nell’Italia dei compromessi, potrebbe andar bene?