In questa settimana c’è chi ha conquistato le pagine dei giornali grazie all’antica, naturale contrapposizione fra piccolo e grande: Davide contro Golia, slow food e fast food, Arcigola e Mc Donald’s. Insomma la cosa funziona e appassiona, vista l’enfasi dei giornali, ma non sono questi i contenuti dell’Expo, che invece sta producendo una serie di dibattiti, ufficiali e non ufficiali, sul tema del nutrimento. Lo si evince dai convegni, ma anche dalle pubblicazioni che quest’anno sono uscite e usciranno. Slow Food non ama essere in un posto dove c’è anche il suo contrario, che con regolare gara - ha tenuto a precisare Mc Donald’s - ha ottenuto un suo spazio. (Ma Slow Food ama stare da qualche parte dove non sia solo Slow Food?). Non ci si può fare nulla: è il mercato, con le sue leggi, che di fatto, nella realtà come in Expo vedono l’apecar del cibo accanto al fast food.

Chi vince? Chi sa convincere il consumatore, che in realtà è sempre più accorto e informato, anche se c’è una fascia debole (i giovani e quelli più poveri) che si fa convincere, obtorto collo, solo dal prezzo. Le agenzie di questi giorni, del resto, ci dicono che l’Università di Pollenzo, che fa capo a Slow Food, ha stretto una collaborazione con il Mercato del Duomo, che fa capo ad Autogrill. E qui vien da chiedersi se e perché il “Camogli” (mitico panino di Autogrill) può essere buono, pulito giusto, mentre il Big Mac sarebbe l’ingiusto. Ovviamente è una battuta, che però nasconde un desiderio di coerenza. L’Expo è un circo Barnum, un luogo di mercificazione del cibo? Può darsi, ma perché fare parte della medesima squadra allora? Perché somministrate vini e formaggi a pagamento in fondo al Decumano? Quelli sarebbero buoni, puliti e giusti e il resto orribile? Certo che no.

In realtà poi Slow Food sta facendo un progetto interessante, come quello degli orti, dei mille orti per l’Africa, ma la stessa battaglia per difendere le biodiversità, sia quelle del mare (c’è stato Slow Fish a Genova la settimana scorsa, con una esposizione mediatica meno impattante degli articoli recenti), sia quella di terra, in ogni parte del mondo, è una sacrosanta rivendicazione, un grido d’allarme che merita attenzione. Che tutto questo emerga è un desiderio comune. E che Slow Food ne sia il promotore più convinto è un dato di fatto. Che serve allora scartare il piatto di Expo, denigrandolo, quando invece è più interessante mostrare altri punti di vista, senza prepotenza, ma con la convinzione che quella sia la strada giusta (buona e pulita)?