Oropa e il suo santuario, spulciando tra gli archivi storici

Sulla strada, mentre salivamo in autobus, all’ombra dei giganteschi faggi secolari diedi un’occhiata alla scheda dell’itinerario. Anche quella volta a pranzo era prevista la Polenta Concia. Stavamo per arrivare al Santuario d’Oropa, coricato maestosamente sul dorso delle Prealpi Biellesi. Lì va servito assolutamente e con orgoglio questo piatto tradizionale: una polenta molle da gustare al cucchiaio, con toma e burro fuso amalgamati, purtroppo una delle specialità meno comprensibili per i Giapponesi.

Presi in mano il microfono e indicai una cascina di margari particolarmente curata e raccontai la loro vita, poi del carattere tutto d’un pezzo dei Biellesi, della ricchezza del verde e dell’acqua e infine, proprio mentre il pullman affrontava l’ultima curva a sinistra, cominciai a parlare della Polenta Concia, che ormai anche per me è un piatto del cuore. Dai turisti giapponesi si levavano esclamazioni di stupore per la maestosità del complesso d’Oropa, il luogo di culto mariano più importante delle Alpi. Qui avrei passato la staffetta a Linda, nostra carissima amica, che avrebbe condotto la visita. Ora ero sicura che i miei connazionali avrebbero gustato anche la Polenta Concia con curiosità e rispetto.  

Nel centro di Biella c’è una nuova piccola torteria dal vezzo parigino. Lì mi aspettava Danilo. Quando mi vide mi fece un cenno con la mano attraverso le vetrate della porta laccata color bordeaux. Aveva indosso un caban e portava una pesante cartella. “Scusami, eh, per ieri.” Con la bocca piena di una favolosa torta di ricotta e arancia gli chiesi: “Di cosa trattava la lezione?” La sera prima avevo potuto intravedere la sua lezione tenuta all’Università di Biella. L’età degli studenti era molto varia, c’era addirittura un signore dai capelli bianchi. M’incuriosiva. 

“Era per gli studenti del master e il tema era: come costruire un brand territoriale, naturalmente prendendo Biella come esempio”. 

Dall’aula mi era arrivata, ben distinta fino al corridoio dove aspettavo, la voce dell’eloquente prof. Danilo Craveia, archivista. Il tono era sempre più appassionato. Avevo un appuntamento con lui, ma avevo capito che non era la serata giusta; così avevo rimandato al giorno dopo e me n’ero tornata a casa. 

“Quando si parla di Biella tutti si immaginano la città della lana. Ma chi ha avuto a che fare con la lana sin dall’antichità è stata soltanto la gente di questa parte (e indica verso le montagne). E cosa facevano gli altri? Facevano tante cose diverse e benissimo. Nel 1894 ci fu un commerciante biellese che arrivò al porto di Yokohama in Giappone. Lo sapevi? Allora era un posto lontanissimo, ma lì aveva visto una possibilità di fare affari. Così era partito senza problemi. Ci fu uno che da Ponderano se ne andò negli Stati Uniti a scolpire il Monte Rushmore, divenne il braccio destro di Borglum. Molto spesso porto ad esempio Ermenegildo Zegna, perché la sua storia la conosco bene, ma anche lui ha girato tutto il mondo per proporre i suoi tessuti.  Vedi, secondo me è impossibile parlare del Biellese a senso unico. Se c’è qualcosa che ci accomuna è la mentalità globale, che i Biellesi hanno sempre avuto! Ma niente altro.” 

Danilo continuava a parlare senza esitazione. I suoi racconti pieni di passione per il mestiere e la sua allegria mi attiravano sempre di più e trovavo la sua visione molto originale.  Diceva che un archivio è solo apparentemente un cumulo di scartoffie, ma tutto cambia a seconda di come le si legge. Perlopiù si tratta della piccole cose della vita quotidiana ma, scoprendo i fatti fra le numerose parole degli avi e mettendoli in ordine, Danilo riesce a farci vedere il mondo del passato in 3D; anche perché il suo linguaggio è proprio quello di oggi. 

“Recentemente tutti parlano di crisi dicendo che una così non si era mai vista. È vero che ha alcune particolarità, ma volete ricordarvi dei nostri nonni? Cos’hanno visto i nostri nonni? Uno dice che è peggio del ’29.  Ma un momento… Forse non sarebbe meglio andare a cercare che cosa fosse veramente successo nel ’29?  Ho letto le lettere del vescovo di Biella, scritte 150 anni fa. Lui era andato in Siria e scrisse cosa stava succedendo e cosa aveva visto laggiù. Togliendo la data, se io dicessi che sono state scritte 10 giorni fa, tutti ci crederebbero. Di tutto quello che sta accadendo oggi, se tu avessi letto gli archivi, non ti stupiresti assolutamente. Forse quelli della nostra generazione e quella successiva faranno fatica ma poi, ne sono sicuro, scatterà qualche molla e cambierà qualcosa!”  

Guardavo lo sguardo vivacissimo di questo ragazzo molto più giovane di me, che mi raccontava tutto del passato e del futuro e mi stava facendo capire che il tempo che stiamo vivendo non è che un attimo infinitesimale del percorso immenso della storia, e che è inutile montarsi la testa, ma bisogna affrontare ogni giorno con i piedi per terra. 

Casualmente, proprio il giorno successivo, ho potuto conoscere un professore universitario di storia che, analizzando i sommovimenti e le idee che determinano i destini dei popoli, ha finito per farsi trascinare in una visione dell’umanità pessimistica, con previsioni apocalittiche sul futuro. 

Mi ha colpito tantissimo il gap fra lo storico che guarda i fenomeni da lontano e l’archivista che raccoglie piccole parole dagli avi. Sarà perché le grandi idee e le loro conseguenze mi sfuggono, ma Danilo ha saputo trarre dalle sue carte una ventata di coraggio e di ottimismo veramente salutare.    

“Ora parliamo d’Oropa. Per partecipare all’Expo abbiamo fatto una certa ricerca sui cibi nel nostro territorio. E fra gli archivi d’Oropa ho scoperto molti “lasciti testamentari” dei Biellesi. Molti devoti della Madonna Nera, soprattutto quelli senza figli, lasciavano il loro patrimonio al santuario, tra cui anche molte cascine. Di queste Oropa ne vendeva alcune ma, quelle in migliori condizioni, le affittava ad un massaro, chiedendogli in cambio la metà del raccolto. Per questo Oropa non ha mai avuto problemi di approvvigionamento: formaggi, latte, riso, meliga, burro, vino, legumi, castagne e noci; era quasi tutto a chilometro zero, perché tutto arrivava da Biella e dintorni.  Tutto questo ben di Dio non veniva consumato soltanto dai religiosi d’Oropa, ma lo si offriva anche ai pellegrini, perfino ai viandanti.  Si beneficavano i poveri, senza guardare chi fossero; per tutti c’era una minestra di riso, latte e castagne, se no un piatto di polenta concia con un bicchiere di vino. Questo lo si faceva per carità cristiana, ma proprio per questo i credenti facevano altre donazioni ad Oropa. Insomma era un grande sistema che si autoalimentava, cominciato dal ‘600 e durato per circa 300 anni.  Una cosa pazzesca! 

In inverno Oropa rimaneva spesso isolata per la neve;  perciò ai religiosi abbisognava una scorta di cibi ricchi di proteine, tipo merluzzo e acciughe sotto sale. Il merluzzo veniva cotto con cipolla e latte e con le acciughe si faceva la bagna cauda. Incredibile, eh? C’erano anche tante spezie per fare i salumi. Sai Oropa era un paradiso enogastronomico. Tutta questa storia è finita dopo l’unificazione d’Italia; il Santuario ha dovuto cedere tutti i beni non destinati a scopo religioso, così ha venduto quasi tutte le cascine. Io, però, ho tirato giù dagli archivi tutti i cibi d’allora ed ho rielaborato tutte le ricette con l’aiuto della chef Mina Novello. Così, in questi mesi, i ristoranti di Oropa ripropongono i menu di quel periodo”. 

Quindi anche per noi un piccolo pezzo del passato emergerà dagli archivi in forma di menu e passerà per le mani di molte persone, partendo da Danilo.