La Fondazione Barilla fa il punto in vista della Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare: “Ogni anno buttiamo 145 kg di cibo pro-capite, come 1.500 piatti di pasta”

750milioni di euro, ovvero 1,3 miliardi di tonnellate di alimenti che ogni anno nel mondo vengono gettate ancor prima di arrivare sulla nostra tavola, mentre un quarto di questo stesso cibo potrebbe sfamare gli oltre 815 milioni di persone che soffrono la fame.

E’ il dato emerso nell’ultimo rapporto del Food Sustainability Index - l’osservatorio creato da Fondazione Barilla e The Economist Intelligence Unit. Una fotografia che evidenzia come, nonostante le buone pratiche messe in atto a livello globale, siano ancora troppi gli sprechi alimentari, con effetti negativi non solo a livello sociale, ma anche ambientale (basti pensare che il gas metano prodotto dal cibo smaltito in discarica è 21 volte più dannoso della CO2 ndr).

A livello di “best practice” nella battaglia contro gli sprechi la Francia, la Germania e la Spagna figurano tra i Paesi più virtuosi, mentre per Indonesia, Libano ed Emirati Arabi la strada è ancora in salita. Promossa anche l’Italia, che raggiunge il 4° posto grazie alle politiche messe in campo nell’ultimo anno, dalla semplificazione delle procedure per le donazioni degli alimenti invenduti al recupero di cibo da donare ai più bisognosi, risultando il Paese che ha fatto più passi in avanti per quanto riguarda la filiera alimentare (dal 3,58% di cibo gettato nel 2016 al 2,3% del 2017). Meno bene per il consumo domestico, dove sono ancora 145 i kg di cibo buttati annualmente da ogni italiano, l’equivalente di 1.000 mele, 1.500 piatti di pasta o 750 confezioni di legumi in scatola. Un ruolo, quello dei cittadini, che per il presidente del Barilla Center for Food and Nutrition Luca Virginio resta ancora cruciale e che dev'essere incoraggiato da un cambiamento culturale. 

Intanto, in vista della Giornata Nazionale di Prevenzione dello Spreco Alimentare in programma il prossimo 5 febbraio, a far riflettere è anche un altro studio realizzato dall’università svedese di Karlstad, che ha individuato in 7 categorie ortofrutticole la maggior concentrazione di sprechi operati dalla grande distribuzione.

A trainare la “black list” sono le banane, per via dei ridottissimi tempi di maturazione e del maggiore impatto ambientale, seguite da mele, pere, uva, pomodori, insalata e peperoni. Secondo i ricercatori, questi 7 prodotti occupano la metà degli scarti di frutta e verdura fresche nei negozi. “Potenzialmente - affermano i ricercatori - lo spreco di cibo si potrebbe ridurre concentrando l’attenzione su questa cerchia ristretta di aliemnti, con vantaggi per l’ambiente ma anche per le tasche dei consumatori”.