venerdì su Avvenire, in terza pagina è uscito questo mio articolo che vi prego di diffondere e di condividere sui social

Il 16 di gennaio, per qualcuno, rappresenta la data di una sconfitta: da oggi in 9 carceri non saranno più le cooperative sociali coi detenuti a fare i pasti della mensa, giacchè la sperimentazione è finita. Così si legge nelle motivazioni ufficiali, che mercoledi erano al centro della “penultima cena” organizzata dalla Cooperativa Giotto nel Carcere Due Palazzi, con 150 invitati, fra autorità ai massimi livelli e sostenitori.

Ma questa sperimentazione è andata proprio così male? Macché è andata benissimo, a vedere i commenti ai rapporti di questi 11 anni. Ed ha attuato esattamente ciò che viene auspicato dalle stesse autorità di governo: il carcere come occasione di inserimento sociale, abbassando la recidiva. In Europa queste cose le chiamano “best pratices” e le finanziano pure. A questo punto viene da pensare che bisogna essere in un Paese senza capo né coda, ossia senza un progetto, se si deve assistere inerti alla chiusura di una cosa che funzionava bene, anche dal punto di vista del risparmio, oltreché degli obiettivi. A Padova, nel carcere Due Palazzi dove nasce fra l'altro un panettone famoso (e buonissimo) la cooperativa Giotto ha lanciato una provocazione per dire che non può essere finita un’esperienza del genere; ma anche per denunciare che c’è un modo di decidere a suon di docce fredde che non fa onore a nessuno.

Poco tempo fa era a rischio il finanziamento ad attività di assistenza ai più poveri, poi rientrata grazie al ministro Martina; oggi siamo a un'altra mortificazione di quello che viene definito il "sociale". E questo giornale è sempre stato in prima fila a denunciare, a raccontare ma anche a raccogliere le attese smentite da parte delle autorità competenti. Tuttavia c'è qualcosa che non torna: chi c'è alla testa di questo Paese? E non ci riferiamo alla congiuntura, ossia al vuoto che intercorre dalle dimissioni alla nuova elezione del presidente della Repubblica. Si ha insomma la sensazione che la voce della periferia, di chi è tutti i giorni a contatto coi bisogni, sia diventata flebile, senza rappresentanza, senza possibilità di incidere più nella politica. E della “penultima cena”, a parte Avvenire e i giornali locali, non v’è grande traccia.

Il centralismo che si arrocca nelle ragioni della sua burocrazia, sembra diventato irraggiungibile: prima distrugge, poi magari ricrea, chissà. Siamo alla governabilità dell’incertezza. Si è rotto qualcosa nella comunicazione verticale fra istituzioni. E non solo la mano destra non sa cosa fa la sinistra, ma neppure la testa comanda il resto del corpo. Del resto non può che essere frutto di un Paese malato cancellare ciò che funziona per ritornare indietro di anni. C'è una cura per uscire da questa impasse o dovremo rassegnarci in attesa della prossima iniziativa di cui provare vergogna?