Il giornalista e il fotografo erano già usciti dall’hotel. L’umidità, assorbita dalla moquette, si diffondeva con il riscaldamento e mi soffocava. Mi affrettai ad aprire la porta ed entrò l’aria gelida del mattino. Eravamo a fine marzo alle 5 e mezza. Controllai ancora una volta come mi ero vestita. Un maglione spesso, una giacca di velluto a coste imbottita e sotto il jeans avevo le calze lunghe di lana. Le cose più pesanti che mi ero presa per il viaggio. Non potevo che partire così.

Francesco Ghislanzoni, detto Ceko è un pescatore del Lago di Lecco e ha anche una pescheria (Da Ceko il Pescatore: piazza Era, 8 - Lecco - tel. 0341284101). Avevo chiesto di uscire a pesca con lui con il giornalista e il fotografo perché raccontare di un pescatore in Lombardia, dove non c’è il mare, avrebbe sicuramente stupito i lettori giapponesi e poi i missoltini sono un prodotto interessantissimo. Ma, quando mi presentai al suo negozio, il giorno prima della ripresa, il signor Ceko, fissandomi con quegli occhi appoggiati direttamente sulle guance da pacioccone, mi indicò con l’indice e disse “Tu non vieni!” … Porta sfortuna se una donna sale sulla sua barca?  Oppure è un maschilista tremendo?  Ad ogni modo, se insisteva, sarebbe diventato un grosso problema. Nascondendo il mio timore, cercai di convincerlo promettendo di fare la brava. Ceko mi squadrò ancora da capo a piedi e, alla fine, fece un mugugno e se ne andò.  
C’erano 4 gradi. Ma la foschia che si alzava dall’acqua era dolce e ci affascinava rendendo misteriosi i pendii delle montagne che circondano quel lago. Noi tre giapponesi eravamo saliti sulla barca con entusiasmo, ma Ceko guardò addosso al giornalista e gli disse “Ti sei vestito troppo leggero…” Quello, che portava orgogliosamente una tuta da jogging supertecnologica, gli rispose con baldanza che non c’era niente da preoccuparsi. Ceko scrollò le spalle.

Dovevamo ritirare le reti calate il giorno prima. All’inizio andò tutto bene. Mentre Ceko tirava su la prima rete vedemmo luccicare la pancia dei pesci color argento. Il fotografo scattava come un matto. Ceko mormorò che, secondo la sua sensazione, non sarebbe stata una giornata positiva, ma noi saltavamo sulla barca per la gioia. Gli schizzi d’acqua ci bagnavano, ma non ce ne fregava nulla. Tuttavia, già alla seconda rete, la musica era cambiata. Dove ci eravamo bagnati, il vento gelido ci trapassava senza nessuna pietà e cominciavamo a sentire la temperatura corporea che si abbassava. Tutti sapevamo che quello era un lavoro lungo e all’alba mancava ancora troppo tempo. Il freddo, che entrava dalle maniche della giacca, mi faceva battere i denti, ma non potevamo di certo chiedergli di farci scendere, anche perché probabilmente ci avrebbe buttati nel lago. Il fotografo stava scattando sempre con entusiasmo. Io curvai la schiena e cominciai a fregarmi le mani. All’improvviso il giornalista con la tuta supertecnologica si alzò sulla barca e, senza perdere l’equilibrio, cominciò a battere i piedi come per fare una corsa. Ma non bastava, allora aggiunse anche dei versi strani.  Ceko faceva finta di non vedere tutto questo casino nella sua piccola barca e continuava a tirare la rete. E i pesci della vasca aumentavano poco per volta.

“Ehi, tu sei una donna. Prendi questo per evitare il vento.” Per compassione mi gettò un grembiule di gomma da pescatore completamente impermeabile. Il giornalista e il fotografo mi guardarono con molta invidia. Tirò su un’altra rete e, mentre staccava i pesci, la barca si bagnava sempre di più. “Nh!!!” all’improvviso Ceko fece un verso strano che non avevo mai sentito. Nella rete era finita una grossissima carpa da 70 o 80 cm! Per tirarla su la barca con 4 persone barcollava e gridammo anche noi intimoriti dalla forza della povera carpa che saltava dappertutto nella barca. Il Ceko se la rideva sonoramente.

Da quel momento, come se fosse scoppiato qualcosa dentro di lui, cominciò a raccontare. Nato in una famiglia di pescatori da generazioni, in un certo momento anche lui si era lasciato attrarre dalla “fabbrica”. Ma alla fine aveva sentito la mancanza del suo lago ed era tornato a fare questo mestiere. Massimiliano, suo figlio, che ci fece poi vedere con passione tutte le fasi della produzione dei missoltini, dalla preparazione degli agoni sotto sale alla pressatura, s’è convinto di continuare la tradizione, ma all’inizio Ceko non voleva. Fare il pescatore qui non è una vita facile. Infatti il numero dei pescatori sul lago di Lecco è in continua diminuzione e, già 10 anni fa, c’erano meno di 20 persone.  Mentre ascoltavamo il racconto del Ceko, i lavori della pesca andavano avanti uno dopo l’altro molto velocemente e i pesci nella vasca aumentavano sempre di più.

Mentre dondolavamo con lui sulla barca, mi resi conto che mi aveva detto di non venire per una sorta di gentilezza un po’ rozza alla Tex Willer e aveva taciuto durante la prima metà del lavoro perché il suo cuore da gigante buono era preoccupato di non poter far vedere una buona pesca a chi era venuto da 10 mila chilometri di distanza. Credo che riuscimmo a percepire questa rude, ma calda gentilezza del Ceko, perché tutti noi tre siamo ancora di quella generazione di Giapponesi cha ha avuto dei padri molto duri. Erano nati prima o appena dopo la guerra e furono costretti a esprimere solo durezza, ma ci lasciavano sempre qualche piccolo segno di affetto che bastava a farci felici.
Esprimono bellezza i missoltini del Ceko messi in perfetto ordine. Vengono pressati piano piano aspettando la loro maturazione. Così si elimina la maggior parte del grasso, ma ne rimane ancora. Prima di conoscere il Ceko, i pesci d’acqua dolce non mi dicevano un granché, ma il magico equilibrio fra dolcezza e salatura dei suoi missoltini mi ha entusiasmata.

Devo questa meravigliosa esperienza a Mario Cornali, uno dei migliori cuochi di Lombardia anche secondo la guida del Golosario (Ristorante Collina: via Ca’ Paler 5 - strada per Roncola San Bernardo - Almenno San Bartolomeo - tel. 035 642570). Per Mario, Ceko è un collaboratore immancabile alla realizzazione dei suoi piatti magnifici a km ZERO. Quando dissi al pescatore dove saremmo andati a mangiare dopo la visita, mi diede una busta di nylon con dentro un po’ di pesci appena pescati dicendo: “Portali a Mario e fatteli cucinare da lui. Ma digli che ho detto così: non rovinare ‘sti pesci!  perché lui non sa cucinare bene.” E poi fece un verso “heh!” con un piccolo sorriso.