Amarcord lancia una nuova linea. Innovativa sotto molti punti di vista

Quanto conta il mastro birraio? E’ l’equivalente dell’enologo o forse qualcosa ancora di più? La ricetta nell’universo brassicolo è molto, se non tutto. A legarla in maniera univoca al territorio c’è l’acqua, che è la materia prima quantitativamente più importante e poco altro. Il resto è fantasia e tanta matematica nell’utilizzo di materie prime che possono essere locali o importate, a seconda della birra che si vuole creare. Una buona ricetta può essere esportata al contrario di una vigna e i mastri birrai - a fronte di un interesse crescente verso il mondo della birra - possono diventare le star gastronomiche del futuro prossimo. Firmano le ricette, giocano con le ispirazioni, hanno di fronte un universo molto ampio che non sottostà alle norme imposte dalla territorialità del vino.

La dimostrazione ci arriva da un nuovo marchio lanciato da Amarcord. Si chiama Bad Brewer, attualmente conta tre tipologie di birre, una amber ale, una pale ale una california common. Tre stili di impronta anglosassone (quindi lontano dalla tradizione a cui si rifà il marchio Amarcord). I primi due molto diffusi; il terzo, il california common (o steam beer), identifica invece una birra a fermentazione “tiepida” (utilizzo dei lieviti della lager a temperature leggermente più alte) con un risultato che oscilla tra la lager e la ale. Le prime due sono firmate da Andrea Pausler, il birraio di Amarcord, la terza è invece opera di Giovanni Campari del Birrificio del Ducato. La firma dei mastri birrai è già apposta nel retro etichetta. Ci confidano che queste sono solo le prime collaborazioni effettuate. L’idea è quella di procedere con altri mastri birrai: “E’il concetto speculare al beer firm - spiegano da Amarcord - loro hanno le ricette e non hanno lo stabilimento produttivo; noi abbiamo le strutture e giochiamo con le ricette”.

La grafica aiuta a comunicare la rottura: grande spazio al marchio Bad Brewer (quindi “cattivi birrai”), il disegno realizzato da un artista e l’indicazione dello stile birraio di riferimento. Il richiamo alla street art è palese, i testimonial scelti sono skater, street artist e street chef. Al di là dell’operazione di marketing, colpisce soprattutto la scelta di indicare nel retroetichetta oltre al grado plato, la scala EBC , utilizzata per i colori della birra (tanto per intenderci una chiara è sotto i 12° EBC e fino ai 20° è un’ambrata) e quella IBU (che si riferisce invece al grado di amaro) riportata anche a grandi caratteri sull’etichetta. Target giovane, ma ben informato. E una svolta nella comunicazione grafica che segnalala voglia di informare (in quanti chiederanno cos’è quel 24 IBU?).

Dai nostri assaggi sono risultate birre decisamente beverine, fresche, che non cercano picchi. La California common ha schiuma compatta, profumi agrumati ben evidenti, una luppolatura appena accennata. La Pale Ale ha una schiuma meno voluminosa e altrettanto compatta, di un bel colore dorato, al naso ha profumi di resina e luppolo, che in bocca si traducono in un gusto rotondo con una lunga nota amara nel retrogusto. La Amber Ale ha colore ambrato tendente all’arancio, poca schiuma; al naso è gradevole, con profumi tenui di frutta e fiori. In bocca allo stesso modo segue la strada della tenuità con un luppolo non aggressivo. Sono tre birre estive, piacevoli. Birre da bere, con un fritto di pesce, in compagnia, che però già introducono a un progetto interessante. Da cui, però, possiamo aspettarci molto di più.