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A Torino vita da bar

Motoko Iwasaki | 20-10-2017

Alla ricerca della vera "torinesità" tra i bar del capoluogo piemontese

Dal Bar Sweet uscimmo con passi pesanti. Striscioni, magliette, insegne col teschio, al banco, in mezzo a mille oggetti della fede granata, avevamo bevuto un sorso di caldo e buonissimo caffè. Avevamo provato una grande emozione a osservare i “Belli e Cattivi” in carne e ossa, fieri custodi dell’epopea del Grande Torino. Ero convintissima che proprio lì, fra gli Ultras della squadra più sfortunata del mondo, avremmo trovato qualche momento di torinesità senza finzioni.
Ma con spietata durezza il padrone rifiutò la mia richiesta di intervista. Niente da fare. Il mio maritone, cacciandosi in tasca Torino è casa mia di Giuseppe Culicchia, cercava di convincerlo, ma stava anche lui surriscaldandosi e perdendo la pazienza. Mancava poco che rivelasse di essere juventino. Pericolosissimo! Era meglio uscire di là al più presto.
Uscendo ci trovammo di fronte allo spesso muro dello “Stadio Filadelfia”. In quel giorno stavamo girando per la città lì e là, prima dell’arrivo dei giornalisti dal Giappone.

“Caffè?”
Mentre allunga la mano al lavatore della macchina, chiede al cliente e, non appena percepisce anche solo un cenno, appoggia un piattino sul bancone e…drin! ci scivola su un cucchiaino da caffè.
Gli inviati giapponesi si portarono a casa 9 figure vivaci di baristi tornesi di 9 bar, noti o non conosciuti, dove si preparano 500/1.000 caffè al giorno.
Il mondo che ti regala ogni bar insieme a un caffè da 1 euro non è mai uguale. Ma quelli dove ci siamo divertiti a fare il nostro lavoro, avevano tutti un aspetto in comune. Erano quelli con i clienti che giravano a zonzo dietro di noi durante il servizio e, non appena trovavano un filo comune nella nostra conversazione con il padrone… intervenivano. Da Emilio Ranzini, dietro Piazza Reale, i giovani frequentatori ci hanno pure intervistato, e anche noi, stuzzicando le fantastiche polpette e le bruschette preparate dal sig. Mario, titolare di quel locale molto caratteristico, facemmo a tutti mille domande. Così riuscimmo a catturare un po’ dell’atmosfera di quell’affascinante locale e una bella fotografia del sig. Mario e di suo figlio.

Il più felice di essere intervistato è stato sicuramente il sig. Sergio del bar Maggiora, il cui punto di forza è un croissant chiamato “Vipera” che può produrre con la sua leggerezza e la soave fragranza, fin dal primo morso, effetti collaterali. Noi, estasiati, riuscimmo a malapena a seguire tutta la sua storia intensa, raccontata con la velocità dell’entusiasmo, mentre il fotografo scattava freneticamente. Anche qui i clienti affezionati ci osservavano con simpatia e con grande curiosità. Per la loro educazione e la riservatezza, cercavano di non disturbarci e ci osservavano a distanza, centellinando lo zucchero croccante sulla pasta del croissant, che ricorda davvero le squame di un serpente. Tuttavia, quando rivolgevamo qualche domanda anche a loro, erano sempre pronti a rispondere vivacemente e senza esitazione.
Con i miei connazionali provammo ben più di 30 bar e riuscimmo a citarne sulla rivista poco più della metà. Quello che cercavamo non era né la storia, né la bellezza estetica del locale. Era la figura vera della gente di Torino e la loro vita, di quelli che si trovano da una parte e dall’altra del bancone. Quanto sarebbe stato bello se io avessi potuto far loro vedere una Torino come quella del Bicerin di molto tempo prima dell’Olimpiade, dove ci serviva una signora dai capelli a caschetto sempre col muso lungo, sembrava quasi offesa nel fondo dell’anima da qualcosa ma, già al primo sorso, subentrava la simpatia per la soave bontà della bevanda fumante, o quella Torino di Mulassano, dove la padrona che stava seduta alla cassa, rivolgendo la parola solamente a pochi eletti che sicuramente conosceva da almeno trent’anni, mi fece un lieve sorriso, appena con la coda delle labbra, perché si era ricordata di avermi visto qualche mese prima.
La soddisfazione e la sicurezza di sé ottenute attraverso il grande successo dell’Olimpiade del 2006 hanno insegnato a sorridere di più a tutti i Torinesi. Ma dove saranno finiti, al tempo dei social, i diavoli che, dopo mezzanotte, si radunavano in fondo a Corso Garibaldi? Si saranno trasferiti da qualche altra parte? Ho la sensazione che quel piccolo indimenticabile fascino, da estate di San Martino, sia quasi sparito dalla nostra città.

Quel giorno, uscendo delusi dal Bar Sweet, abbiamo gridato il nome di “Culicchia” per la disperazione. Ma, in fondo quello era un posto vero, dove sicuramente i pochi (poveri) diavoli di Torino erano ancora di casa.
A Sergio di Maggiora è venuta l’idea di arrotolare i tramezzini come fossero maki sushi giapponesi.
Dopo 2 anni di elaborazioni e prove, ci ha chiamati a provare queste sue opere supreme. Li ha battezzati “Maggiorini”: crudo e certosa, salsiccia di Bra, pere e toma, tonno e carciofi, così via. Nemmeno uno con un gusto banale.
“Sta’ attenta, eh! Sembrano piccoli ma hanno un volume.”
Anche questi Maggiorini sono velenosi come le sue “Vipere”.

L’anno scorso Giuseppe Culicchia, l’indiretto consulente di quest’avventura giornalistica, mi ha intervistata su questo servizio. Ho provato a raccontargli nel modo migliore possibile quello che avevo visto e percepito in questa città che amo.
Perché in diversi angoli di Torino resistono ancora quei diavoli dal fascino irresistibile e mi auguravo proprio che potessero viverci ancora per un po’, se è possibile.  

Bar Sweet
via Filadelfia, 29/a
10134 Torino

Caffè Vini Emilio Ranzini
via Porta Palatina, 9/g
10122 Torino
tel. 0117650477

Pasticceria Bar Maggiora
corso Fiume, 2
10133 Torino
tel. 0116604647

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