“E speriamo che l’anno che arriva sia migliore di quello che va”.
Ogni volta, al 31 dicembre, è la solita solfa. Ma io non ci sto: l’anno passato è stato bellissimo, per il sol fatto che c’ero e che questo, anche questo, è stato il mio anno. Io poi compio gli anni all’inizio di un nuovo anno e i miei genitori dicevano che per un paio di giorni avevo perso un anno (ma un anno non si perde mai). Detto questo io preferivo sempre i giorni dell’anno vecchio perché c’era il Natale, mentre ai primi di gennaio scendeva una certa mestizia, rallegrata soltanto dai mandarini che trovavo nella calza della befana, insieme al carbone dolce.

Pochi regali per il mio compleanno: passata la festa gabbato lu santu. Detto questo trovo stucchevole l’ingratitudine verso il presente. Lo dico pensando al mio amico Ricky, che è uscito da una brutta malattia (e non è da ricordare questa ventata di speranza?), oppure ai timidi segnali di una certa ripresa, in cui in verità ho sempre creduto. Maurilio Baudracco ha 72 anni, e lavora da 55 anni. Ha una gastronomia quasi di fronte alla stazione di Porta Nuova a Torino e chiacchierando mi ha ha detto: “Abbiamo fatto un bel Natale”. E lui intendeva il fatto che la gente non ha più mollato una qualità riconosciuta, fosse anche solo per un giorno. Anche se poi il divario fra chi può e chi non può cresce e in mezzo c’è il paradosso dello spreco che è un po’ come non volersi accorgere di dove bisogna tagliare. Guardo l’anno passato col pensiero della mia nipotina, figlia di mia nipote Diana, che è uno stimolo, per il sol fatto che c’è, ad andare avanti. E cosa fa andare avanti la volontà, il mondo, se non qualcosa che muove l’animo? Cos’è l’assunzione di responsabilità (che sta mancando da tanto tempo, anche nella classe politica) se non l’impeto di garantire un futuro, una continuità.

Io penso che le nostre generazioni, quelle cresciute nel secondo Dopoguerra, quelle del boom degli Anni Sessanta, per intenderci, che avevano il canto (oggi è sparito, chi lo ricorda più il motivo dell’anno?) abbiano ricevuto tanto seme. E parlo del seme della fiducia, della propensione a lavorare, dell’iniziativa. Quella che ha preso mio figlio, da solo, senza che nessuno glielo chiedesse: parte per l’Inghilterra, per imparare l’inglese, perché l’orizzonte è il mondo, se si è coscienti. Non dovrei guardare con benevolenza il 2014, che è stato un anno dove pure il vino si è aggiustato?

Speriamo che l’anno che arrivi sia migliore” è una frase ipocrita: e chi la pronuncia nemmeno ci crede. Anche perché un anno è migliore se nel quotidiano hai trovato qualcosa che ti sorride di dentro. E la vita è essa stessa un sorriso. Ciao 2014: adesso mi rimetto a pensare. E chissà quante altre cose belle ritrovo nei meandri dei miei ricordi. Si ricomincia a vivere, anche se in verità non abbiamo mai smesso: di vivere e di lottare.