Un’esperienza di sushi cinese

Tiger Roll, Dragon Roll e Spicy Salmon: davanti a me un sushi dai mille colori, ho separato vistosamente le due bacchette di bambù con un suono secco. Preparare il sushi a casa mia non è male ma, a volte, mi viene la voglia irresistibile di mangiare quelli preparati da qualcun altro. “Tutto bene?” è comparsa una ragazza asiatica dietro la mia schiena con un sorriso simpatico. “Certo che va tutto bene!” le ho risposto senza esitazione. Vi prego di non essere sospettosi anche se due donne asiatiche parlano in italiano. Lei è la giovane proprietaria cinese del ristorante di cucina fusion “Gao” al centro di Biella e si chiama Xueqin Gao, ma si fa chiamare Elisa.
Fregandomene della faccia stupita per l'appetito del mio maritone, mi sono riempita la bocca con un altro pezzo di Dragon Roll, riso e anguilla arrostita in agrodolce avvolto con avocado al posto delle tradizionali alghe Nori.

All’inizio degli anni ’90 suo padre lasciò la Cina in cerca di lavoro e, quando potè, si fece raggiungere dalla famiglia. Così Elisa, sua madre e suo fratello arrivarono in Piemonte. Dopo aver finito la scuola, cominciò a lavorare in un noto ristorante cinese di Torino dove riuscì a imparare bene e in poco tempo il suo mestiere. Così poté aprire in pochi anni il suo locale. Era il 2010, aveva solo 24 anni quando aprì questo ristorante in una città nuova, Biella. Fu un successo fin dall’inizio.
La sala arredata in grigio scuro e la cucina dallo spazio limitato, ma ben sistemato, sono sempre pulitissime, fin nel più piccolo angolo. Elisa sa bene quanto gli Italiani siano sensibili alla pulizia e come soprattutto i Biellesi, tra cui i molti che lavorano nel settore tessile, siano quasi maniacali sia sul lavoro sia a casa loro.

Per di più molti clienti vengono da lei per mangiare il sushi o il sashimi per i quali si usano pesci crudi; infatti fu uno dei primi locali in città a utilizzare l’abbattitore di temperatura. In un pezzo di sushi preparato da lei puoi trovare anguilla arrostita in salsa agrodolce, uova di salmone sotto sale, gamberi fritti, salmone condito piccante con sesamo o zenzero sottaceto; ogni boccone è una piccola arca di Noè fatta di riso bianco dove vengono caricate più cose possibili, ma in armonia, come se si fosse alle olimpiadi del gusto. Certo che è completamente diverso dalla delicatezza totale di quello preparato dai Giapponesi. Da noi c’è più ricerca sulla consistenza e il gusto del pezzo di pesce: tagliato a fette in maniera impeccabile, si unisce a quello soave del riso bianco solo quando viene messo in bocca insieme al wasabi e alla salsa di soia. Tuttavia per me, il suo sushi, come una bomba di gusti diversi, è veramente interessante e soprattutto mi tira su di morale!
Elisa è capace di inventare questo tipo di piatti uno dopo l’altro e li prepara con il massimo impegno per poter accontentare i suoi clienti.
Parlando fluentemente la lingua italiana, accoglie con piacevoli conversazioni ed è curiosa di conoscere tutto quanto riguarda la vita quotidiana della sua patria d’elezione. In inverno, almeno una volta all’anno, viene a casa nostra per mangiare la bagna cauda e, per una volta, ha provato addirittura la polenta concia.

È una grande lavoratrice, allegra e solare che non si lamenta mai. I Biellesi, giovani e meno giovani, signori ma soprattutto signore, conoscendo il suo modo tenace di vivere, frequentano ben volentieri il suo ristorante e non sono pochi quelli con cui ha fatto amicizia.
Per noi stranieri, cresciuti in Paesi con cultura e valori di vita molto diversi, pur capendo la lingua, è una fatica comprenderne le sfumature profonde e, in qualsiasi stato si vada, non è facile vivere ottenendo la fiducia della gente del posto. Non possiamo che darci dentro con impegno, precisione e curiosità. Ma non sempre si riesce a ottenere il riconoscimento dei propri sforzi. In ogni caso non esiste alcuna scorciatoia.

Io ed Elisa abbiamo avuto, però, una fortuna. I Biellesi, in genere considerati come una razza dura, col carattere chiuso tipico della gente di montagna, in realtà per il loro mestiere laniero sono sempre stati obbligati a girare per il mondo quando gli altri, in Italia, difficilmente si muovevano da casa. Tra loro si trovano tante persone con una buona conoscenza sia della cultura cinese che giapponese. E io credo anche che, mentre cercavano con il loro impegno di costruire una storia in cui la qualità della lana biellese venisse riconosciuta come la migliore del mondo, sia cresciuta la capacità di accettare chi fatica senza guardare il colore della pelle. E non sarebbe neanche strano che succedesse la stessa cosa nelle diverse città d’Italia che hanno qualche artigianato famoso, di quelli che hanno fatto conoscere nel mondo il Made in Italy.
Guardando la sorridente Elisa scambiare due chiacchiere con una coppia di una certa età, ho provato anch’io un po’ di coraggio ad affrontare la vita. Anche oggi Elisa avrà inventato un altro sushi carico d’energia sognando “chissà come sarà questo Giappone”. Questa mia amica è sicuramente una delle persone che mi piacerebbe accompagnare un giorno nel mio Paese nativo!