Assaggi delle e dalle colline di Valdobbiadene
Ci sono degustazioni in cui si parla soprattutto di vino. E poi ci sono incontri in cui il vino diventa il punto di partenza per raccontare molto altro. Il press lunch organizzato da Le Colture presso D'Amblé Bistronomia, a Torino, è stato uno di questi.
Per qualche ora le colline di Conegliano Valdobbiadene sono arrivate nel cuore della città attraverso i racconti di chi quel territorio lo vive ogni giorno. Non con numeri o slogan, ma attraverso i vini, le persone e le sfide che oggi caratterizzano una delle denominazioni più conosciute d'Italia e, allo stesso tempo, tra le più fraintese.
Perché il vero tema emerso durante il pranzo è stato proprio questo: il valore.
Quando si parla di Prosecco, infatti, si tende spesso a utilizzare una sola parola per descrivere mondi molto diversi tra loro. Da una parte una denominazione che supera i seicento milioni di bottiglie all'anno, dall'altra il Conegliano Valdobbiadene DOCG, che ne produce poco più di ottanta milioni. Due realtà che condividono un nome ma che raccontano territori, costi produttivi e filosofie completamente differenti.
Basta osservare il paesaggio per capirlo.
Le colline di Valdobbiadene sono fatte di pendenze importanti, piccoli appezzamenti, lavoro manuale e vigneti che spesso richiedono una vera e propria viticoltura eroica. Qui il concetto di territorio assume un significato concreto e quotidiano.
In questo contesto colpisce la storia di Le Colture, azienda familiare fondata nel 1983 dalla famiglia Ruggeri e oggi guidata dalla seconda generazione. I circa quaranta ettari di vigneto di proprietà rappresentano una rarità per una zona così frammentata e consentono un controllo diretto della filiera, dalla vigna alla bottiglia. La degustazione ha raccontato bene le diverse anime della cantina.
Il Fagher è probabilmente il vino che meglio interpreta l'immediatezza del Conegliano Valdobbiadene. Diretto, leggibile, capace di mettere d'accordo pubblici diversi senza rinunciare alla propria identità.
Il Gerardo percorre invece una strada diversa. Dedicato al nonno Gerardo Ruggeri e prodotto a partire dalle vigne più vecchie di Santo Stefano, è un Rive di Santo Stefano Extra Brut che mostra una maggiore profondità, una tessitura più cremosa e una persistenza che invita a soffermarsi qualche secondo in più sul bicchiere. È uno di quei vini che aiutano a comprendere come il Conegliano Valdobbiadene possa andare ben oltre l'immagine del vino da aperitivo.
Tra i temi più interessanti emersi durante il confronto c'è stato quello delle Rive.
Quarantatré sottozone distribuite nei quindici Comuni della denominazione, ciascuna con caratteristiche proprie. Una ricchezza territoriale che oggi non è ancora pienamente compresa dal consumatore e che, per importanza identitaria, ricorda il ruolo che i cru e le MGA hanno assunto in altre grandi denominazioni italiane.
Ma il pranzo non è stato solo un racconto del presente. Si è parlato di flavescenza dorata, della crescente pressione del cambiamento climatico e della necessità di ripensare alcune pratiche agronomiche. Temi meno affascinanti da raccontare rispetto ai vini, ma probabilmente decisivi per il futuro del territorio.
Interessante anche il progetto Incalmo, vino che nasce volutamente fuori dalle denominazioni tradizionali. Una scelta che racconta bene una filosofia produttiva aperta alla sperimentazione, capace di rispettare il disciplinare senza trasformarlo in un limite creativo.
Alla fine del pranzo è rimasta soprattutto una riflessione. Il problema del Conegliano Valdobbiadene non è la qualità. Quella emerge chiaramente nei bicchieri e nel lavoro quotidiano dei produttori. La vera sfida è riuscire a raccontarla. Perché finché continueremo a chiamare tutto semplicemente Prosecco, rischieremo di perdere le sfumature che rendono questi luoghi così interessanti: le colline, le Rive, le storie familiari, le differenze tra un vigneto e l'altro.
Ed è proprio in quelle differenze che si trova il valore più autentico del Conegliano Valdobbiadene.
