Di Barrò e il suo vino da petit rouge. E la sorpresa di un passito fine.

Il petit rouge è un vitigno autoctono della Valle d’Aosta. Anzi, probabilmente tra le uve a bacca nera è quella più rappresentativa. Raggiunge la sua massima espressione negli appezzamenti scavati, ritagliati da generazioni lungo la Dora Baltea. A Saint Pierre (Località Chateau Feuillet, 8 • tel. 0165 903671) la famiglia Di Barrò (anche se Di Barrò è l’acronimo di BARmaz e ROssan, ex proprietari dell'azienda nonché suoceri dell'attuale titolare, Elvira Stefania Rini) ha il nucleo storico dei suoi vigneti abbarbicati intorno al castello e altri sparsi, che guardano il fondovalle, con vigne di particolare pregio intorno al monte Torrette, che dà il nome alla denominazione. Quella che - già a inizio Ottocento - era considerata tra le migliori zone della viticoltura regionale.

Di Barrò, oltre che l’acronimo delle famiglie, significa “Dei barili” quelli che un tempo erano usati per trasportare il succo d’uva dalla vigna alla cantina (succo perché le uve erano già spremute in vigna) e, successivamente, per consegnare il vino nelle case dei nobili e dei mercanti. Quei barili erano gli stessi che ospitavano il vino da petit rouge, che negli anni Ottanta, venne rilanciato dalla denominazione Torrette che proprio Di Barrò fu tra i primi a sostenere. Eppur - ironia del tempo - i barili (anzi le botti) sono uscite dalla cantina, che invece ha preferito l’acciaio per la vinificazione e la maturazione - a lungo - delle uve.

Il Valle d’Aosta Torrette Superiore 2012 resta 10 mesi in acciaio per poi passare in bottiglia dove negli anni prova a smussare le sue spigolature. Il colore è rubino vivo, intenso. Al naso mostra subito una certa complessità, con i profumi floreali e vegetali che ben identificano il vitigno e la mandorla netta, accompgnata da una speziatura non aggressiva, di cannella, mentre sullo sfondo emergono i tratti minerali, di roccia. In bocca è un vino ampio, di corpo, con una alcolicità importante, sostenuta da acidità e un tannino vibrante, ancora quasi acerbo, nonostante i tre anni passati in vetro. Molto gradevole la speziatura che regala nel finale.

Lo Flapì è invece l’interessante vino da uve stramature prodotto a partire da uve di due grandi vitigni europei, il pinot gris e il muscat blanc, gli stessi che danno vita (insieme al riesling e al gewürztraminer) ai grandi bianchi alsaziani. Ottenuto da uve stramature, Il Flapì viene fermentato e affinato tre anni in acciaio. Il risultato è un vino dal colore paglierino tenue, un naso pulito, sottile, quasi timido nelle sue espressioni di frutta secca e nocciole sotto miele. Al palato però dà il meglio di sè: è un vino di corpo, buona alcolicità, il cui il residuo dolce è imbrigliato da un’inaspettata sapidità creando un piacevole contrasto. Di buona freschezza, è perfetto con la pasticceria secca, i brutti ma buoni e le paste di meliga.