I ricordi della festa autunnale in Giappone per ringraziare del raccolto e augurare buona fortuna per l'anno a venire

Non ricordo nessun compleanno festeggiato dai miei, né di aver mai ricevuto un regalo. Quando il sole dell’estate cominciava ad allontanarsi e l’aria asciutta e fresca stazionava sopra orti e risaie, mio padre cominciava ad agitarsi prima di tutti gli altri e smetteva di parlare: diventava ancora più mattiniero e, per capire il momento giusto di svuotare l’acqua dal terreno, passava da una risaia all’altra e controllava la coloratura e la rotondezza del risone. Ma non solo mio padre, anche gli altri facevano meno chiacchiere e parevano preoccupati. Io sono nata proprio in questo periodo, quando tutto il paese veniva posseduto dall’aria di festeggiamento. Ogni paesino della zona ha il suo giorno di festa autunnale per ringraziare della benedizione del raccolto il dio scintoista che protegge ogni villaggio. Da noi era il 20 settembre. Mio padre ci teneva a farci fare anche solo un assaggino del primo riso bianco nuovo dell’anno che era lucido, quasi brillante, così metteva in moto il levigatore. Sin da piccola la gioia del mio compleanno era già compresa in quella più grande della festa del raccolto.

Quando mancava solo una settimana, anche mia madre cominciava a provare disagio. Doveva andare a cercare il salmone sotto sale più grosso e grasso e sgombri freschi e panciuti. In quella zona crescono gli alberi di paulonia e raccoglieva le loro foglie, grandi come un palmo di mano. Poi andavamo a raccogliere le castagne più tonde e grosse e le sbucciavamo.

“Vi prego… non commettete Seppuku (=harakiri)!” Mia madre parlava ai fagioli mentre metteva sul fuoco un pentolone con gli azuki affinché non scoppiassero durante la bollitura. Mentre mio padre filettava gli sgombri al lavandino, lei, al suo fianco, tritava lo zenzero fine fine. Poi, quando lui cominciava ad affettare il salmone, mia madre cominciava a lavare il riso amidoso (moci-gome) nel lavandino che era stato liberato da mio padre. Una volta sola all’anno, finalmente senza litigare, lui e lei giravano e giravano per la cucina e sistemavano tutto, dividendosi meravigliosamente il lavoro. Gli sgombri, il salmone e lo zenzero, messi insieme al riso bianco, venivano avvolti da una foglia di paulonia per fare il sushi pressato. Invece il riso amidoso, unito a fagioli azuki e castagne, veniva cotto a un vapore forte come quello di una locomotiva per far saltare fuori un piatto che si chiama “kuri sekihan" (riso rosso alla castagna: un piatto tipico della festa dove i fagioli azuki tingono il riso di rosso, colore augurale per eccellenza). I protagonisti della tavola del giorno della festa erano senz’altro questi due piatti. Anch’io e mia sorella, a fianco dei genitori, aiutavamo come potevamo asciugando, con uno straccio nella manina, un centinaio di foglie.
Solo in quel giorno ai bambini era permesso essere assenti alle lezioni del pomeriggio. Tornavamo a casa di corsa e, indossando una giacchetta per la festa, con una fascetta attorcigliata sulla testa, ripartivamo verso il tempio. Tutti, piccoli e grandi, portavamo in giro sulle spalle la portantina (mikoshi) che sorreggeva un tempietto con dentro la statuetta della divinità; così giravamo casa per casa per ringraziare del buon raccolto e per augurare fortuna per l’anno a venire. Siccome casa nostra aveva uno spazio ampio nel giardino, diventava uno dei punti di sosta dove, come tradizione, agli adulti veniva servito un bicchierino di sakè con calamari secchi da stuzzichino e una bibita con un dolcettino ai bambini.

A questo punto era necessario che il nostro prezioso riso rosso alle castagne, che andava cotto in un forno installato provvisoriamente in giardino, fosse pronto prima del loro arrivo. Di nuovo mio padre e mia madre giravano e giravano per sistemare tutto perfettamente. Misuravano con il massimo d’attenzione il momento per gettare l’acqua fresca sopra il riso mentre lo facevano cuocere a vapore al fuoco più forte. Poi, appena cotto, il riso rosso veniva rovesciato dentro una bacinella grande. Aveva una consistenza soffice che invogliava l’appetito. Noi, bambine, che lo guardavamo beate, ci prendevamo tutto il vapore sulla faccia. Allora mia madre diligentemente disfaceva quella montagna di riso. Mentre lo lavorava con le mani, la sua bocca chiusa si apriva finalmente in un sorriso. Tutti noi che eravamo lì, però, sapevamo che quel piccolo momento di felicità non sarebbe durato molto, che non era niente altro che un breve riposo.

In quel periodo noi potevamo vedere mia madre una volta sola la settimana, di sabato pomeriggio. Appena tornata dal lavoro, andava a letto e dormiva come una morta per qualche ora per poi ripartire già verso sera e andare all’ospedale dove l’aspettava mia sorella più piccola, gracile e ammalata. Mia madre dormiva sempre lì e, al mattino presto, sostituita da mia nonna, andava alla scuola materna dove faceva la direttrice. Questa sua vita andò avanti per 7 anni. Di quel periodo ho solo ricordi di mia madre stanca, arrabbiata o tristissima. Tuttavia, e ancora oggi per me è un mistero come potesse farcela, nei giorni di quella festa la vedevo a casa e stava in cucina insieme al padre. In realtà sarà stato mio padre a preparare quasi tutto e mia nonna se ne stava all’ospedale a guardare mia sorella. A ogni modo, prima che arrivasse la portantina a casa nostra, lei gettava l’acqua sul riso rosso e, all’arrivo della portantina, andava ad accoglierla e porgeva ai signori un bicchierino di sakè con il sorriso allegro.

Una volta la gente era così. Aspettava con tutto il cuore un evento semplice e lo festeggiava con piatti senza pretese, come una pietanza di verdure coltivate nell’orto di mia nonna, sushi pressato e il riso rosso. La portantina era portata per il paese solo da quelli del posto e tutto finiva, la sera, con una gara di karaoke a cui erano sempre gli stessi che partecipavano.
Come esiste quel momento che diventa indimenticabile proprio perché non l’hai catturato in una foto, così viene inciso un certo affetto nella tua memoria, anche senza parole di augurio o senza un regalino; ti è bastata magari la soffice lucentezza e la dolcezza del riso bianco nuovo a farlo diventare importante, di un’importanza difficile da misurare. Infatti m’è successo, all’improvviso, di ricordare, come fossero successe ieri, cose di 40 anni fa.