Il classico amaro al mallo di noce ha nuova vita con Gargiulo 1966, anche nella versione al cioccolato
Al civico 137 di viale Amendola - il corso principale di Eboli - dal 1966 c’è un’enoteca che ha visto passare la storia del bere italiano: dai vini campani ai grandi terroir italiani, dalle grappe ai whisky più blasonati. Ma la vera evoluzione di Gargiulo 1966 non è avvenuta tra gli scaffali, bensì nel retrobottega. È qui che Carlo Gargiulo e la moglie Angela Caliendo, seconda generazione alla guida dell'attività fondata da papà Vito, hanno deciso negli anni Novanta di non limitarsi a vendere le etichette degli altri.
«Nel 1994 abbiamo iniziato a imbottigliare l’amaro che fino ad allora servivamo solo in negozio», racconta Carlo. Nessuna indagine di mercato, solo le ricette di Angela e una certa ostinazione artigiana. Da quell’esperimento domestico è nato l'Amaro Don Carlo, un prodotto che cerca l'equilibrio tra il rigore del nocino tradizionale e la bevibilità dell'amaro d'erbe. La formula è matematica: 60% mallo di noci, 40% erbe e spezie. «Volevamo togliere l'astringenza tipica del nocino campano, spesso troppo tannico. Abbiamo cercato un incrocio che mantenesse il legame con il territorio ma aggiungesse morbidezza», spiega il titolare. Il risultato è un liquore camaleontico: nasce per essere servito ghiacciato, ma la sua speziatura regge anche temperature da punch caldo o l’uso in miscelazione, dove sempre più bartender lo utilizzano per twist su classici o riduzioni in cucina.
La produzione, oggi attestata sulle 30.000 bottiglie per l'etichetta di punta, ha trovato la sua svolta commerciale nel 2015 a Milano. Il premio ricevuto a Golosaria come miglior Wine Bar è stato l'innesco per uscire dai confini regionali. «È stato il trampolino di lancio. Da lì sono arrivate le richieste dei ristoranti e oltre 50 riconoscimenti nei concorsi di tutto il mondo».
La ricerca della materia prima locale si estende al resto della gamma, disegnando una mappa precisa del territorio: il finocchietto selvatico arriva dalle colline di Amalfi, i mandarini da Sorrento, mentre per la liquirizia si sconfina in Calabria per la garanzia del prodotto Amarelli. Emblematico il Donna Rosalba, tributo alla Piana del Sele attraverso il suo prodotto simbolo: la rucola IGP. Ha un sorso dal profilo vegetale netto e un finale amaricante che pulisce il palato. Non solo liquidi: in vasetto finiscono anche i babà mignon. La tecnica è funzionale alla masticabilità: una soluzione idroalcolica leggera, a soli 10 gradi, preserva la consistenza del dolce.
Più complessa la genesi dell'ultima referenza, il Don Carlo Chocolate. Un azzardo tecnico: non una crema di liquore a base alcolica, ma un amaro vero e proprio lavorato con cacao e latte. «È a tutti gli effetti il primo amaro al cioccolato: la base resta il Don Carlo con la sua struttura, il cacao arriva in seconda battuta». A 15 gradi, evita la stucchevolezza tipica della categoria, per un sorso dall'equilibrio sorprendente.
Anche l'estetica ha subito un processo di sintesi necessario. Fino a pochi anni fa, le bottiglie uscivano con tre etichette diverse per lo stesso prodotto: una macchina a vapore, una bicicletta, una mongolfiera. «Rappresentavano le generazioni: i miei genitori, noi, i nostri figli. Ma creava confusione». Oggi l'etichetta è unica, disegnata a mano dall'illustratrice Valentina Grilli: la mongolfiera traina il passato e il presente, unendo in un solo tratto grafico la storia di una famiglia che ha scelto di raccontare il territorio in bottiglia.
