L’omaggio al patriarca del vino con il bianco che più di ogni altro è sinonimo di Friuli e orgoglio d’Italia

Aveva 102 anni. Per tutti era il “patriarca del vino” friulano. È mancato nella sua casa a Brazzano di Cormons nei giorni prima di Natale. La notizia è trapelata a funerali (svolti in forma privata) avvenuti. Stiamo parlando di Livio Felluga, la sua una storia da film, con un filo rosso che si sintetizza in poche parole: grande umanità, amore, intelligenza, laboriosità. Con la sua modestia era solito ripetere «Cosa go fato de grande?» Semplice la risposta. Tutta la sua esistenza.

Nato a Isola d'Istria nel 1914, sopravvissuto ai due conflitti mondiali, è vissuto sotto Francesco Giuseppe prima e nel giovane Regno d’Italia poi, ha abitato sulla costa rocciosa della penisola istriana e nella Grado lagunare, per stabilirsi quindi sul Collio. Nel giugno del 1940 richiamato alle armi, si è ritrovato in Africa, tre anni in Libia, la prigionia a Capo Bon, poi altri tre anni in Scozia, fino alla sconfitta…Il suo sogno si realizza nel dopoguerra, negli anni cinquanta, quando acquista i primi ettari di vigneto a Rosazzo. Sono anni difficili. I contadini lasciano le campagne per scendere nelle città e lavorare nelle prime industrie. Su una collina all’epoca in totale abbandono, pianta le prime vigne. Da quel momento, che gli varrà la fama di “rifondatore” della tradizione enoica friulana, inizia la sua splendida avventura. La scelta di imboccare la strada dell’alta qualità, l’intuizione che gli consentirà di far sviluppare la sua azienda portandola alla notorietà che ha oggi in tutto il mondo.

Il suo colpo di genio? L’aver creato nel 1956 l’inconfondibile etichetta della “carta geografica”, per indicare la provenienza delle uve a garanzia di un prodotto di valore. Forma di marketing ante litteram nata dal suo amore per la terra. Oggi l’azienda vanta un’estensione collinare di 155 ettari a vigneto, produce mediamente 800 mila bottiglie all’anno ed è portata avanti da quelli che con la moglie Bruna, sono gli amori e l’orgoglio della sua vita, i figli Maurizio, Elda, Andrea e Filippo. Tra i riconoscimenti più prestigiosi, la Laurea honoris causa in Viticoltura conferitagli dall’Università di Udine nel 2009 ed il Premio Internazionale Vinitaly assegnatogli nel 2015.

Della sua straordinaria eredità, scegliamo per ricordarlo il vino che lo ha fatto riconoscere grande tra i grandi a livello internazionale. Nel bicchiere un suo Terre Alte. Giallo paglierino, brillante, al naso ha profumi elegantissimi di fiori, pesca, mandorle e nota di vaniglia, mentre al palato ha corpo e freschezza, sorso agile e invitante, finale lunghissimo. Grande!

E al saluto di Marco Gatti, uniamo anche il testo di Paolo Massobrio, che scrisse per La Stampa quando Livio Felluga compì 100 anni.

LIVIO FELLUGA: 100 ANNI NEL VINO
100 anni. Il traguardo raggiunto lo scorso 1 settembre da Livio Felluga, patriarca dell’enologia friulana è pieno di significati. Fin da ragazzo era moderno e lungimirante, con quella sfida, negli anni ’50, di investire nella “campagna di collina” in un momento in cui era forte lo spopolamento e iniziava l’urbanizzazione. Quest’uomo, i cui avi erano vignaioli in Istria, ha vissuto ogni gioia e ogni tormento del secolo scorso. A partire dagli otto anni in guerra e in prigionia, tra il deserto della Libia e il verde della Scozia. Finita la guerra, l’intuizione della vigna: per rinascere. Ed è ripartito dall’Abbazia di Rosazzo, che dall’alto domina il territorio. Ed oggi che non guida più, ama farsi accompagnare in auto nei vigneti, su quella collina alta dove si rifugia a pensare scrutando l’orizzonte. Ama tutti i suoi vini, ma se dovesse sceglierne un paio andrebbe sul tocai, oggi friulano, legante alla sua terra. E poi sul Terre Alte, superbo bianco che rappresenta l’ingresso in azienda del figlio Maurizio e la svolta generazionale. A farne parte, anche gli altri figli Andrea, Filippo ed Elda, bella e vulcanica comunicatrice. Hanno 155 ettari vitati per 800 mila bottiglie l’anno. Per il suo compleanno sono state prodotte 400 magnum di un nuovo vino che si chiama “100”: da uve friulano e poi sauvignon, pinot bianco e malvasia istriana. Ma anche il Vigne Museum di Yona Friedman e Jean-Baptiste Decavèle, una struttura artistico-architettonica collocata nei vigneti di Rosazzo. E noi, in suo onore degustiamo il Picolit 2009, l’uva che si vendemmia a fine ottobre, poi passita e pressata in modo soffice. Un vino dal colore giallo oro; al naso senti il miele; in bocca la dolcezza è uno schianto di felicità. E chiudi gli occhi, per un vino che è da meditazione. Ma recentemente ho assaggiato con stupore, in magnum, il suo Vertigo, rosso delle Venezie da uve merlot e cabernet, mentre ricordo fra i miei assaggi più esaltanti il suo “Illivio”, da uve pinot bianco, chardonnay e picolit e l’inenarrabile Rosazzo “Terre Alte”, altro blend di friulano, pinot bianco e sauvignon. Che grandi vini. Che bella famiglia. Che grande uomo ! Auguri Livio!