Incontri di gusto: il vigore del Garda, il cuore sociale di Torino e le dolci soste sulla via del Monferrato, aspettando le sorprese di Golosaria

Su questo portale del gusto, di solito, appaiono recensioni di ristoranti, di prodotti, di luoghi, ma questa volta voglio parlarvi invece di persone, o meglio di volti che ho immortalato nel giro di una settimana di viaggi.

Inizio dal volto in copertina che è Gian Andrea Tinazzi, vignaiolo che ho incontrato nella sua tenuta Valleselle a Bardolino. Di lui avremo modo di parlarne prossimamente, anche perché ha tirato fuori un vino raro pazzesco. Ha tenute anche in Puglia e nel Chianti. Ora, del suo volto mi ha colpito la determinazione a voler imparare sempre, circondandosi di persone che gli offrono questo privilegio, a iniziare dai figli, con lui in azienda oppure, da neanche un anno, da Alice e Marco, che si occupano di marketing e comunicazione. La sua posizione umana, di ascolto, ma anche di decisione, permette a tutti di vivere una situazione di grande entusiasmo e partecipazione. Vorrei bere di nuovo con lui il Rosso Verona Salvego 2018 e quel passito pugliese di cui – accidenti non ho fatto la foto – sono rimasto colpito. C’è poi un vino segreto che mi ha entusiasmato, ma bisogna attendere ancora un mesetto per saperne di più! (Abbiamo pranzato nella tenuta con due chicche di cui gli sarò grato: una pancetta “filettata” artigianale e il radicchietto rosso appena raccolto da condire col suo olio pugliese da cultivar coratina). Evviva!!!
piazza mestieri.jpgAlla Piazza dei Mestieri di Torino ho visto cose che… Ho visto otto giovani sommelier che lavorano nei più importanti locali di Torino, ritrovarsi la domenica per assaggiare una ventina di vini di un certo stampo (naturali, ma buoni) di altri paesi. Sono stato a salutarli e mi sembravano a casa loro. Ma anch’io mi sento a casa quando Dario Odifreddi ci chiama a Torino, per stupirsi con noi del genio di Maurizio Camilli, il cuoco che si cimenta in un menu a mano libera, dove non disdegna il pesce. Nella foto, Dario guarda Maurizio (la L dell’articolo IL) che abbraccia Aziz Brembi (la I), il suo sous chef.
Be', che dire? Anche questa è una storia di coinvolgimento e passione, perché Maurizio avrebbe i numeri per montarsi la testa, invece ha scelto non solo di stare coi piedi per terra, ma soprattutto di mettersi al servizio di un’opera sociale e anche delle relazioni (come si evince dai sommelier a casa sua). La sua mano in cucina insieme ad Aziz, è il frutto di questa umana avventura. Dove un plauso lo merita Olga, la sua metà, che è una straordinaria selezionatrice di vini. Con loro vorrei riassaggiare Il Toscana Rosso Il Guercio 2021 prodotto dalla famiglia Egger&Sean della Tenuta Il Carleone di Radda in Chianti. Fantastico Olga!
fabrizio galla.jpgUscendo da Torino in una domenica di febbraio mi son detto, ma perché fare l’autostrada per raggiungere il Monferrato? E così abbiamo lambito Chivasso per raggiungere San Sebastiano da Po, prima dell’orario di chiusura della mitica pasticceria Galla. Volevamo portare le chiacchiere di Fabrizio a nostra figlia, ma le sorprese qui sono state due. La prima, conoscere la mamma di Fabrizio, che sta in quella pasticceria luminosa piena di gente. E poi il papà, che invece era dietro, nel laboratorio dove lavora Fabrizio. Ora Fabrizio Galla è uno dei migliori pasticcieri d’Italia, amico di Iginio Massari, che coltiva una passione per la sua storia, tant’è che mi ha mostrato una serie di oggetti antichi, come la macchinetta dell’Ottocento per fare le caramelle (commovente) o il kit della Novi per vendere le caramelle.
macchina caramelle.jpgA un certo punto, mentre Fabrizio raccontava delle sue scelte, che alla fine si sono concentrate su questo paese e sulla famiglia, mi è venuto in mente che la serenità del genio deve avere un luogo libero di pensiero dove essere coltivata, appunto il paese “dove sono nato” e la famiglia. E gli ho detto che mi ha ricordato Christine Ferber, la superba pasticciera alsaziana che quando mi raccontò la sua storia, che culminò nel tornare alla pasticceria del paese, mi ricordò una frase del compaesano Hermes: “Vorrà dire che il mondo verrà da te”. E così è stato: per Christine, ma anche per Fabrizio. (Ah volevate sapere la seconda sorpresa? La torta Jessica naturalmente, esempio di ingegneria pasticciera che mi sono portato a casa). Con la Jessica abbinerei il passito Picciomoro 2021 della Masseria Cuturi, a Manduria.
stefano micco.jpgQuesto ragazzo sorridente è Stefano Micco, che insieme a Giulia e Anna, rappresentano la seconda generazione della macelleria fratelli Micco di Moncalvo, che hanno anche un’azienda agricola, il Monfrin sulla strada per Grazzano Badoglio. Stefano l’ho immortalato a una cena (io ero seduto di fianco a Giulia) che hanno voluto anche quest’anno, al ristorante il Bagatto di Grazzano Badoglio per fare assaggiare le loro carni in una sequenza di piatti eccellenti (non banale quel vitello tonnato e i due assaggi di carne cruda) culminato in un’interpretazione fantastica di Milanese. È stata una cena dove una famiglia ha dimostrato cosa vuol dire la continuità, nel solco di una grande tradizione di qualità. Be’, il vino che è stato abbinato e che vorrei ribere è la Barbera d’Asti Le Rose in magnum del 2022 dell’azienda Natta di Grazzano Badoglio (abbiamo assaggiato anche il 2024 e il 2017, ottimi entrambi. E io un anno fa aprii una bottiglia di 2007, perfettamente integra, che era stata Top Hundred nel 2008).
carmen-tiziano.jpgMa siccome siamo nel Monferrato, eccomi con un selfie, per raccontare dell’incontro con Carmen, che fra Casorzo e Altavilla fa un’attività bellissima con i bambini, utilizzando pony e cavalli e Tiziano Meoli che, originario di Bergamo (abitava proprio sopra a Vittorio Cerea), si è innamorato della casa di campagna della famiglia dove ha creato la Tenuta San Martino, esempio clamoroso di ospitalità, con camere, piscine e spazi all’aperto per eventi (fino a 800 persone). Ma presto aprirà il suo ristorante di campagna, oltre a incrementare le botti. Sì, ma non per il vino, per il suo villaggio Glamping (ora ne ha già 3 ma vorrebbe arrivare a 10). Il Monferrato, insomma, cresce anche quando qualcuno da fuori decide che è arrivato il momento di gettare il cuore oltre l’ostacolo. La collaborazione con Carmen, poi, è qualcosa di fantastico! Li conoscerete entrambi a Golosaria! A loro dedico il Baratuciat Felem prodotto dalla cantina Hic et Nunc da un altro imprenditore bergamasco, Massimo Rosolen, a Vignale Monferrato (una manciata di chilometri in linea d’aria).
ratti.jpgQuesta immagine l’ho rubata a Pietro Ratti, figlio del grande Renato Ratti, che mi ha accolto nella sua cantina, dove ancora coltiva la memoria del padre: con le sue intuizioni, ma anche le divertenti vignette che disegnava e commentava. Pietro è una persona davvero speciale, e da lui tornerò per visitare il museo Ratti (primavera inoltrata), che ha saputo elevare (secondo me è così quando i figli hanno una spinta speciale) il valore dei vini della maison. Mi ha colpito anche l’interpretazione del Timorasso 2022, prodotto a Sarezzano, che aveva note iconiche di idrocarburi, ma il Barolo di cui alla fine mi sono innamorato è stato il Serradenari 2022 che viene prodotto ad altezze dove un tempo nessuno avrebbe mai piantato la vite. Ma, anche qui, non voglio spoilerare ciò che scriverò più avanti, desidero solo dire che il volto di Pietro, per me, è stato come quello di un fratello: saggio, accogliente, determinato. Grazie Pietro!

E infine tre immagini tratte dalla prima giornata del Sol a Verona.
Viola-Capriotti.jpgAlessandro Viola, campione del Golosario con il suo olio umbro, con Antonella Capriotti (a lei si deve la prima edizione di questa fiera). Quindi Renato Bosco che il primo giorno, intervistato da me, ha raccontato i segreti di una pizza fatta con l’olio dentro l’impasto. È sempre un grande, e il suo doppio crunch rimane un’icona di gusto, che assaggiai la prima volta a San Martino Buon Albergo.
renato bosco.jpgCon lui c’era anche Andrea Filippi, della pasticceria Filippi di Zanè, che ha raccontato la sua folgorazione dopo aver partecipato a un corso di pasticceria da Morandin a Saint Vincent. Da lì è cambiato tutto e quando un amico di Vicenza gli ha proposto di fare un panettone con l’olio, lui ci ha messo 2 anni di sperimentazione per arrivare a quello che è il suo prodotto iconico che, ironia (e idiozia) della burocrazia, non puoi chiamare panettone o colomba (perché non c’è il burro). Abbiamo assaggiato il suo lievitato, e lo stupore è stato generale, anche per i canditi generosi e buonissimi. E sapete che olio usa? Quello prodotto a Chiaramonte Gulfi da un altro campione del Golosario: Frantoi Cutrera. Quando la qualità chiama qualità.
andrea filippi.jpg

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