Il vino come via alla Bellezza un’utopia? Con la degustazione organizzata a Milano, i vigneron dell’associazione creata nel 1990 da Didier Dagueneau, hanno dimostrato che per loro è già realtà

“Siate realisti, chiedete l'impossibile”. Questa frase di Albert Camus, era il motto di Didier Dagueneau, produttore di vino francese scomparso prematuramente a soli 52 anni, nel 2008. Allievo di quel Pelè del vino di Borgogna che è stato Henri Jayer, a sua volta è diventato un mito, rivelando le sue doti da fuoriclasse, vestendo i panni del paladino dell’agricoltura biodinamica, e producendo nel villaggio di Saint-Andelain, a nord di Pouilly-sur-Loire, regno del “blanc fumé”, vini di livello mondiale da uve sauvignon blanc.
Oggi, alla guida del domaine che porta il suo nome, ci sono i figli, Louis-Benjamin e Charlotte, che proseguono il lavoro da lui iniziato, onorandone egregiamente la memoria. L’anima di questo vignaiolo angelico, ma soprattutto gigante di umanità, vive anche in una realtà formidabile, che proprio in questi giorni, dopo dodici anni, ha scelto di tornare in Italia, organizzando una giornata a Milano, all’Hotel Principe di Savoia (vedi foto d'apertura).
gruppo.jpgStiamo parlando dell’Union des Gens de Métier, associazione di “uomini dei mestieri della terra, liberi”. Gruppo creato nel 1990 da Didier Dagueneau, appunto, con l’obiettivo di costruire un gruppo di viticoltori uniti da passione, curiosità, approccio naturale alla cultura e all’ambiente. Ma soprattutto dall’amicizia. Il loro manifesto?
“Rispetto degli equilibri naturali. Prodotti di terroir, giusti e nobili. Diritto all’originalità e alla diversità. L’UGM crede nell’unità di ciò che fa bene al corpo e allo spirito. Un impegno che si nutre dell’amicizia, della passione e della gastronomia”.
Questi i vigneron membri di UGM presenti all’appuntamento milanese, ossia Philippe Alliet, Eric Bordelet, Manuéla e François Chidaine, Olivier Clape, Véronique Cochran, Louis – Benjamin Dagueneau, Elian Da Ros, Létizia e David Duband, Maxime Graillot, Marc Imbert, Charlotte e Antonie Kreydenweiss, Christophe Peyrus, Daniel Ravier, Thérèse e Michel Riouspeyrous, Jean-Marc Roulot, Anselme e Corinne Selosse, Stéphanie e Michel Theron e, orgoglio d’Italia, Milena e Aldo Vajra, e i loro figli, Francesca, Giuseppe e Isidoro. Con questi produttori che fanno parte dell’associazione, alcuni vignaioli ospiti, italiani, coinvolti per il loro condividere di fatto principi e modalità di produzione del “team di amici” legati al fondatore, ossia Clemens Lageder di Alois Lageder, Emilio Zierock di Foradori, Isabella ed Emanuele Pelizzati Perego di Ar.Pe.Pe, Alberto Paltrinieri, Chiara Condello, Aljoscha, Antonia e Arianna Goldschmidt di Corzano & Paterno, Mateja Gravner di Gravner, Matilde Poggi de Le Fraghe e Christoph Künzli de Le Piane.
Di una degustazione che ha emozionato tutti i partecipanti all’evento, non solo per il valore dei vini in assaggio, ma per il messaggio che questi veri campioni del gusto internazionale, volevano, e vogliono dare. Nel loro operare, il desiderio di condividere, di portare, con il loro essere amici, attraverso le relazioni, a quella bellezza, che non è una bellezza generica, ma è la Bellezza con la B maiuscola. Un bene che loro considerano non debba essere elitario, per pochi, ma alla portata di chiunque. Utopia? No. Se si considera come quel “siate realisti, chiedete l’impossibile”, che come ricordavamo prima era il motto di Didier Daguenau, ora è il credo di ogni membro di UGM.

“Gli amici dei miei amici sono amici” ha detto Francesca Vaira, citando padre Costantino Ruggeri, il frate francescano che ha realizzato le vetrate a mosaico, vere opere d’arte, della loro cantina. “Queste parole ci accompagnano dalla nostra infanzia – ha precisato – e sono l’ispirazione che, nella vita quotidiana, intesse storie di amicizia e desiderio di comunicare una Bellezza. Questo è lo spirito della iniziativa”.
barolo-vajra.jpgDetto che ogni vino, in altri contesti, si sarebbe distinto per la sua grandezza, fatto che dice dell’eccezionalità del lavoro di ognuno di questi vigneron. Tra i coup de coeur di questa giornata memorabile. Di Dagueneau, Silex, che oggi è “in fasce”, ma rivela la stoffa del cavallo di razza, espressione sontuosa di Sauvignon Blanc, dal colore giallo paglierino brillante, lucente, con bagliori verde smeraldo, dai profumi agrumati e vegetali, dai sentori di idrocarburi e di pietra focaia, dalla lieve speziatura che evoca il pepe bianco, dal sorso secco, fresco, in cui la marcata sapidità, rende la beva dinamica, con finale lunghissimo e lievemente ammandorlato.
silex.jpgTra le etichette presentate dai nostri connazionali. Della cantina Paltrinieri di Sorbara (Mo), è grande vino il Lambrusco di Sorbara Metodo Classico Spumante Brut Dosaggio Zero Grosso, dal colore ramato che ricorda la buccia di cipolla, dal perlage di rara finezza e persistenza, dai profumi floreali e fruttati, tra cui spicca il lampone, dalle note tostate e di frutta secca, dai sentori balsamici e di resina, dal gusto fresco, piacevolmente sapido ed elegante.
paltrinieri.jpgDella famiglia Vaira, iconico il Barolo Bricco delle Viole 2019, che patron Aldo dice essere “sinonimo di grazia e di eleganza. È il vino che, con la sua natura, ha guidato lo stile della nostra azienda e ci ha educati alla pazienza”. Figlio di quel Bricco delle Viole che è la vigna più alta e più vicina alle Alpi del comune di Barolo, che si sviluppa sul versante ovest di Barolo tra i 400 - 480 metri sopra il livello del mare. E che prende il nome dalle viole che sbocciano a primavera in virtù di quella esposizione a sud che assicura il primo raggio di sole all’alba e l’ultimo al tramonto. Nel bicchiere ha colore rubino luminoso, bouquet complesso e di rara eleganza con profumi floreali di viola, rosa e lavanda, sentori di amarena e more, elegantissima nota minerale, cui seguono nuances di grafite e liquirizia, mentre al palato ha bella struttura, tannini eleganti, freschezza che rende il sorso dinamico. Chapeau!
lei-bottiglia.jpgDalla Valtellina, invece, quel Valtellina Superiore Riserva Sassella “Rocce Rosse” di Ar.Pe.Pe. che ogni volta, e non fa eccezione l’assaggio in questo caso del millesimo 2016, si conferma espressione di inarrivabile classe della varietà chiavennasca (nebbiolo). Da uve di un vigneto a 400 metri di quota, che papà Arturo, testardamente determinato a creare nel cuore della Sassella la sua Riserva, rimise a nuovo nel 1984. Realizzato oggi con talento dai figli Isabella, Emanuele e Guido. Alla vista si presenta con caratteristico colore rubino tenue, trasparente. Al naso spiazza con il suo bouquet complesso e di finezza somma, che ai profumi floreali di rosa canina e di frutta, dove spiccano la ciliegia e la fragolina di bosco, e poi di chinotto e arancia, vede seguire le note speziate di incenso, e quindi quelle balsamiche di genziana. Fine al palato, si segnala per il tannino setoso e per la caratteristica nota minerale, con un sorso che è reso irresistibile dal bilanciamento avvincente tra sapidità e freschezza. Emozione!
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