Renzo Franzo, onorevole della Coldiretti, ha compiuto 100 anni il 16 dicembre scorso

«Caro Paolo, anche se da tanto non ci vediamo e non ci sentiamo, mi piace comunicarti, ricordando la vecchia amicizia, che ho compiuto i 100 anni. Sono stato molto festeggiato e anche la Stampa ne ha parlato in modo lusinghiero. “Il vecchio gentiluomo di campagna”, come mi hai definito in uno dei tuoi articoli tempo fa, è sempre carico di vanagloria; mi permetto di mandartene uno stralcio. Mi è gradita l’occasione di augurarti un sereno e positivo 2015. Con cordialità Renzo Franzo».

Be’, questa lettera mi ha commosso, anche perché è scritta di suo pugno dietro all’articolo apparso su Avvenire il 17 gennaio, pochi giorni fa (per leggere l’articolo clicca qui). Renzo Franzo ha vissuto un periodo incredibile, conoscendo padre Agostino Gemelli in Cattolica dove, rara avis, lui si mise a studiare inglese. Ma soprattutto conobbe Paolo Bonomi che da Novara, nell’immediato dopoguerra, stava organizzando la Coldiretti. E Franzo, di stanza a Vercelli, ne divenne presidente provinciale, ma anche parlamentare: dal 1945 al 1968. Poi fu presidente per dieci anni dell’Ente Risi: sempre legato alla Coldiretti e alla sua Dc.

Oggi tifa Renzi e dice che “La legge elettorale deve reintrodurre le preferenze, perché la gente vuole scegliere chi elegge. Basta candidati imposti dell’alto.” Lungimirante. E mi sembrano anni luce quando tra il 1987 e il 1998, io capo ufficio stampa della Coldiretti del Piemonte, mi sentii come una mosca bianca a difendere la preferenza, che di fatto fu abolita. Oggi torna, a vedere gli esiti del Senato dei giorni scorsi. Ma lasciando la politica fuori, di Renzo Franzo trattengo la bellezza di alcuni momenti insieme (una sera ad Asigliano, nel Vercellese) quando lui raccontava di un’Italia senza niente, che man mano ha rialzato la testa. E anche la politica, mi disse, si giocava nella difesa dei territori (per questo, lui democristiano si trovò spesso in disaccordo con Luigi Sturzo, condizionato dai latifondisti siciliani tanto da opporsi alla riforma agraria del ‘50 che portò ad assegnare ai coltivatori diretti 700 mila ettari incolti). I parlamentari del Nord, ad esempio, viaggiavano tutta la notte in treno per arrivare a Roma, senza vagone letto. E nello scompartimento erano di tutti i partiti, ma dividevano il pane, il salame, il vino e qualche idea per il bene comune. Questa immagine di Renzo Franzo, il gentiluomo di campagna che a cent’anni mi scrive ancora di suo pugno, me la porto sempre dentro: ci vorrebbe una cosa del genere anche oggi. Ma dove sta la stazione per prendere il treno che torna a portarci lontano?