Da Belgrado alla Negotin Valley, tra vignaioli cresciuti all'estero, vitigni autoctoni e storie di chi ha scelto di tornare a casa trasformando il vino in un linguaggio comune

Vengo con te!

È un caldo giovedì sera di metà luglio quando le ruote dell'Airbus A321, partito da Bergamo, toccano la pista dell'aeroporto Nikola Tesla di Belgrado. È l'inizio di un viaggio nato qualche mese prima, quasi per caso, da una proposta di Claudio, titolare di una piccola realtà italiana specializzata nell'importazione e distribuzione di vini balcanici.

Nel corso dell'ultimo anno abbiamo condiviso numerosi assaggi, un calice alla volta, scoprendo storie di vignaioli tenaci e vini capaci di sorprendere. È proprio questo il fascino del mondo del vino: ogni bottiglia racconta persone e territori, ma in alcune terre il racconto è ancora più intenso, perché nasce da una viticoltura che ha dovuto ricostruirsi, confrontarsi con una storia complessa e conquistarsi spazio lontano dai riflettori. Quando Claudio mi propose di accompagnarlo in Serbia, la risposta arrivò senza esitazioni: «A luglio vengo con te!».

Da Jugoslavia a Serbia

Quando si parla di grandi Paesi del vino, la Serbia difficilmente è il primo nome che viene in mente. Eppure la viticoltura qui affonda le proprie radici in oltre duemila anni di storia e, dopo decenni segnati da una produzione jugoslava orientata ai grandi volumi, sta vivendo una stagione di profondo rinnovamento.

Oggi una nuova generazione di vignaioli ha scelto di investire sulla qualità, recuperando il patrimonio viticolo nazionale e valorizzando varietà autoctone come Prokupac, Tamjanika, Župljanka e Smederevka. Un percorso che restituisce identità a un territorio ancora poco conosciuto, ma sempre più capace di incuriosire gli appassionati.

È con questa curiosità che ho iniziato il mio viaggio. Non per cercare l'ennesimo Paese "emergente", ma per capire cosa spinge persone come Marko, Kristina e tanti altri produttori – cresciuti, formati e spesso laureati in Italia – a tornare in Serbia e scommettere sul proprio territorio, trasformando le proprie radici nel futuro delle loro aziende.

La piccola Borgogna

È subito venerdì. La giornata inizia con una colazione a base di kulen, il tipico salume di maiale speziato diffuso tra Slavonia e Vojvodina, accompagnato dall'immancabile domaća kafa: il caffè "di casa", preparato nella tradizionale džezva. Denso, intenso e senza filtro, mi ha ricordato la nostra moka.

Lasciata Belgrado alle spalle, attraversiamo la pianura pannonica in direzione della Fruška Gora, quella che Claudio ama definire la "Borgogna dei Balcani". Un rilievo che emerge quasi all'improvviso nel cuore del bassopiano e che, grazie alla vicinanza del Danubio e a un microclima favorevole, rappresenta una delle aree vitivinicole più vocate della Serbia.

Ad attenderci c'è Miodrag Bjelica. Sulla sessantina, sigaro nicaraguense sempre acceso e un inglese dal marcato accento slavo. Anche la sua è una storia di rinascita: dopo una carriera nel marketing decide di cambiare vita e nel 2012 fonda Vinarija Bjelica. Oggi coltiva circa 10 ettari di vigneto sulle pendici della Fruška Gora, con rese volutamente molto basse per privilegiare la qualità, dando vita a una produzione artigianale di poche decine di migliaia di bottiglie l'anno.
Vista sulla Fruška Gora dalla terrazza della Pećina Stroga..pngVista sulla Fruška Gora dalla terrazza della Pećina Stroga.
Prima della degustazione ci accompagna a visitare Pećina Stroga, il suo progetto più visionario: un ristorante di grande ricerca, alcuni appartamenti in stile boutique hotel e una spettacolare cantina scavata nella roccia, dove temperatura e umidità naturalmente costanti garantiscono condizioni ideali per l'affinamento dei vini. Un luogo ancora in evoluzione che racchiude la sua idea di ospitalità, vino e benessere, in un equilibrio continuo tra tradizione e sperimentazione.

In cantina iniziano gli assaggi.
in cantina.pngBabaroga, "la strega cattiva", è il vino simbolo dell'azienda. Uno Chardonnay in purezza che affina per quasi due anni in un sapiente equilibrio tra barrique di rovere francese, quercia serba e tonneaux. Servito alla cieca richiama alcuni grandi bianchi borgognoni: naso di frutta tropicale matura, vaniglia, tostatura, burro e mandorla, mentre il sorso è cremoso, profondo e di notevole persistenza. Un vino strutturato, che trova la sua dimensione tanto a tavola quanto nel calice di fine serata.

Con Saga 2025 il registro cambia completamente. L'assemblaggio di sauvignon blanc e una piccola quota di sémillon punta tutto su tensione e precisione. Al naso spiccano lavanda, frutta bianca, cedro e mango, seguiti da un elegante richiamo alla liquirizia. In bocca è dinamico e sapido, con una progressione che rende l'alcol perfettamente integrato.

Chiudiamo la degustazione tecnica con un campione di botte destinato a diventare Graffiti, un blend di merlot e marselan. Il frutto è ancora protagonista, sostenuto da un tannino deciso e da un legno che deve ancora trovare il suo equilibrio. È un vino in divenire, che lascia intuire il potenziale ma chiede tempo.

Il pranzo a Pećina è l'occasione per ritrovare la tavola e assaggiare le annate già mature di Babaroga Rosso, Merlot e Marselan, accompagnando una sequenza di carni locali preparate con diverse tecniche di cottura.
La 2020 è un vino di grande struttura, dove il legno è ancora protagonista e accompagna un corredo aromatico di spezie dolci, cacao e frutto nero maturo. Una versione potente, pensata per chi ama vini di carattere.
La 2021, invece, cambia registro. Più slanciata e dinamica, lascia emergere un frutto più vivido, sostenuto da una freschezza che rende il sorso più agile e gastronomico, senza rinunciare alla profondità. È la dimostrazione di come la stessa etichetta possa raccontare sfumature molto diverse a seconda dell'annata.

Tra un calice e l'altro diventa chiaro quale sia l'ambizione di Miodrag: dimostrare che la Serbia può sedersi al tavolo delle grandi regioni del vino, confrontandosi senza timori con i modelli francesi, ma proponendo bottiglie capaci di offrire un rapporto qualità-prezzo difficilmente eguagliabile.

Le Pinvice

Quattro ore d'auto ci separano dal vero cuore del viaggio: la Negotin Valley, nell'estremo est della Serbia, al confine con Romania e Bulgaria. Un territorio storicamente vocato alla viticoltura, incastonato tra il Danubio, il fiume Timok e i rilievi del Deli Jovan e del Veliki Greben. È qui che l'indomani si terrà uno dei più interessanti festival dedicati ai giovani produttori balcanici “Dan Vina”, un appuntamento che richiama vignaioli da tutta la Serbia. Prima, però, bisogna capire dove siamo.

Le pivnice sono piccoli villaggi del vino, costruiti fuori dai centri abitati e costituiti quasi esclusivamente da cantine in pietra. Nate tra il XVIII e il XIX secolo per vinificare, affinare e conservare il vino in condizioni ideali, ancora oggi rappresentano il cuore della tradizione enologica della Negotin Valley. Alcune sono state restaurate, altre sembrano essersi fermate nel tempo, ma tutte raccontano un rapporto profondo tra il territorio e il vino.

Sono quasi le undici di sera quando raggiungiamo la nostra piccola casa di pietra all'ingresso del villaggio. Ad accoglierci ci sono formaggi di capra appena prodotti, qualche bottiglia già stappata e un gruppo di amici che chiacchiera, tra il fumo delle sigarette e il silenzio della natura.

Tra loro c'è Nemanja Milanović, compagno di Kristina, produttrice di Vinarija Dalia. Cresciuta in Valpolicella dall'età di nove anni, oggi Kristina è tornata in Serbia per costruire il proprio progetto. Nemanja, invece, arriva da una famiglia che da generazioni coltiva uva destinata alle cantine della zona. Dal prossimo anno inizierà a vinificare con una propria etichetta. Non facciamo neppure in tempo a salutare tutti che ci trascina nella pivnica di famiglia per assaggiare le sue prime sperimentazioni.
Nemanja alle prese con le botti nella sua pivnica di famiglia.pngNemanja alle prese con le botti nella sua pivnica di famiglia.Qui il tempo sembra essersi fermato. Botti di quercia serba ormai esauste convivono con grandi contenitori in PEHD (polietilene ad alta densità), ancora oggi molto diffusi nell'Europa orientale per la fermentazione e la conservazione dei vini.

Il primo assaggio è una Župljanka 2025, fermentata ed affinata per circa diciotto mesi in vecchie botti di quercia serba. È un bianco maturo e avvolgente, dal sorso caldo e rotondo, capace di conservare una piacevole facilità di beva.

Segue il Riesling 2025, che sorprende fin dal primo impatto. Più mela gialla matura, zafferano e cannella che agrumi o idrocarburo: un profilo lontano dai modelli tedeschi o altoatesini e più vicino ad alcune interpretazioni della Valle Camonica. La vivace acidità ne mantiene però intatto l'equilibrio. Per ora riposa esclusivamente in PEHD; sarà la bottiglia a completarne l'evoluzione.

Chiude lo Chardonnay 2025. La forte riduzione iniziale richiede pazienza, ma bastano pochi minuti nel bicchiere perché il vino inizi ad aprirsi. Il potenziale è evidente, anche se l'affinamento non è ancora concluso. Poco importa: qualcuno riempie un bottiglione e torniamo fuori, dove gli amici ci stanno aspettando.

Ancora una volta, più dei vini, mi colpiscono le persone. Nemanja avrebbe potuto continuare a fare ciò che la sua famiglia ha sempre fatto: coltivare uva e venderla. Ha scelto invece la strada più difficile, quella di mettersi in gioco e raccontare il proprio territorio attraverso un'etichetta tutta sua.

Dan Vina

La giornata si preannuncia torrida. Dopo una tipica colazione a base di burek, la tradizionale sfoglia ripiena di formaggio, accompagnata dall'immancabile yogurt di capra, ci rimettiamo in viaggio verso le Pivnice di Rajac. Oggi è il giorno del Dan Vina e ad aspettarci ci sono più di trenta produttori, piccoli artigiani del vino, dj set, musica dal vivo, qualche stand gastronomico e tanta voglia di stare insieme.
Dan Vina organizzato.pngDan Vina organizzato dall’associazione Giovani di Rajačke Pivnice: mladi_sa_rajackih_pivnicaL'atmosfera è incredibile. Quella che la sera prima sembrava una vera e propria ghost town, nel giro di poche ore si trasforma in una festa. Davanti alle pivnice ogni produttore allestisce il proprio piccolo banco, le bottiglie riposano al fresco in secchi colmi di ghiaccio e i calici iniziano a riempirsi senza sosta. Bastano 500 dinari (€ 4,26) di cauzione per il bicchiere, poi il resto lo fanno la curiosità e la voglia di assaggiare. Capisco subito che sarà una giornata lunga. Tra uno stand e l'altro il programma salta completamente. Ogni produttore ha una storia da raccontare e fermarsi cinque minuti diventa praticamente impossibile.

Il primo a conquistarmi è Aleksander Todorović.
Aleksander è nato nel 1995. Nello stesso anno il padre piantava i vigneti che oggi coltivano insieme. Mi racconta di essere praticamente cresciuto tra i filari: lì ha imparato a camminare, a correre e, probabilmente, anche a immaginare il proprio futuro. Dal 2017 guida l'azienda di famiglia, appena tre ettari coltivati seguendo un approccio biodinamico, nel pieno rispetto della vite e dei suoi ritmi.
bottiglie.png«Il mio compito è aiutare la natura a produrre l'uva migliore possibile.»

Una frase semplice che racconta perfettamente la sua filosofia.
I suoi Doodle riflettono questa idea di essenzialità. Il bianco, da Grašac e Tamjanika, è floreale, agrumato e immediato. Il rosato di Prokupac e Merlot è un concentrato di fragoline di bosco e pompelmo rosa, fresco e irresistibile. Il Prokupac in purezza, invece, mette in mostra il lato più autentico del vitigno, tra ciliegia, prugna e pepe nero.
Mi conquista anche il 333, un blend di Župljanka, Grašac e Sauvignon Blanc. Più maturo e complesso, con il rovere serbo che accompagna il sorso senza dominarlo. Un bianco pensato per la tavola, che dimostra quanto la ricerca di Aleksander possa spingersi oltre la semplicità delle etichette d'ingresso.

Pochi metri più avanti raggiungiamo il banco di Vinarija Raj, una delle aziende storiche della Negotin Valley. Fondata da Becka e Mick, oggi è guidata da Smiljana, la figlia, che dopo quattordici anni ad Amburgo – dove ha studiato Liberal Arts e lavorato tra arte, cucina e politica culturale – nel 2020, in piena pandemia, ha deciso di tornare in Serbia per dedicarsi alla cantina di famiglia. Quella che inizialmente sembrava una scelta temporanea si è trasformata in un nuovo percorso di vita. Tra il lavoro in vigna, la produzione del vino e la comunicazione dell'azienda, Smiljana ha trovato una forma di creatività diversa, ma altrettanto appagante. Oggi Vinarija Raj è una realtà interamente al femminile.

Tra gli assaggi mi colpiscono soprattutto il Sovanova, un Sauvignon Blanc preciso e verticale, e il Tamjan, intenso nei profumi ma elegante al sorso, capace di interpretare uno dei vitigni simbolo della Serbia orientale senza mai risultare eccessivo.

Tra uno stand e l'altro c'è spazio anche per una deviazione al banco dei monaci del monastero di Bukovo. La sorpresa è un Gamay in purezza: fragolina di bosco, pesca gialla, rosa e una beva talmente scorrevole da costringermi a tornare per un secondo assaggio.

Qualche banco più avanti ci imbattiamo in Antoaneta Genova, giovane enologa di Ahinora, cantina di famiglia nel nord-ovest della Bulgaria. Kristina mi aveva accennato qualcosa, ma non conoscevo i suoi vini. Basta il primo assaggio e io e Claudio ci guardiamo in silenzio, con gli occhi sgranati. Di quelli che non hanno bisogno di commenti.
Nel calice c'è l’Ahinora, un vino che riesce a coniugare energia, profondità e una bevibilità sorprendente. Ma è con le brevi macerazioni di Equinox, Misket Vrachanski (moscato) antico vitigno aromatico bulgaro, che Antoaneta mi conquista definitivamente. Vini vibranti, identitari, fuori dagli schemi e, senza alcun dubbio, tra i migliori assaggi di tutto il viaggio.
bottiglie2.pngClaudio non perde tempo. Finito il calice tira fuori il biglietto da visita, lo porge ad Antoaneta e, sorridendo, le dice che quella non sarà certo l'ultima volta che si vedranno. Ho come la sensazione che, nei prossimi anni, se ne berranno delle belle.

Poi arriva uno degli incontri che aspettavo di più: Marko Obradović. Conoscevo già la sua storia attraverso Claudio. Nato e cresciuto a Bologna, figlio della diaspora serba degli anni Novanta, avrebbe potuto costruire la sua vita in Italia. Invece, appena maggiorenne, ha scelto la strada opposta. Dopo un periodo di formazione in Alsazia è tornato nel piccolo villaggio dei nonni, poco più di venti abitanti, deciso a ridare vita a una tradizione che sembrava destinata a scomparire. I suoi vigneti guardano il Timok, su terreni di argilla, sabbia e limo, coltivati senza irrigazione né diserbanti. Le fermentazioni sono spontanee, gli interventi ridotti al minimo. Ogni scelta sembra voler dire la stessa cosa: questo territorio merita di essere raccontato.

Tra i suoi vini mi colpisce soprattutto Nera Crna, ottenuto da crna tamjanika, una rara variante della tamjanika che per anni si è creduta quasi scomparsa.
Il profilo aromatico è esplosivo ma mai eccessivo, con una fragranza che richiama l'uva appena raccolta e una sorprendente eleganza al palato. Lo Stara Kupaza e lo Chardonnay confermano la stessa filosofia: pochi artifici, tanta identità.
etichette colorate.pngQuando il sole inizia finalmente a calare e i calici si svuotano, mi guardo intorno. Penso a Miodrag, a Nemanja, ad Aleksander, a Kristina, a Marko. Hanno età, percorsi e storie diverse, ma sono accomunati dalla stessa scelta: credere nella propria terra quando sarebbe stato più facile cercare fortuna altrove. Forse è proprio questa la vera forza del vino serbo. Non nasce soltanto da grandi terroir o da vitigni autoctoni, ma dalla determinazione di una generazione che ha deciso di tornare a casa e ricominciare.

La pecora

È domenica. Burek – questa volta ripieno di carne – e il solito yogurt. Più che colazioni, quelle tradizionali serbe sono dei veri e propri pranzi.

La giornata è dedicata a Kristina e ai suoi vini, così, tra un momento e l'altro, lasciamo la ridente Negotin, quattordicimila abitanti, per raggiungere Rajac, a una trentina di minuti di macchina.
Kristina Lukić, classe 1990, è l'enologa di Vinarija Raj, la cantina dove oggi produce e affina i vini di Vinarija Dalia. Laureta in Viticoltura ed Enologia a Udine, ha trascorso anni tra Cile, Nuova Zelanda, California, Spagna, Francia e Champagne, assorbendo esperienze e modi diversi di interpretare il vino. Studia, osserva, assimila. Poi arriva il richiamo della sua terra. Quasi per sfida decide di seguire il fratello e tornare in Serbia. L'incontro con Becka e Smiljana farà il resto. I suoi sono vini poliglotti: sperimentano, sbagliano, innovano. Da una parte i vitigni autoctoni, per valorizzare il territorio; dall'altra quelli internazionali, per confrontarsi con il resto del mondo e dimostrare che questi terroir non hanno nulla da invidiare a nessuno.
La cantina di Vinarija Raj e Dalia.pngLa cantina di Vinarija Raj e DaliaIl primo assaggio è un Gewürztraminer 2025 affinato in botti di acacia. Impressionante. L'aromaticità tipica del vitigno è smussata e perfettamente integrata: nel bicchiere emergono pesca bianca, bergamotto e delicate note floreali che, a tratti “pinotteggianti”. La freschezza domina il sorso, regalando un equilibrio davvero sorprendente.
Poi arriva lo Splet, incontro tra gamay e vranac, Francia e Balcani. Da una parte un vitigno leggero, profumato e poco tannico; dall'altra una varietà intensa e vigorosa. Solo il venti per cento del vino affina in botti ungheresi, mentre il resto conserva tutta la sua anima: frutta rossa, pepe nero, scorza d'arancia e una lieve nota di cannella accompagnano una beva straordinaria. Mi ricorda alcune esperienze vissute nel Centro Italia, dai vini di Valter Mattoni a quelli di Clara Marcelli: gradazioni importanti, ma incredibilmente poco percepibili nel calice.

La crna tamjanika, raro vitigno autoctono serbo a bacca nera, è invece un'esplosione di petali di rosa, fragola, mirto e balsamicità di sottobosco. Appartiene alla stessa famiglia del Moscato Rosa, se proprio volessimo trovarle una parentela più familiare.

Chiudiamo con il Gaamez, gamay in purezza, cento per cento acciaio. Non lo commenterò nemmeno. È il vino che più di tutti racconta Kristina: la sua storia, il suo carattere, il suo territorio. Un vino da campionato dei grandi.
Claudio, Kristina e la Crna Tamjanika .pngClaudio, Kristina e la Crna Tamjanika 2025Nel frattempo si è fatta sera e la pancia inizia a brontolare. Kristina e Nemanja non possono certo lasciarci ripartire senza averci fatto assaggiare la pecora, piatto simbolo della zona. A Štubik ci fermiamo alla kafana Kod Braneta, una trattoria di quelle vere, dove nei giorni migliori puoi trovare seduti allo stesso tavolo il parroco del paese e l'ultimo dei banditi locali. La tovaglia è rigorosamente a quadretti, il vino è quello della casa e, dopo pochi minuti, arriva una grigliata infinita.

Il pezzo forte? Il fegato di pecora.

Confini

Claudio è già in macchina ad aspettarci. I saluti sono finiti, il sole picchia ancora, anche se meno dei giorni precedenti. Decidiamo di evitare l'autostrada e imboccare una strada secondaria che costeggia il Danubio e attraversa infinite distese della pianura pannonica.

Guardo fuori dal finestrino e, come in un film, tutte le immagini di questi giorni scorrono velocemente davanti ai miei occhi: storie, calici, persone, cultura, pregiudizi, accoglienza. All'improvviso i problemi di Milano, la pesantezza della quotidianità e le piccole ossessioni di tutti i giorni mi sembrano incredibilmente lontani. Viaggiare, conoscere, immergersi nelle vite degli altri ha davvero il potere di abbattere quei confini che troppo spesso costruiamo senza nemmeno rendercene conto.
chiesetta.pngTipica chiesetta ortodossa nel mezzo della pianura pannonica
Poi, nel silenzio della macchina, un pensiero mi blocca.
«Ca**o... non abbiamo provato i vini di Sagmeister.»
Claudio mi guarda e scoppia a ridere. Stiamo tornando verso Belgrado, ma come si fa a lasciare la Serbia senza assaggiare uno dei produttori più chiacchierati della Fruška Gora?

La macchina devia. Il resto è tutto da bere.

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