La riscoperta di questo frutto come archeologia gastronomica e operazione di marketing che coinvolge un intero territorio. Da gustare fresco e in vasetto

A Caneva non nevica mai (o quasi). Non si tratta di una boutade, a vedere i limoni che crescono in giardino. Strano a dirsi per una località del Pordenonese quasi all’ombra delle Dolomiti Friulane, un fazzoletto di terra dove i venti sembrano scivolare senza le sferzate di gelo che ci si potrebbe attendere. Forse è proprio qui oppure nei suoli ricchi di minerali il segreto di questo fico che cresce sui declivi più decisi, liberi dai ristagni d’acqua. Una pianta rustica, essenziale, friulana nello spirito, con frutti che una volta essiccati diventano quasi eterni. Non è un caso che la coltivazione qui si sia sviluppata enormemente proprio all’ombra della Serenissima, con le navi che facevano scorta prima di partire per i lunghi viaggi. I fichi infatti, oltre che un alimento, erano considerati un vero e proprio medicamento per la loro ricchezza di calcio e la funzione di blando lassativo che poteva tornare molto utile a chi passava buona parte dell’anno per mare.
tagliere.jpgPh "Fico Moro" - Laura TessaroCosì Caneva è diventata, quasi senza accorgersene, la località del fico e, come spesso accade, il toponimo è entrato nella mentalità e nel linguaggio popolare. Già nel Cinquecento venivano commercializzati i fichi da Caneva, fichi dalla buccia scura, nera. Figo Moro per l’appunto. Un commercio durato secoli, con i frutti essiccati per le navi e quelli freschi dedicati alla nobiltà. Soprattutto però una coltivazione diffusa, nei declivi dove le altre colture non erano praticabili, nei cortili, negli orti. La fortuna del fico è anche quella di essere una pianta di corredo alla produzione principale, che può adattarsi alle situazioni più disparate. Ecco perché anche di fronte allo spopolamento del paese con la forte emigrazione di metà secolo la coltura non è mai venuta meno e recuperarlo è stato facile, tra giardini e cortili.
fichi.jpgIl problema però, come spesso accade – l’esempio dell’albicocca di Scillato fa scuola – è proprio questa frammentazione. Cioè come rendere redditizia e dai volumi stabili una coltivazione diffusa così a macchia di leopardo? La risposta è stata la creazione di un Consorzio supportato dall’ERSA (Ente Regionale per lo Sviluppo Agricolo e Forestale) che non solo ha tutelato le colture esistenti ma ha anche codificato le pratiche colturali, censito l’esistente, stabilito regole e lanciato un’operazione di marketing e “maquillage” ben riuscito per rendere ancor più figo il FigoMoro.
golosaria-titolare-bella.jpg Alessia Carli, Presidente del Consorzio Figo Moro da Caneva Oggi il FigoMoro da Caneva è una splendida realtà che vive tutto l’anno. Tra agosto e settembre, durante la raccolta, quando contemporaneamente si celebra una sagra con i frutti appena colti. Quindi trasformato in una serie di prodotti che spaziano dalla confettura extra con minimo l’83% di frutta al Cioccomoro che promuove l’incontro tra FigoMoro e fava di cacao. O ancora i Canevoti, fichi interi caramellati, Figomoro al peperoncino e Figolina, dove il frutto sposa un’altra eccellenza: la Nocciola del Piemonte.
golosaria-vasetti.jpgwww.figomoro.it

Foto d'apertura: "Figo Moro de Caneva" - Fabrice Gallina

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