Ansia, frustrazione e angoscia in tempo di coronavirus

Prendo spunto da un articolo di Antonio Padellaro apparso sul Fatto Quotidiano e da una notizia di cronaca uscita sulla Stampa edizione di Cuneo dal titolo “Gli psicologi al telefono contro lo stress collettivo” per affrontare un tema oscuro ai più. Padellaro stesso dice che fra i vari esperti che intervengono in tivù non c’è mai uno psicologo, mentre ansia, frustrazione e angoscia sono all’ordine del giorno. Ancor più domani, se dopo il 25 marzo o il 3 aprile non si vedrà quella curva del picco verso il basso che dovrebbe prefigurare la fine delle restrizioni, che comunque costa fatica a tutti.
Si chiede Padellaro: come si farà a tenere la gente nell’alveo della disciplina?
E aggiungiamo noi: e se stando a questa disciplina si rompe qualcosa dentro?

Ora, nell’immaginario collettivo o forse, meglio, nelle consuetudini di una certa generazione che davanti a un dramma o a un lutto esponeva il mantra del “Fatti coraggio!”, la figura dello psicologo a cui rivolgersi quasi non esisteva. Della serie: “Se ho dei problemi chiamo un amico, un parente, il prete, ma non vado a chiamare qualcuno che non conosco. E poi cosa gli dico e lui cosa può dirmi?".
È dunque possibile che lo psicologo adesso diventi un servizio a chiamata come qualsiasi altro servizio così poi sto meglio?
Questa è la provocazione che raccolgo, dicendo che tutto sommato siamo nel passaggio della generazione “Fatti coraggio” (che per certi versi ti lasciava più solo di prima nella tua disperazione) a quello dell’aiuto specializzato.

Cosa ne pensano due nostri amici, Irene, giovane psicologa, e Giovanni, di navigata esperienza come psichiatra?
Risponde fra i primi Giovanni:
psicologo-giovanni.jpg“Sono d'accordo con Paolo che se questo servizio diventa genericamente un "Telefono Amico" è destituito di senso. Serve invece (e molto) come opportunità di consulenza SPECIFICA (i colleghi sono traumatologi) sui temi dello stress grave che stanno subendo i sanitari di tutti i ruoli nello svolgimento dei loro compiti e sui temi della gestione manageriale da parte dei responsabili (primari e direttori sanitari degli ospedali). Gli effetti positivi di tali interventi, a partire dalla vicinanza fisica di psicologi esperti agli operatori coinvolti in un disastro, sono ben noti in psicologia dell'emergenza (vedi il sito della SIPEM (link) ma questa emergenza è una novità perché isola totalmente gli operatori dal resto della società, bloccandoli insieme ai malati, con una protezione discutibile, sia emotiva che fisica (sembra che il 10% si sia infettato lavorando: inammissibile). Il tema del supporto psicologico esperto (e prossimamente) della terapia per chi starà male, sta finalmente emergendo in questi giorni (vedi allegati e siti qui sotto): in due-tre settimane diventerà un’ondata/tsunami e con vari colleghi ci stiamo preparando a lavorare (il doppio, il triplo...) per i prossimi 4-6 mesi".
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E poi è arrivata la risposta di Irene:
psicologo-lei.jpg"Come psicologa lavoro attualmente con i mezzi di comunicazione web che abbiamo a disposizione, e ho offerto a titolo gratuito supporto agli operatori dell'Ospedale di Alessandria dove svolgo la mia attività di tirocinio in Psicoterapia. Questo personalmente non significa che il mio intervento professionale possa essere equiparato ad un "telefono amico", in cui la persona riversa la sua angoscia in un modo che sia fine a se stesso, ma lo considero un contributo per intervenire sulla sofferenza del singolo e dei gruppi, a cui può non bastare un confronto e un semplice sfogo con amici, parenti o figure religiose. In generale, lo psicologo che ora offre un aiuto telefonico legato all'emergenza Covid-19 può contribuire innanzitutto ad accogliere la sofferenza del paziente, ad incoraggiarlo ad attenersi ai fatti reali e non alle notizie spesso false e allarmistiche che stanno girando sui social, in modo da diminuire il contagio emotivo del panico. Oltre a ciò, questo servizio può contribuire nel cercare CON il paziente, e non sostituendosi a lui, quali possano essere le risorse positive personali da utilizzare in questo momento. Lo psicologo che ascolta il paziente non nega la sofferenza, non sollecita false speranze, non dà "pillole di saggezza", spesso poco utili, ma condivide e supporta il paziente nel suo dolore. Il mio maestro, Michele Minolli, venuto a mancare all'inizio di questo anno, diceva che il paziente chiede aiuto allo psicologo perché "esperto della sofferenza". E ci formiamo tutta la vita per essere tali, senza smettere di perseguire la nostra missione, che è quella di accompagnare il paziente nel suo faticoso cammino verso l'appropriarsi della propria vita. Perché questo succede a chi soffre (ora più che mai in modo evidente): sentirsi persi nel cammino del proprio esistere come esseri umani. Mi sento di dire, anche grazie ai confronti con colleghi, che noi siamo pronti ora, e lo saremo anche dopo che questo difficile periodo sarà passato.”

Grazie dunque a Giovanni e Irene, per aver documentato un aspetto contemporaneo che ci riguarda da vicino, molto da vicino.
E per tornare al bivio generazionale, va detto che le consuetudini vanno prese nel contesto temporale in cui si manifestano, ma non sempre sono la via da perseguire di fronte a cambiamenti che neppure immaginavamo.
Del resto la RAGIONE è quel fattore dato all’uomo perché egli sia capace di tenere aperte e presenti tutte le possibilità. Ma proprio tutte.