Proviamo spiegare perché a Natale ci trasformiamo tutti in scoiattoli gourmet

La scena è un classico. Avete appena finito il diciottesimo giro di antipasti, due primi, l’arrosto e il panettone. Lo stomaco chiede pietà, il bottone dei pantaloni chiede asilo politico. Eppure, quando la zia piazza al centro della tavola quel cestino di vimini pieno di noci, datteri e fichi secchi, scatta qualcosa di primordiale. Improvvisamente, troviamo uno spazio che non sapevamo di avere e iniziamo a schiacciare noci come se non ci fosse un domani. Ma perché a Natale, e quasi solo a Natale, la frutta secca ed "esotica" diventa la regina della tavola?

Tanto per cominciare, come per quasi tutte le cose buone, è colpa (o merito) dei Romani. Durante i Saturnali, le antiche feste di dicembre, ci si scambiavano le strenne, piccoli doni benaugurali tra cui spiccavano proprio fichi secchi, datteri e miele. Il motivo era semplice: regalare qualcosa di dolce serviva ad augurare un anno nuovo altrettanto "dolce" e prospero. Quindi, quando addentate quel fico secco, state tecnicamente facendo un rito propiziatorio vecchio di duemila anni.

Ma c’è anche una questione di vanità. Oggi i datteri li trovi al supermercato tutto l'anno, ma una volta far arrivare la frutta dall'Oriente o dall'Africa era un'impresa. Avere sulla tavola di Natale frutti "esotici" che venivano dalla Terra Santa o dai paesi caldi era un lusso sfrenato, un vero status symbol. Offrire un dattero ai parenti non era solo gentilezza, era un modo clamoroso per dire: "Guardate quanto siamo ricchi, possiamo permetterci il cibo che ha viaggiato più di voi".

E poi c'è il motivo più pratico e geniale: la frutta secca a guscio è il social network del passato. Sgusciare una noce richiede tempo, impegno e l'uso di quello strumento infernale che è lo schiaccianoci. È il cibo perfetto per il "dopo pasto" perché tiene le mani occupate, riempie i silenzi imbarazzanti con i parenti e permette di smaltire mentalmente il pranzo restando seduti. Il crack del guscio è, da sempre, la colonna sonora ufficiale delle chiacchiere natalizie.

Non mancano nemmeno i significati più profondi e mistici. Per la tradizione cristiana, la noce rappresentava il mistero di Cristo (il guscio duro come la natura umana o la croce, il gheriglio dolce come la natura divina), mentre il dattero, frutto tipico delle terre di Gesù, era un modo per connettersi geograficamente alla Natività, oltre a essere simbolo di trionfo.

Infine, ammettiamolo, c'è il grande inganno psicologico. Dopo chili di carne e carboidrati, il cervello ci suggerisce subdolamente: "Dai che la frutta secca fa bene e aiuta a bruciare i grassi". Ignoriamo volutamente che quella "nocciolina" ha le calorie di un piccolo reattore nucleare, ma a Natale le calorie non si contano. Quindi via libera alle arachidi che, si sa, una tira l'altra fino a quando non resta solo il guscio vuoto e il senso di colpa.

In sintesi: mangiamo frutta secca perché porta soldi, perché fa festa e, soprattutto, perché ci dà una scusa per restare a tavola a chiacchierare ancora un po'.

Passami lo schiaccianoci, va!

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