Quinta discesa in cantina, per svuotare altre bottiglie d’annata

Cosa ho imparato questa volta? Una cosa importante: il valore di un’annata. È vero che lo si percepisce quando il vino esce dalla botte o anche durante la sua permanenza, ma trovare conferma a distanza di tanto tempo è qualcosa che colpisce sempre. Per esempio l’annata 1993: uno spettacolo, mentre fra il 1997 (che avrei dato per grande a occhi chiusi) e il 1996, ho trovato migliori longevità in quest’ultima.

Ora, la degustazione che segue questa volta era senza vini bianchi tranne uno, che è risultato clamoroso, ancor più che l’annata era del 1986. Si tratta del Planargia Murapiscados di Gian Vittorio Naitana di Magomadas, un cru di malvasia che già alla vista, giallo oro vivo, mi ha fatto brillare gli occhi. Lo recensii nel 1989, nella mia prima guida ai vini d’Italia, allegata al settimanale IlSabato e già allora lo consideravo un vino speciale.

Oggi, a distanza di 34 anni devo dire che è stata una sorpresa pazzesca. Appena aperta senti un odore di vinavil che poi diventa essenza (perché l’intensità è notevole) di fiori, di erbe officinali, di albicocca candita che già si mostrava in gioventù, ma qui è avvolta da un qualcosa di balsamico. Fantastico come allora lo senti dolce in bocca, finanche allappante con quel concerto che sembra un giardino di erbe officinali che lascia la bocca pulita. Grandeee!
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INIZIAMO DALLA TOSCANA  

Dico subito che è stato notevole il Carmignano “Trefiano” 2000 dell’azienda Contini Bonacossi di Carmignano. Sul mio taccuino ho scritto: “una giacca di fustagno, con speziatura ampia e diffusa, piacevolissimo il sorso ampio, fresco e speziato con quella nota unica di sottobosco". E dopo quell’assaggio a fine febbraio al Cibreo di Firenze di varie annate di Carmignano della stessa azienda (il Trefiano era la riserva 2015, ma il vino più longevo è stato il Riserva 1981 Carmignano Villa di Capezzana), questa bottiglia corona il convincimento che siamo di fronte a una grande cantina.
bonaccossi-trfiano.jpgBanfi di Montalcino mi ha dato maggiore soddisfazione con il Summus 1997 (cabernet sauvignon, sangiovese e syrah) che col Brunello 1995. Entrambi da bere, ma il primo era più intrigante con quella nota di sottobosco rugiadoso al mattino presto e l’equilibrio raggiunto coi tannini ancora vivi. Il Brunello spiccava per le note animali.
castello-banfi.jpgGrandissimo il Morellino di Scansano 1989 della Fattoria Le Pupille di Grosseto. Un bouquet pronunciato con note di frutta ancora fresca. In bocca il piacere dell’integrità con tannini che solleticano il palato. Sui miei appunti ho scritto: “Uno di migliori assaggi di oggi, colpito da quella frutta speziata a dalla persistenza lunga”. Bravi, bravi!
le-pupille.jpgInteressante l’assaggio di due vini di Villa Cafaggio di Greve in Chianti: il Toscana Rosso San Martino 1996 (sangiovese al 100%) che ha salvato la complessità e il Chianti Classico 1997 decisamente migliore: al naso vincono le note animali e speziate con un effluvio che si sviluppa in tutta la sua ampiezza. In bocca è integro, capace di esprimere ancora l’aromaticità del frutto con tannini ancora vivi.
villa-cafaggio.jpgEccellente l’annata 1993 per quanto riguarda il Chianti classico riserva Solatione dell’azienda Giachi di San Gimignano. Si presenta secco in bocca, austero, con un tannino terminale che si fa allappante.

Bellissima sorpresa quindi per il Bolgheri superiore Piastraia 1997 (cabernet sauvignon, merlot, syrah e sangiovese) di Michele Satta di Castagneto Carducci. Al naso ti coglie una nuance di frutta cotta e sotto spirito che poi in bocca si traduce in un bicchiere davvero molto interessante: non ha perso eleganza e scalpitano ancora i tannini. Un bel bicchiere, integro e fruttato che è finito con altri 5 sulla tavola del pranzo. Bravo Michele!
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UN GIRO IN CENTRO ITALIA COLPITI DAL MONTEPULCIANO  

Iniziamo da due vini della cantina Farnese di Ortona. Il Colline Teramane Montepulciano d’Abruzzo riserva Opi 2011 che ha dentro la sua naturale liquirizia e note fruttate ancora fresche, con una nuance di vaniglia in sottofondo. Ma il vino che colpisce di più è l’Edizione Cinque Autoctoni 2013 (montepulciano, primitivo, negroamaro, sangiovese, e malvasia rossa) un Rosso dal colore impenetrabile, con generose nuance di cacao e cioccolato. “Ma quanto è grande?” scrivo sul mio taccuino. C'è la liquirizia nera da gustare su un finale tannico che sostiene un gran corpo e la frutta ti insegue con la sua pregnanza fino in gola. Ottimo.

Dei Montefalco Rosso riserva di Caprai di Montefalco, fra il 1997 e il 1996 ho preferito l’ultimo: è più integro, e si mescolano note speziate a nocciola, in un equilibrio esemplare. Il 1997 era più invaso da note di frutta sotto spirito: il corpo ancora presente, ma con un futuro incerto.
arnaldo-caprai.jpgBellissima sorpresa con il Rosso Piceno “Grizio” 1997 di Medoro Cimarelli di Staffolo. Dalle note rubino con unghia aranciata emergono spezie di genere animale, ma è potente e direi anche originale quella frutta sotto spirito che emerge. In bocca ne avverti l’indomita aggressività. Eleganza e tannini sono i due descrittori che metto in evidenza. Un grande produttore, comunque, non si smentisce mai.
grizio-rosso-piceno.jpgI cinque asterischi pieni, rara avis dei miei assaggi, dopo il Murapiscados, sono scesi invece sul Rosso Cuvée 1993 di Vallania di Zola Predosa. Una vecchia conoscenza di questi assaggi, che tuttavia non s’erano mai spinti così indietro (avevamo assaggiato la volta scorsa il 2001). Ha un colore ancora integro, al naso note intense di erba bagnata e cuoio. “Un Miracolo” ho scritto subito dopo l’assaggio: tannini levigati, nessun principio di ossidazione, nessuna nota di frutta sotto spirito. Eleganza e potenza… anzi: all’ennesima potenza. E qui comprendi cosa sia stata l’annata 1993. Dopo il riassaggio a tavola ho appuntato: “In bocca spinge proprio con forza la frutta in tutta la sua sorprendente integrità".
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UN GIRO AL SUD PRIMA DI VIRARE IN TRENTINO  

È del 1995 la bottiglia di Aglianico del Taburno di Ocone di Ponte, una delle prime aziende della mia predilezione. Colpisce il colore rubino vivo con riflessi aranciati. Al naso note che si aprono all’incenso, mentre in bocca è secco e decisamente originale.

la-maddonella-ocone.jpgAnche il Salice Salentino riserva Donna Lisa di Leone de Castris di Salice Salentino era del 1995. Un vino mitico che ha mantenuto un buon corpo, nonostante l’età, anche se è tutto avvolto dalla frutta sotto spirito. Ma che annata il 1996!
donna-lisa.jpgLo dichiaro anche di fronte al Taurasi dei Feudi di San Gregorio di Sorbo Serpico. Il colore rubino è intatto e concentrato e lo stesso spessore lo si avverte al naso con la sua fragranza animale. Senti ciliegia e lievissima nota sotto spirito che torna poi in bocca in un sorso carezzevole di tannini ben presenti.
taurasi-feudi_san_gregorio.jpgE prima di salire in Piemonte, un fuoriprogramma in Trentino, per assaggiare il Vigneti delle Dolomiti Rosso Gonzalier 2012 dell’Azienda Grigoletti di Nomi (cabernet e merlot). Al naso la frutta ha una profondità importante e la freschezza si evince fin dall’olfatto. In bocca c’è un piacevole equilibrio che traccia una persistenza lunga. Un vino fragrante.  

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IL PIEMONTE TRA BARBERA E CONTAMINAZIONI (NON DA CRONAVIRUS EH!)

Apriamo con la Barbera d’Alba “Marun” 1999 di Matteo Correggia di Canale. Una sorpresa che al naso ti offre una nuance nettissima: crème caramel. Ne avverti la vaniglia, ma anche, in bocca, un corpo pieno che diventa piacevolissimo coi suoi tannini croccanti. Ha avuto una tenuta straordinaria. Notevole Ornella!
matteo-correggia-marun.jpgDa provare il Monferrato Policalpo 1997 di Cascina Castlet di Costigliole d'Astiche si apre con ghiotte note di caramella al naso. E poi incenso e tannini ben presenti. E non è un nebbiolo, ma bensì barbera e cabernet.
cascina-castlet.jpgNel Monferrato ritroviamo poi ancora la terza Barbera D’Asti superiore “Eugenea” 2003 del Castello di Razzano di Alfiano Natta che la volta scorsa ci aveva colpito con altri due vini (sempre Barbera). E anche questo fa centro: con un corpo e una spada acida ancora espressiva. Bellissima Barbera: placida, di quella che piacciono a noi.
castello-razzano-eugenea.jpgE già che siamo nel Monferrato ecco il vino di una cantina di Vignale che non c’è più. Si tratta di Alessandra Colonna che nel 1996 faceva il Mondone con uve cabernet sauvignon, pinot nero e barbera. Ora, davanti a questo vino speziato che ha mantenuto integrità nel corso di 24 anni (l’annata 1996 aiuta) ci fa dire che l’intuizione dell’apparentamento e della coltivazione di altri vitigni in questa terra benedetta, non era del tutto errata.
Tant’è che un vino che ci travolge e che portiamo in tavola sarà un genere simile, anche se del 2007. È il Monferrato Rosso Bacialè di Braida cantina di Rocchetta Tanaro. È infatti anche questo un uvaggio di barbera, pinot nero, merlot e cabernet sauvignon. Al naso senti la grafite e il pepe, in bocca un piacevolissimo equilibrio per un vino che migliora con gli anni. In bocca ritrovi complessità anche sul finale e una profondità che sorprende.
baciale.jpgAndando avanti negli anni, ecco due Ruchè di due aziende di Castagnole Monferrato a confronto. Un 2004 di Gatto ahimè ossidato, ma un 2009 di Poncini che, invece, dalla nuance aromatica (più che la rosa senti il vinavil che emerge quando c’è un’uva aromatica) si presenta equilibrato con un’originale speziatura.
Altri vini: la Barbera d’Alba “Vigna del Gatto” 2013 di Tenute Arnulfo di Monforte d'Alba che ha corpo ma non promessa di longevità come certe d’Asti; quindi la Barbera d’Alba superiore Mirafiore 2008 di Fontanafredda di Serralunga d'Alba, che al naso sembra perfetta ma poi si mette in fase discendente. Buoni invece il Nebbiolo della stessa annata dove avverto il fil rouge della viola e provo la setosità dei tannini.

Per questa settimana è tutto… alla prossima!