Sulle tracce della transumanza della pace

Gianni Rigoni Stern ci teneva che io potessi vedere coi miei occhi il frutto di quei denari raccolti dai Club di Papillon di tutta Italia, in tre anni, per sostenere il suo progetto: la Transumanza della pace.



Un viaggio dall’Altipiano di Asiago a quello di Srebrenica,



in Bosnia, dove 20 anni fa si consumò un terribile eccidio, con migliaia di morti, soprattutto uomini, e tante case bruciate.



Appena arriviamo nei pressi, dopo aver passato i confini della Slovenia, della Croazia e infine della Bosnia, i segni sono ancora evidenti. Ma soprattutto a Srebrenica colpisce l’immenso cimitero, con le lapidi bianche di 50 centimetri, incolonnate su una collina ad anfiteatro.

 

Lo visitiamo leggendo le date di nascita e colpisce quando vediamo 1981: erano ragazzini allora. Ma tanti altri appartenevano ad una generazione che avrebbe scritto il futuro: ed è stata stroncata in maniera violenta, senza che nessuno intervenisse, nonostante una postazione dell’Onu, in carico agli olandesi, proprio di fianco alla fabbrica dove si è consumato il massacro più grande.
Oggi quella fabbrica è rimasta la stessa di allora: fredda, decadente, terrificante, con le pareti piene di foto simili a quelle dei campi di concentramento.



Poche foto, tuttavia, ritraggono il dolore, moltissime invece mostrano i politici (è arrivato anche Bill Clinton) che sarebbero intervenuti nelle cerimonie successive a guerra ultimata. Una guerra scattata il 1º marzo 1992 e terminata il 14 dicembre 1995. I raid serbi, tuttavia, non hanno dimenticato la campagna. Soprattutto quella di Succeska, dove Gianni Rigoni si è prodigato per ristabilire l’habitat botanico ideale per permettere all’allevamento di riprendere. Saliamo su quelle altezze, che in taluni tratti ricordano proprio gli scorci degli Altipiani di Asiago. Ci sono piante di prugne ovunque, da cui traggono la Rakia che è il loro distillato (non male fra l’altro). Le prugne vengono anche essiccate, raramente diventano confetture. Con Gianni ed Edo, un trentenne del luogo, oggi padre di tre bambini, molto sveglio e preciso, che per un soffio ha schivato il massacro quando aveva poco più di 10 anni...

 

...giriamo fra i veterinari, per sensibilizzarli a favorire la fecondazione artificiale della vacche, col seme della razza Rendena.

 

Grazie a un progetto della provincia di Trento, sono state portate 140 vacche di quella razza, che ha dimostrato un ottimo adattamento. Ora c’è da favorirne la riproduzione. Visitiamo tre stalle nuove di zecca, con il bel soffitto di legno chiaro, realizzate con il contributo della Chiesa Valdese.



Sulla porta di ogni stalla è appeso il decalogo delle buone pratiche scaturito dalle lezioni di Gianni Rigoni nel 2009 e 2010, anche nelle altre più piccole e artigianali, ricostruite secondo i consigli di Gianni.

 

Una di queste mi colpisce per la bellezza e la pulizia di quei capi di Rendena col manto nero luccicante.

 

In un’altra azienda, una bella signora (quella della foto di apertura che ci saluta) sposta il fieno con il forcone, sotto un sole cocente, mentre gli uomini sono seduti a bere caffè e a fumare. È una situazione che si ripete spesso, questa, e fa parte della cultura di questa gente, anche se intorno si respira una certa aria di positività. Sono tornati i colori sui muri e i giochi per i bambini, che in verità girano per la campagna con il telefonino in mano.

Una signora coi nipoti al seguito ci ferma mentre varchiamo una piccola valle e ci racconta che non sa più cosa fare col latte. Ha provato a venderlo ai vicini, ma più di 10 litri non riesce. Il resto del latte va alle galline, ai cani. Manca un caseificio. Gianni lo sa e quello è il suo nuovo obbiettivo. E rimane colpito, come noi, quando la signora piange per lo spreco del latte.

 

Quando lui arrivò qui nel 2009 con la moglie Lella, quasi per un viaggio di piacere e curiosità, se ne andò via restando in silenzio per più giorni. E la moglie ricorda che ogni tanto diceva: “Devo fare qualcosa per questa gente”.

 

Quando è tornato dopo due mesi, ha individuato nella felce aquilina il primo nemico. Un infestante che avvelenava le vacche, piegando ancora di più questo popolo sopravvissuto. Ora bisogna cercare una via per il latte. Qui fanno un formaggio molto cremoso, quasi liquido, che una signora ci serve a pranzo. Un pranzo attorno ad un tavolino basso che inizia con un caffè servito con fette di salame bovino (morbide e buone) e dolci locali (piccole girelle).



Poi arriva una minestra di verdure e pasta, accanto a un pollo arrosto buonissimo e a carne di capra servita a pezzi, fredda, che mangiamo con le mani.

 

La signora ci serve e non mangia, il marito sta con noi e fuma in continuazione. Si parla di trattori da restaurare, degli allevamenti di pecore che sono molto diffusi e di capre. Ma nessuno caseifica, anche se fra le capre di questa famiglia c’è addirittura l’ottima razza Saanen, che dà origine ai migliori caprini del mondo. Andiamo da una famiglia di tre fratelli che hanno bisogno dei pezzi di ricambio del loro trattore: quasi oltre 1.000 euro di spesa. E scopro che con la nostra ultima donazione, sarà possibile rispondere a quel bisogno.



La strada della ricostruzione in questi paesi è lastricata anche da variabili che esistono in tutto il mondo: la corruzione, la furbizia (ci sono le strade appena costruite coi soldi della gente che franano poco dopo) e l’incapacità di cooperare, anche se in alcuni casi si sono dati una mano a vicenda, per ripartire. L’indole di questo popolo non è la creatività imprenditoriale, mi par di capire, ma intanto hanno avuto fiducia in Gianni, che quando lo incontrano lo abbracciano e salutano con strette di mano sincere e sorrisi.

 

Quando è tornato la terza volta, nel 2009, ha fatto mettere da Edo dei volantini in tutte le contrade, per convocarli in una scuola e iniziare una serie di lezioni agronomiche fondamentali. Si presentarono in 100. E molti di questi li abbiamo incontrati nel nostro giro, coi figli cresciuti, anch’essi in azienda o al pascolo. Durante i 200 chilometri di strada interna, fra un paese e l’altro, abbiamo visto la costruzione di nuovi tratti di strada; anche i negozi e i market hanno assunto una veste più moderna e persino i bar, dove la gente si ritrova sono confortevoli, come quello di Srebrenica, sopra al supermercato. C’è anche un campo di calcetto moderno e bellissimo e nel nostro hotel sono gentilissimi quando a cena ci portano il pollo con il cavolo cappuccio.
È ritornato il sorriso sui volti di tanta gente, questo mi ha diffusamente colpito durante gli svariati incontri. Sarebbe un delitto spegnerlo, ed è un dovere continuare a ricordare che quando si attua una catena umana, anche a 1.000 chilometri di distanza, quella gente diventa tua. Per questo la transumanza della pace presto diventerà un libro della collana “i Libri di Papillon”, scritto da Gianni in prima persona.
Un modo per divulgare ancora di più un bisogno, perché la vera emergenza è nel medio e lungo periodo, sempre. E senza una persona che si commuove non si dipana la storia, non si compie nulla, se non una generosità a spot. Il titolo del prossimo Meeting di Rimini “le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l'uomo felice” è davvero emblematico di quanto ho visto in questi tre giorni.
Grazie Gianni!