Da un dialogo dell’agosto 2007 al Meeting di Rimini

Quando un padre se ne va, sia esso carnale che spirituale non lascia mai un vuoto, perché la tua stessa vita è stata riempita da quella relazione. Questo ho pensato quando l’ultimo giorno dell’anno è giunta la notizia che don Luigi Negri era salito al cielo. Quel don Luigi poi diventato vescovo, che negli Anni Settanta stava notte e giorno davanti al telefono durante i momenti caldi della contestazione, quando i ciellini e le loro sedi venivano prese di mira, bruciate. E lui stava lì, pregando e intervenendo, come un padre.
1a.jpgEra il riferimento di Gioventù Studentesca, nei miei anni; poi lo trovammo docente di teologia morale all’Università Cattolica; quindi a celebrare il mio matrimonio con Silvana, alla Certosa di Garegnano, il 12 settembre del 1987. E poi tanti momenti, fra incontri, cene, talvolta anche con don Giussani. Quando compimmo i 50 anni, nel 2011, facemmo una festa, fra i tanti che avevano frequentato l’Università Cattolica dal 1980 al 1985, facoltà di Scienze Politiche. Era passato tanto tempo, non fu facile mettere insieme le storie che nel frattempo si erano sviluppate, ma ci riuscimmo. E a celebrare la messa nella chiesetta di Polesine Parmense, ripresa anche in un film di don Camillo e Peppone venne lui, da san Marino, portando in dono un salume del Montefeltro (foto di apertura). Che tenerezza in quel gesto, e in quella sua disponibilità ad esserci sempre. Fra i pochi uomini di chiesa, era anche iscritto al Club di Papillon, l’unico vescovo che io ricordi e lui ripeteva che quella era “una non poca differenza rispetto agli altri prelati”. 
2a.jpgDon Luigi Negri era simpatia, sarcasmo, e poi tenerezza attraverso quegli occhi limpidi alla Marlon Brando. E poi era la gioia della fede allo stato puro, fino all’ultimo dei suoi giorni, come testimonia un breve filmato registrato il giorno del suo compleanno, un mese fa, dove parlava del tempo che è quello del Signore.
Lo voglio ricordare come fosse una didascalia alla foto di apertura con questa sua frase: “Non c’è libertà senza appartenenza. È solo nel riconoscere a chi si appartiene che si può sperimentare davvero l’essere liberi: non dallo Stato, non dalla società nelle sue pur diverse e importanti manifestazioni, ma da Dio deriva la libertà”.
3a.jpgMa lo voglio anche ricordare con questo intervento che fece a Rimini, durante un incontro promosso dal Club di Papillon, nell’agosto del 2007, per lanciare uno degli strumenti più belli nati in seno alla nostra storia che compie 30 anni che è il libro “Adesso, 365 giorni da vivere con gusto”. 

LUIGI NEGRI 
La prima osservazione che voglio fare è sulla parola cultura, perché la bellezza, e nella bellezza il gusto – il gusto è fattore eminente della bellezza – la parola determinante è la parola cultura. La cultura, come diceva Don Giussani, è la coscienza critica e sistematica dell’esistenza umana; ed esistenza umana è anche quando uno mangia, esistenza umana è anche quando uno piange o ride, o pensa. Mi veniva in mente, mentre entravo qui, la prima ora di filosofia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Gesù, nel lontano ottobre del 1960. La prima lezione ce la fece la professoressa Sofia Vanni Rovighi: una delle donne più intelligenti e più brutte del secolo scorso. Ci commentò una frase di S. Tommaso D’Aquino che suonava così: “Idem est hic homo, qui edit, bibit et quaerit Deum”: “Lo stesso uomo è quest’uomo che mangia, beve, vive, veste panni e pensa a Dio”. Come dire che l’uomo è un’unità, un’unità che ha una variegazione infinita, ma l’unità non è una somma di particolari, l’unità è l’anima segreta della diversità.
4a.jpgPerciò, quale che sia la modalità con cui poi si esprime la diversità, la diversità richiama, si raccorda misteriosamente, ma realmente con l’unità. Questa è la cultura, non la cultura del saper leggere il greco e il latino e scrivere, scrivere ed avere molte altre virtù, come voleva Carducci. La cultura è la ricerca del senso della propria vita: o la propria vita poi ricade sul modo con cui prepari la tavola o mandi i fiori, o ricade e arriva fino lì, o è una cultura astratta, perché risponde soltanto a certi aspetti dell’uomo e paradossalmente risponde a quegli aspetti che viene previamente deciso che siano quelli definitivi o determinanti. Allora Papillon ha ridato spessore alla parola cultura; io non è che avessi molto tempo per seguire tutto, però ho percepito, permettetemi questa che può sembrare un’indebita petizione, che si svolgeva con Papillon un’intuizione fondamentale della nostra vita e del nostro metodo: che nulla poteva sfuggire alla verità. Se qualcosa sfugge alla verità, non è la verità. Come dicevano i Padri della Chiesa, quando dicevano che se c’è qualcosa dell’umano che non è stato assunto dal Verbo di Dio che è diventato carne, vuol dire che non è salvato, oppure, peggio ancora, che colui che pretende di salvare non è il Salvatore. 
5.jpgQuesta è la prima suggestione: la parola cultura. 

Ed è una cosa incredibile, perché se mi avessero detto, quando Massobrio e sua moglie - che frequentavano un istituto tecnico tra i peggiori di Milano negli anni ’70, dove la preoccupazione fondamentale non era quella di imparare, perché nessuno insegnava, ma di tornare a casa salvi, ancora vivi - se mi avessero detto in quel momento che Paolo Massobrio e Silvana Rossi avrebbero creato un fatto di cultura, personalmente non ci avrei creduto. Eppure l’hanno creato perché hanno dato alla parola cultura questa radicazione unitaria e aperta all’infinito. L’altra frase non meno significativa di quella di S. Tommaso, sentita migliaia di volte da Don Giussani, è: “Sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fatela per Dio”. Istintivamente, (in questo mondo senza bellezza, senza gusto, senza significato, senza dignità, senza capacità di sacrificio, in cui siamo messi come in esilio) pensate se l’uomo comune di oggi sente un rapporto tra il mangiare e il bere e Dio, cioè tra il mangiare e il bere e la totalità della sua vita: è la cosa più lontana da lui. 
7.jpgLa seconda suggestione è la grande capacità critica che Papillon ha dentro

Che significa una lettura critica del mondo in cui viviamo: da un lato è il recupero teoreticamente positivo, si potrebbe dire, della parola cultura; dall’altro è una lettura critica della divisione del mondo moderno, perché il mondo moderno ha diviso l’uomo, perché la modernità ci presenta l’uomo che ragiona e pensa, e c’è stato un momento della sua storia in cui ha pensato che la ragione fosse tutto e che l’uomo consistesse nella sua ragione: “Cogito ergo sum”. Per cui allora il vero problema dell’uomo è conoscere e dilatare al massimo le sua capacità conoscitive; sulle sue capacità conoscitive nasce poi la capacità tecnico-pratica di trasformazione e manipolazione e tutto il resto non centra: l’uomo è la sua ragione. 
8.jpgCosì siamo andati galoppando verso l’idea che la conoscenza sia una tecnologia di carattere meccanico, che addirittura dettasse un nuovo modo di vivere l’intelligenza: l’intelligenza artificiale. E il sentimento? E l’affetto? E lo sgomento per il male che uno fa? E il gusto della bellezza? E’ la differenza inesorabile che c’è di fronte alle cose, tra una persona ed un’altra, tra un tramonto ed un’alba, tra una capacità di sacrificio che uno sente sorgere dentro il suo cuore e quando sorge ama la sua bontà – perché è giusto che un uomo che è buono o che ha momenti di bontà ami la sua bontà, come è giusto che un uomo che fa il male, come tutti noi lo facciamo, senta vergogna del suo male, anche se non lo dice mai. E per questo la Chiesa circonda la confessione di un segreto assoluto, l’unico vero grande segreto che sia rimasto nonostante tutte le devastazioni che la mentalità laicista ha provocato anche nella chiesa: è il segreto confessionale, che impone un assoluto silenzio al prete su qualsiasi cosa gli venga rivelata. 
negri.jpgL’uomo a scomparti, l’uomo che ragiona, l’uomo che vive, l’uomo che lavora, e quindi gli ideali sono il perseguimento della propria soddisfazione nei singoli aspetti. Così l’uomo vale di più o si sente unito in sé perché mette insieme, assomma una serie di particolari nei quali riesce al massimo. Ma questo uomo diviso che pensa l’unità come la somma dei particolari è un uomo che si nega, è un uomo che non sa spiegare tutta la sua vita, è un uomo che nei singoli particolari diventa schiavo dell’ideale che si ha sul particolare: la gratificazione. Amici miei, non è vero che la gratificazione a tutti i livelli, compreso quello sessuale – perché è meglio parlar chiaro – è diventata la schiavitù del tempo moderno, per cui tutti i rapporti, anche i più sacri, vengono poi verificati e giudicati a seconda della gratificazione momentanea che sanno dare? 
9.jpgL’uomo diviso è un uomo che si annulla. L’uomo diviso nei settori della sua vita che non trovano un’unità se non come somma – l’unità non è una somma, è un valore diverso -, l’uomo che cerca l’unità come somma dei particolari è un uomo che si divide; Giovanni Paolo II ha avuto una parola straordinariamente terribile e verissima su questo modo di concepire la vita: l’ha chiamata, come deve essere chiamata: “cultura della morte”. Cioè la cultura dell’individualismo esasperato che mette il proprio ideale nel raccogliere il massimo di benessere da tutti i particolari di cui è fatta la vita, che vengono assunti o lasciati a seconda che diano o no benessere. La donna dà benessere per un certo aspetto, per un certo momento, poi la si lascia. Se poi l’uomo dà più benessere all’uomo che la donna, si afferma la liceità e la sostanziale eguaglianza tra l’eterosessualità e l’omosessualità. Ma possiamo andare avanti all’infinito. L’uomo diviso si perde. 

Terzo: il cammino della vita e la Bellezza
Ma allora noi dobbiamo recuperare il cammino vero della vita, che è un cammino verso il Mistero, verso il senso profondo della realtà, che è un senso che è tanto più profondo quando si rivela in tutti i particolari ed in quanto illumina i particolari e fa vivere tutti i particolari in modo giusto. È come dire che l’uomo che cerca il vero in tutto quello che è e che fa si spalanca di fronte al Mistero, anche naturalmente parlando, senza arrivare alla fede. L’uomo che cerca il senso delle cose è immediatamente alle prese col mistero e legge tutto come segno del mistero. Ma certamente la cosa che legge di più come segno del mistero è l’esperienza della bellezza, di tutta la bellezza, anche quella di una tavola ben apparecchiata o di un piatto ben cucinato, perché la bellezza nella sua unità e complessità è il cammino privilegiato verso il Vero. La bellezza è sintesi di intelligenza ed affezione, di particolare ed universale, è permanenza del tempo pur nello scorrere dei momenti, è come il dispiegarsi della sacramentalità del reale. La cosa più bella della storia che da senso a tutta l’altra bellezza è l’affezione uomo-donna. Diceva Shakespeare: “Mostrami un’amante che sia pur bellissima: a che servirà la sua bellezza se non come un segno dove io legga il nome di Colei che di quella bellissima è più bella?”. 
10.jpgPapillon rimette la bellezza al posto giusto nella vita, non la assolutizza
Se assolutizzasse la gastronomia, il gusto o quant’altro, accadrebbe come in tanti altri aspetti della nostra vita sociale in cui vengono assolutizzate queste stesse cose. Perché voi parlate diversamente dagli altri che parlano di queste cose? Credo che sia anche per una competenza, in cui non entro perché io non ce l’ho, ma per la vibrazione di totalità che c’è dentro quel che dite. Non è il massimo di specialità: ci sarà anche la specialità che vi siete guadagnati nel campo della gastronomia, del bere, ecc... ma quello che colpisce leggendovi o vedendovi vivere è che voi vivete il senso della sacramentalità di quello che vi interessa. L’interesse non è tutto, è un interesse al tutto che vi muove e l’interesse al tutto è ciò per cui, come ha detto Benedetto XVI in un suo bellissimo libretto pubblicato da Itaca, che si fregia della prefazione del sottoscritto (per la quale prefazione il papa mi ha mandato a dire che era stato contentissimo della mia prefazione, e lo metto in comune con voi perché è una soddisfazione per me e anche per voi) “la bellezza è bella perché è di un Altro, conduce ad un Altro”.
11.jpgE poi la Bellezza verifica la verità: se la verità è vera deve arrivare a dettare un gusto diverso della vita, come dicevano i greci, che dopo aver incontrato il vero, il vero doveva diventare bene, giustizia, bellezza. E dicevano: “Allora occorre vivere bene e bellamente”: il grande ideale della kalokagathìa: bene e bellamente. Quindi c’è un gusto della vita che esprime la verità, c’è un’assenza del gusto della vita che esprime l’assenza della verità. Ricordo ancora qui il primo incontro con Léo Moulin, quando mi disse – lui era non miscredente, ma laico: “Ma che cosa terribile il protestantesimo, monsignore, questa assenza di gusto della vita dei protestanti: non sanno mangiare, non sanno divertirsi. Il carnevale è una festa cattolica, il mangiar bene è una cosa cattolica. Io mi sono portato a Bruxelles i fagioli che sono andato a prendere a Lamon, li ho piantati nel mio orto, ma in questo maledetto paese in cui vivo non crescono né i fagioli né la rucola”. Cioè il gusto verifica nel particolare la grandezza della vita. 

L’educazione
L’ultima cosa, che è venuta fuori sommessamente, ma è verissima, è la parola educazione: queste cose si imparano se si è educati, ma un aspetto fondamentale dell’educazione è che uno faccia e venga aiutato a fare. Queste cose non si imparano in astratto, le buone maniere non si imparano in astratto, a cucinare non si impara in astratto. Ma non soltanto l’educazione di questi particolari, l’educazione di tutta la vita è legata al fare: diceva Don Giussani i primi anni: “Fare per capire”. Noi non abbiamo parlato tanto della carità, lo ricordavo pochi giorni fa ad un gruppo che è venuto a trovarmi; noi siamo andati per anni in Bassa (la periferia milanese povera degli Anni Sessanta ndr) e abbiamo imparato la carità perché l’abbiamo vissuta. Noi non abbiamo discettato astrattamente della cultura, abbiamo incominciato a rivedere la cultura laicista delle nostre scuole e a contrapporre ad essa una cultura diversa e così abbiamo imparato che cos’era la cultura. Noi non abbiamo parlato astrattamente della missione, abbiamo preso le nostre decime, cioè un decimo di quello che prendevamo dai nostri genitori, e abbiamo mantenuto per anni tre o quattro studenti come noi che erano andati in Brasile per portare là l’esperienza che facevamo noi qui. Si impara se si fa. Perciò io credo che sia fondamentale questo: noi siamo impegnati in un’opera straordinaria di educazione, e lo dico realmente da vescovo.
12.jpgNoi siamo impegnati in un’esperienza fondamentale di educazione che nel nostro paese significa la ripresa dell’identità cattolica del nostro popolo, perché l’identità del nostro popolo è cattolica e attorno all’identità cattolica si è creata l’identità culturale e civile del nostro popolo; soltanto il laicismo deteriore, razionalista, illuminista, borghese e massonico - perché su questo ha ragione Don Gelmini - ha tentato la distruzione della cultura del nostro popolo. Noi siamo impegnati in un’opera di educazione in cui ognuno deve portare il suo contributo: lei non può portare il contributo che porto io, ma io sono contento che ci sia lei, perché dà al contributo che do io un aspetto, una specificazione, una vibrazione, un’assonanza di fronte alla quale io mi dovrei fermare, mentre quanto più si è impegnati nella varietà degli aspetti e degli interessi a dire un’unica cosa, l’unica cosa che si dice tutti è la parola “uomo”, ma non come dato di esperienza e basta: come valore, come uno che cerca il senso della sua vita. Un’altra cosa, se abbiamo avuto la grazia della fede, aggiungiamo a questa prima: la parola Cristo, che è la verità e la salvezza dell’uomo. Ma in ogni caso, se si costruisce sull’uomo e se poi si ha la fortuna di costruire su Cristo, si realizza nella società,̀ un’educazione che fa finire questo mondo senza gusto in cui viviamo, per aprire un mondo che non sapremo se sarà totalmente determinato dalla nostra posizione, ma per la creazione del quale dobbiamo sacrificarci e dare tutto quello che possiamo dare.