Continua il viaggio in cantina di Paolo Massobrio tra le bottiglie dimenticate

Siamo alla terza carrellata di bottiglie d’antan, alla ricerca di quelle che ce l’hanno fatta e di quelle che invece sono cadute, nel senso letterale del termine, ossia decrepite. In realtà di decrepite, cioè spogliate di tutto a cominciare dal colore ne abbiamo trovare 5 su 150 bottiglie fino ad oggi aperte. E a fronte di questo campione piuttosto significativo siamo in grado di trarre le prime conclusioni. Al netto di Barolo, Brunello e Amarone, che analizzeremo diffusamente più avanti (dopo le 200 bottiglie), i vini reggono bene su un raggio di 15 anni (la mia cantina di casa mantiene una temperatura costante ideale e questo è un gran vantaggio). Quando si arriva ai 20, la selezione si fa più restrittiva; oltre ai 20 si rasenta il miracolo come quella bottiglia di Barbera Massa del 1981 dello scorso assaggio (in fondo all’articolo i link delle degustazioni precedenti). Un altro mito da sfatare è che i vini bianchi non sono longevi: non è affatto vero, anzi.

LA SORPRESA DELLA NASCETTA E DELLA MALVASIA ROMAGNOLA

Sui bianchi sono caduti alcuni miti, anche se il Toscana Chardonnay 1995 di Capannelle di Gaiole in Chianti aveva un colore giallo oro ancora vivo e al naso ti offriva banana matura insieme a rosmarino ed erbe officinali. Su finale una nota amara, ma sempre dettata dalla freschezza.
capannelle.jpgDel medesimo colore dorato si presentava il Gavi Minaia 1999 di Franco Maria Martinetti di Torino: al naso note di pasta di mandorle e frutta esotica; un finale acidulo e ancora intrigante che virava verso l’amaricante.

Sorprendente la Nascetta La Regine 2013 di Serra dei Fiori di Trezzo Tinella, che fa parte della collezione Braida. Mi ha sorpreso perché si è portati a ritenere questo vino un qualcosa da bere giovane, in realtà dice la sua anche dopo 7 anni. Colpisce dunque il colore giallo paglierino classico. Al naso ha note piacevolmente floreali ancora intatte. Un ché di citrino che denota la notevole conservazione della freschezza nel tempo. È stata una sorpresa sentire la mandorla sul finale dentro una trama molto fine.
nascetta.jpgEd eccoci da Vallania di Zola Predosa, con alcune bottiglie dell’annata 2005. Era al limite il Pinot bianco che denotava frutta esotica sotto spirito, mentre la Malvasia 2005 è risultata fantastica: colore giallo-arancio, senti il melone maturo e la crema pasticciera. In bocca è dolce, placido, elegante e pieno. Davvero una sorpresa.
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LO SCHIOPPETTINO E UN RIVIERA DEL GARDA SUPERIORE FRA I VERTICI  

Coi rossi ripartiamo allora da Vallania di cui abbiamo aperto la Cuvée Cabernet Sauvignon 2001 ancora di notevole fragranza dove le senti le note erbacee calde; in bocca risulta fresco, ancora complesso nelle sue molteplici espressioni. Era il vino che diede le migliori soddisfazioni a Enrico Vallania e questa è la dimostrazione che aveva ragione.
vallania.jpgProseguiamo con una sorpresa, che fa parte della storia di Livio Felluga di Brazzano di Cormons: lo Schioppettino. L’annata in questione era il 1991 e mai avrei pensato di trovare integrità in una bottiglia così antica. Eppure Livio era una garanzia, e ancora oggi si avverte la frutta rossa matura, l’intensità, ma anche l’eleganza vellutata con un finale amarognolo dettato dai tannini. Una vera sorpresa che non ho potuto non comunicare immediatamente ad Elda il giorno di Pasqua. E qui apro una parentesi per manifestare un mio convincimento: lo Schioppettino è un vino da invecchiamento, che manifesta la sua anima migliore solo col tempo. Quasi dimenticato dai produttori locali, merita invece considerarlo fra i grandi vini rossi italiani. Livio ci credeva, a quanto pare.
livio-felluga-schiop.jpgSempre sotto gli anni 2000 ecco un Bolgheri superiore Grattamacco 1996 prodotto da Piermario Meletti Cavalieri a Castagneto Carducci. E sul mio taccuino ho appuntato di getto: “Questo è un vino serio”. Ha immediate note speziate e boschive ancora eleganti; in bocca senti la ciliegia sotto spirito ed è ancora allappante. Bella bottiglia che sorprende per la sua integrità.
grattamacco.jpgDel medesimo livello si è presentato anche il Rosso del Veronese Osar 1995 di Masi di Gargagnago di Valpolicella, da sole uve oseleta. E qui avverti subito il bastoncino di liquirizia, mentre in bocca la sua espressione è davvero ampia, con una piacevolissima freschezza che ancora ricorda i piccoli frutti della gioventù.
masi.jpgÈ invece del 1997 il Rosso Conero di Lanari di Varano di Ancona, uno dei leader di questa doc che non si smentisce, ancor più con questo millesimo che offre anche una pregevole freschezza di frutta. In bocca è decisamente pieno, con un nerbo solido e profondo e le pareti dei tannini ancora presenti. Un bel bicchiere che decreta i motivi del successo di questo produttore.
lanari.jpgNel Ronco delle Ginestre 1999 del Podere il Castelluccio di Modigliana senti ancora la frutta, la fragola e in bocca i tannini ancora vivi. Un vino che ha corpo, freschezza, segno di un modo di lavorare ineccepibile, di Vittorio Fiore, che tuttavia non riesce a uguagliare lo stupore della scorsa volta con il Sauvignon Ronco del Re 1999.
ronco-delle-ginestre.jpgPiacevole ed equilibrato è il Morellino di Scansano 1999 di Moris Farms di Massa Marittima, che mostra una certa ricchezza speziata: siamo in una maison che ha scritto la storia di questa doc e questo bicchiere ne è la dimostrazione.
moris.jpgSorpresa delle sorprese è invece un vino che non c’è più. Una bottiglia che mi regalò Antonio Bianchi, uno dei migliori produttori di oli extravergine di olive d’Italia (a Torino lo rivende ancora Baudracco) di Polpenazze del Garda. Sono tornato nelle sue vigne lo scorso anno, con il nuovo affittuario che è Mattia Vezzola. E qui si capisce che cosa esprime quel vigneto in località San Pietro che guarda il lago. La dimostrazione è questa bottiglia di Riviera del Garda Bresciano Rosso superiore “Roccolo della Comare” 1988, forse il più longevo dei vini assaggiati in questa batteria. Ha una freschezza fruttata con note di marasca mature, profondità di bosco e liquirizia. Grandissimo perché ancora integro, intenso, fresco, addirittura fine nel suo finale amaricante con una mandorla che gira a ripetizione. E mi ricordo quando Antonio mi regalò quella bottiglia, quasi per caso, dopo averne bevuto nel suo salotto. A me sembrò una cosa grande già allora, una sorpresa per una doc che sembrava quasi dimenticata agli inizi degli anni '90. Bianchi ha issato la bandiera, Vezzola ci ha visto giusto.
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I VINI DEL SUD ITALIA: DAI ROSSI DI LIBRANDI ALLA TINTILLA

Al sud Italia il Campi Taurasini “Rasott” 2007 (aglianico) di Boccella di Castelfranci (Av) ha esordito con una fantastica nota di frutta ed erbe amare (catalogna). C’è qualcosa di profondo al naso come se in un bosco uno avesse scoperto una radura di piccoli frutti in abbondanza. Ma poi senti proprio la rosa fiorita, in bocca avverti carezzevoli i tannini e quella nota balsamica che attraversa la frutta. Un vino vivo, biologico e decisamente originale.
boccella-rasott.jpgIn Calabria sono state due le bottiglie di Librandi di Cirò. Un Gravello 1993 e un Mago Megonio 2005. Due annate distanti, due vini perfetti. Il Gravello, da uve gaglioppo e cabernet sauvignon s’è mostrato interessante con la sua nota fragrante di frutta al naso. In bocca il corpo è caldo e lungo e termina con una espressività filologica (nonostante i suoi 27 anni), dettata da un’acidità persistente. Il Mago Magonio, intuizione di Nicodemo Librandi che fra i primi ha valorizzato le uve magliocco ha un colore rubino impenetrabile. Al naso sembra di avere davanti il mare placido, con espressioni di effluvi di frutta matura su una battigia di cuoio. Piacevolissimo in bocca dove emergono invece le note verdi di quest’uva parente del cabernet: tannini ancora vivi e una lotta al palato fra le note vegetali e quelle animali calde. Cinque asterischi pieni.
librandi-gravello.jpglibrandi-magnomegonio.jpgNote fruttate piene, poi, per il Primitivo di Gioia del Colle 2001 della Tenuta Viglione di Santeramo in Colle (Ba). A distanza di quasi vent’anni, il velluto tipico del primitivo non viene intaccato e nemmeno la forza della sua stoffa.
vigliora-primitivo.jpgUna sorpresa è stato poi il Santagostino 1998 di Firriato di Paceco ovvero un Nero d’Avola-Syrah. Sorpresa perché quei mirtilli del nero d’Avola non sono spariti anche se ora appaiono sono sotto spirito, mentre tutto prosegue su note balsamiche persistenti.

Infine un grandissimo vino, anche se è solo del 2011. È la Tintilla del Molise di Terresacre di Montenero di Bisaccia (Cb), l’azienda di Alfredo Palladino che io e Marco Gatti premiammo fra i primi con l’annata 2007, a Golosaria 2011. E fu un riconoscimento che diede il via a una lunga serie. Certo non può competere avendo la gioventù dalla sua, però davvero può essere considerata anche questa, come il Mago Megonio, la bottiglia della giornata. Al naso ha note aromatiche piacevoli e lineari, con l’effluvio di erbe aromatiche in abbondanza, ma soprattutto di lamponi maturi. In bocca è elegante, complesso, piacevolmente amarognolo in quel finale balsamico che trasmette la tipicità del vitigno.
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FRA BARBERA, BRAMATERRA E MESOLONE 

Ed eccoci in Piemonte dove iniziamo con un confronto che attendevo da anni.
Giacomo Oddero di La Morra, nel 1997, si mise a produrre due Barbera, una d’Asti e una d’Alba. E me le inviò immediatamente. Le assaggiai e gli risposi che mi aveva voluto dimostrare che la Barbera d’Alba era più grande. Ma lui mi disse che invece era il contrario: quella d’Alba era immediata, mentre quella d’Asti andava lontano. Lo stesso pensava il conte Riccardo Riccardi e il suo fido amico Martino. Bene, promisi a me stesso e a Giacomo che avrei tenuto quelle bottiglie e così feci. Oggi le ho aperte e se la Barbera d’Alba era ancora placida come le mammelle delle Langhe, quindi esemplare nella sua ampiezza, quella d’Asti mostrava la maturità della tenuta. Qui l’acidità tipica vinceva e dominava l’assaggio tanto da rappresentare l’esemplare più tipico e coerente della Barbera. Giacomo Oddero aveva ragione.
oddero.jpgAltro confronto fra due annate di Bramaterra di Adriano Sartor di Brusnengo. Fra il 2002 e il 2003 è come il giorno e la notte: poco equilibrio nel 2002 ma grande espressività nel 2003 dove senti la viola che proviene dal profondo con un’eleganza inusitata. In bocca esprime la sua natura di frutta con l'eleganza dei tannini. Davvero pazzesco.
adriano-sartor.jpgE sempre in zona, mi ha sorpreso trovare ancora vivo il Mesolone di Filippo Maria Barni di Brusnengo 1996. Il colore è ancora rubino lucente con riflessi aranciati; al naso senti frutta e liquirizia, in bocca frutta cotta allappante. Complimenti.
barni-mesolone.jpgIl Barolo 2005 di Giulia Negri di La Morra rappresenta una marea di spezie con l’emergere di una nota di rosmarino. Un Barolo particolare che non ti aspetti, dove la complessità delle erbe aromatiche è come un fil rouge che accompagna il sorso.

E infine il Barolo Vigne Elena di Elvio Cogno di Novello firmato da Walter Fissore. Ha un colore rubino aranciato, al naso note intense di spezie e una speciale profondità che poi rimarca l’incenso. In bocca lo senti elegante, caldo, con tannini pregnanti bene amalgamati che spingono la persistenza.
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Per oggi è tutto. In questi link la prima degustazione del 15 marzo e la seconda del 30 marzo.