Dal rilancio del Chianti Classico al Supertuscan, passando da quel bianco con quel “nonsoché”

Nella torrida estate del 1986 l’Italia guardava dalle spiagge un Mondiale di calcio in cui non era più protagonista. Sulle tavole regnava la paura: era l’anno delle verdure di Chernobyl e soprattutto del vino al metanolo, che pochi mesi prima aveva investito come una tempesta il settore che in quel momento iniziò a ripensare davvero la propria identità.
Quell’estate, quella di Maradona, in spiaggia gli italiani potevano contare su un vino che non li avrebbe mai traditi, di cui oggi chi ha meno di quarant’anni farà fatica a ricordarsi eppure in quegli anni non c’era cena di pesce che non lo contemplasse. Si chiamava Galestro e si deve a lui di aver traghettato parte della viticoltura Toscana dal “chiantaccio” in fiaschetta ai vertici mondiali passando per i Supertuscans.
Il Galestro nasce per un calcolo intelligente dei maggiori nomi della viticoltura Toscana che stavano abbandonando la composizione del Chianti com’era stata fino ad allora - quindi con l’aggiunta di uve a bacca bianca - per arrivare a un vino di solo sangiovese con al massimo una piccola percentuale di canaiolo. E dei bianchi che entravano nel vecchio Chianti classico che farne? Ed ecco nascere il Galestro con l’umile trebbiano e un tocco di chardonnay, pronto a far da traino per tutti gli anni Ottanta. Siamo partiti da questo prodotto per descrivere il genio imprenditoriale di Ambrogio Folonari, bresciano di nascita e toscano d’adozione a cui questa regione deve tanto. 
Ambrogio-Folonari_cabreo-ok.jpgFu tra i primi a credere in questo bianco toscano all’inizio degli anni Ottanta. Intanto, scommetteva sul Chianti Classico in bottiglia come imprenditore alla guida dell’allora azienda di famiglia, la Ruffino, e sul miglioramento generalizzato della qualità dei vini in qualità di presidente di Federvini. Capì il valore della Toscana che non poteva essere solo numeri e nel 1982 diede vita a uno dei primi Supertuscan.
Vide così la luce il Cabreo Il Borgo, che ancora oggi è il vino di punta dell’azienda Ambrogio e Giovanni Folonari Tenute fondata nel 2000 insieme al figlio Giovanni e oggi al centro di un complesso di cinque importanti poderi con 350 ettari di vigneti. 

Il 22 maggio Ambrogio Fornari ha compiuto novant'anni festeggiati insieme alla moglie Giovanna Cornaro, ai tre figli Giovanni, Francesca e Angelica e ai sei nipoti nella villa di Nozzole che è il cuore pulsante della sua vita e della sua azienda.
Ambrogio-Folonari-con-la-sua-famiglia.jpgLa Toscana del vino, che a inizio anni Ottanta si poteva solo immaginare, è una realtà unica al mondo, che ha saputo conciliare qualità dei vini ed enoturismo come fatto anche dalle Tenute Folonari. E quella bottiglia di Galestro (anzi quelle, perché una non bastava mai) sul tavolo del ristorante di pesce in quella torrida estate dell’86? Bene, ha venduto dieci milioni di bottiglie l’anno fino ai primi Novanta, portandosi sulle spalle parte dell’innovazione della viticoltura toscana per poi mettersi da parte quando era pronto a tener banco (e fare fatturati da capogiro) il Chianti e il fenomeno del Chiantishire. 

Il miglior spirito imprenditoriale è quello che sa anticipare o, meglio, creare le tendenze di un’epoca. Ambrogio Folonari, classe 1930, è parte di quel mondo degli anni Trenta (tanto per dire, Giacomo Tachis era del ’33, Giorgio Grai del ’30, Piero Antinori è del ’38, Franco Ziliani del '31) che ha creato il mito del vino italiano nel mondo. Senza dimenticare - anzi con l’umiltà di ricordare - che per far nascere i Supertuscans servono anche i Galestri. 

In ogni caso io conservo un ricordo bellissimo di Ambrogio Folonari, quando venni chiamato a moderare un dibattito alla Fattoria di Nozzole, credo fosse a metà degli anni Novanta, sulla ristorazione e sul servizio dei vini. Un dibattito che procurò anche un manifesto dove si chiedeva alla ristorazione di trattare il vino in maniera più ampia e di togliere una serie di paletti sul menu. Ricordo come fosse ieri che c’erano Veronelli, Raspelli, Cernilli, Pillon, mentre le pubbliche relazioni era state appannaggio di Elisabetta Bastianello. Conobbi in quell’occasione Ambrogio Folonari, un vero signore, che usciva allora col millesimo 1990 del suo Cabreo. Ce l’ho in cantina e lo aprirò in suo onore.
Quell’iniziativa che lui prese fu unica e rappresentò nei fatti un modo per creare movimento, contenuto, notizia intorno a un mondo che stava cominciando solo allora a fare sistema. Anche in questo è stato un precursore.