Quello che siamo

Riflessioni su uno scorcio di fine anno dove siamo rimasti commossi

07.12.2017

Ieri sera tornando da Verona ho sentito al telefono un amico produttore che arrivava da un lungo viaggio in Centro-Sud Italia. Aveva partecipato all’ennesima manifestazione di settore e non sapeva cosa dire. Stanco, incasinato, un po’ confuso. Mi ha solo detto: “Certo le manifestazioni dove vengono chiamati i produttori sembrano un cinema: si chiama un pugno di chef famosi, che fanno uno show cooking e così gira qualcuno, ma poi a noi interessano contatti veri”.

Già, siamo alla giostra dei cuochi col contorno dei produttori, perché in teoria il food tira sempre. E come dir di no? Il problema è che siamo all’inflazione di questi eventi: tutti ci provano, come se fosse automatico portare gente, salvo poi accorgersi che la comunicazione, al massimo, è fatta per dar risalto a chi organizza. Il resto è sempre un contorno.
“Non è stato così a Golosaria però – mi ha detto una mia amica giapponese – perché là si respira un’aria di community, un’attenzione al produttore che viene consegnato a un pubblico preparato”. E difatti abbiamo rinunciato al cocktail del vip, fosse esso un politico o uno chef. Ci abbiamo rinunciato perché l’avventura più gratificante è quella di far emergere il genio che si sviluppa in tanti giovani: produttori, vignaioli, cuochi, che non hanno una vetrina solo perché la moda è quella di portare in alto solamente gli “stellati”. C’è una pigrizia, anche da parte di molti enti pubblici, nel valorizzare quello che verrà, ovvero quello che sarà il futuro, rinunciando così a mettere su un piedistallo le novità, per far piovere sul bagnato del già visto.

Lo scorso anno ero in Giappone, insieme con le amiche della rivista Ryoritsushin che, per tre edizioni, sono venute a Golosaria a vedere. E vedendo si sono immedesimate in quello che siamo, che ho capito ancora di più quando mi hanno portato a incontrare il contadino o il giovane produttore di vino. Chilometri e chilometri per andare a trovare persone fantastiche, che non dimenticherò mai. Persone che hanno gettato il cuore oltre l’ostacolo, commossi. E questo accade in Giappone come in Italia, dove la vera sfida è dare voce a questo humus di genio che difficilmente trova dei riconoscimenti, perché la filiera dell’informazione del food è troppo spesso mediata dalle agenzie di pubbliche relazioni, che impiegano il tempo del giornalista per farlo guardare altrove, anziché a cercare.

Sul prossimo numero di Papillon, che sta per uscire, abbiamo raccolto tutti i nostri incontri di quest’anno, i nostri assaggi: 180 pagine di storie incredibili, che sono una parte di quelle che sono entrate nella raccolta del Golosario 2018 o del GattiMassobrio o del prossimo libro del vino che vedrà la luce nel 2018. Al centro c’è la persona, c’è il suo sogno della giovinezza, che l’ha portata a fare azioni virtuose, ricollegando quel filo della storia che va alle generazione di coloro che hanno ricostruito il nostro Paese. Sono storie di onore: giovani che rendono onore ai loro nonni e quindi al loro Paese. È questa la rivincita del gusto italiano. Quella che vogliamo raccontare, usando un metodo dove vogliamo metterci in gioco fino in fondo: comunicare con tutti i nostri mezzi e creare relazioni forti a disposizione di chi merita uno sviluppo. Ma non come contorno a noi stessi, ma come celebrazione di chi rischia ogni giorno credendo di aver ricevuto qualcosa di fantastico. Una storia.

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