Gulfi ovvero tutta la varietà della Sicilia del sud.

I suoli della Sicilia raccontati attraverso nero d’Avola, pinot nero e nerello mascalese

11.03.2016

Calabrese per alcuni, nero d’Avola per altri. La spiegazione è semplice: il sintagma uve venute da Avola, in dialetto, calau avulisi, nei passaggi linguistici si trasformò in calabrese. Vitigno a bassa resa, in questa zona a sud est della Trinacria, è tradizionalmente coltivato ad alberello così da richiedere meno irrigazione possibile, con la conseguenza di rese decisamente basse. L’azienda Gulfi (tel. 0932.921654) di Chiaramonte Gulfi (Rg) su questo vitigno, così allevato, ha costruito la sua storia: ne fanno sei diversi vini, da sei vigne differenti, poste tra la zona di Pachino e le pendici dell’Etna, quindi con clima e terreni molto diversi. E questa fu un’azienda che Paolo Massobrio e Marco Gatti scoprirono fra i primi, avendola premiata fra i Top Hundred, già nel 2003.

I nostri assaggi odierni hanno contemplato il Nerojbleo 2011 da uve raccolte nel territorio di Chiaramonte Gulfi (Rg), uno dei vini pilastro dell’azienda. Di colore rosso rubino scuro, profondo, a tratti quasi cupo, al naso è intenso con profumi di prugna, viola leggermente passita e note di bacca di vaniglia e pepe nero. Molto fine. In bocca è fresco, giustamente tannico, di grande persistenza. È dotato di grande equilibrio, armonico. Il NeroBufaleffj 2010 nasce invece da una parcella storica nel territorio di Pachino. Assaggiato nell’annata 2010, è un vino più maturo, che si affina due anni in botte piccola e tonneaux. E’ un vino “ammiraglia”, dal colore rubino che sgrana leggermente sull’unghia. Ha un naso importante, complesso, con amarene sotto spirito, pomodori schiacciati, accenni di macchia mediterranea, liquirizia e caffè. In bocca è un vino di spessore, mantenuto comunque fresco da una buona acidità e da una certa salinità che connota i vini di Gulfi come una firma. Da nero d’Avola e frappato nasce invece il Cerasuolo di Vittoria. Lo abbiamo provato nel campione 2013 da uve raccolte alla vigna Stidda di Chiaramonte Gulfi. E’ un vino che conquista, per la freschezza del naso, la piacevole sensazione di frutta che poi pervade anche l’assaggio in unione all’acidità ancora spiccata del sorso.

Finezza e freschezza sono anche le cifre di lettura del Pinò 2012. Ci spostiamo a Monte La Guardia alle pendici dell’Etna. Qui il suolo è vulcanico, il clima più fresco e ventilato. Le uve, come evoca il nome, sono quelle di pinot nero. E’ una sorpresa, per il naso di estrema finezza, fatta di una trama di piccoli frutti e rosa, con una speziatura appena accennata. In bocca si fa apprezzare per la buona acidità inserita in un quadro d’insieme armonico. Sempre dalle vigne di Monte La Guardia alle pendici dell’Etna arriva anche la Reseca 2010. Le uve sono quelle dell’autoctono nerello mascalese, in purezza, che con il campione da pinot nero condivide la ricerca di una certa finezza. Vino dal bel colore rubino, al naso ha profumi di prugna disidratata e radice di liquirizia. In bocca è caldo, con una tannino fitto.

Cinque grandi rossi per interpretare questo angolo di Sicilia. Cinque modi di intendere la viticoltura, con uno sguardo al futuro (sono tutte produzioni biologiche) e l’attenzione che si deve a una viticoltura millenaria, quella con gli impianti ad alberello, in una delle zone del Mediterraneo dove questa è nata.

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