Meno di quattrocento anime e un ex società operaia sbarrato da tre lustri. Ciconio riparte da qui, da questo stabile comunale che oggi è tornato a profumare di menta, genepy e cumino selvatico. È il nuovo quartier generale della Delaurenti, marchio fondato a Castellamonte nel 1948 da Severino Delaurenti e arrivato intatto fino al 2025, quando il nipote Danilo - terza generazione della famiglia - ne ha deciso la cessione per sopraggiunti limiti d'età.
A continuare il filo del discorso sono intervenuti i fratelli Alberto e Stefano Ferrarese, affiancati dal socio Ivo Chabod. Hanno acquisito l'azienda e l'hanno riportata a Ciconio, il minuscolo borgo da cui l'intera famiglia Delaurenti originò decenni fa. «Ci tenevamo a recuperare questa ditta che andava altrimenti perdendosi» spiegano oggi i Ferrarese, che gestiscono il laboratorio in totale autonomia. «Facciamo tutto noi: dalla raccolta delle erbe spontanee allo sviluppo delle nuove ricette, fino alla logistica».
La regola produttiva si riassume nel claim aziendale, “
lo Spirito del Canavese”. Ingredienti locali, nessuna divagazione estranea al territorio e un approccio tradizionale e artigianale. Il centro di gravità dell'azienda resta l'
Amaro Castellamonte. La ricetta è esattamente quella del 1948, conservata senza sbavature. È il superstite di un'epoca in cui la provincia piemontese pullulava di micro-produzioni locali. «
Negli anni Cinquanta e Sessanta, i liquori di zona avevano quasi tutti quello stampo. Ricordavano l'idea del Fernet: un amaro mentolato di erbe» raccontano i titolari. Al naso e al palato si rivela imponente: scuro, balsamico, accogliente nel suo carico di zuccheri significativo, figlio di altre epoche.
Per chi cerca un profilo aromatico più contemporaneo c'è l'
Amaro Ciconio. Meno edulcorato e con un dosaggio superiore di botaniche, si presenta nel bicchiere semplice e deciso: un sorso speziato, balsamico e incensato, che chiude con una piacevole e schietta scia legnosa ed erbacea. Un capitolo a sé lo merita l'
artemisia genepi, coltivata esclusivamente in Val Soana e declinata in tre varianti: il
Genepy classico da macerazione, il
Dry senza zuccheri aggiunti e il
Genepy 'n Su, trasparente nel colore, ottenuto per sospensione delle piantine aromatiche.
Il catalogo si apre a intuizioni sorprendenti, su tutte il
Liquore S. Martin alle caldarroste. La ricetta nasce all'inizio degli anni 2000 da un errore del precedente proprietario, che aveva tentato invano di conservare le castagne sotto spirito. Oggi il rito è millimetrico: Alberto e Stefano arrostiscono i frutti sul fuoco a legna e li immergono immediatamente, ancora crudi all'interno, nell'alcol. In venti giorni di infusione, si ottiene un liquore ben calibrato, dove la dolcezza e l'affumicato della caldarrosta convivono in armonia.
A questo si affiancano altre eccellenze sartoriali: il
Noccioletto, con la rotondità della nocciola e il contrappunto di carattere dell'amaretto; il
Kummel, un distillato di solo cumino dei prati, dal sorso corposo, speziato ed essenziale; il
Timo Serpillo, piacevolmente fresco e aromatico; e il
Rabarbaro cinese, in cui le proverbiali spigolosità terrose e torbate del rizoma vengono levigate da una misurata punta di fava di cacao. Unica, calcolata deroga alla tradizione liquoristica locale è il
Gin SP51, che prende il nome dalla strada provinciale a due passi dalla sede. Un distillato di nuova produzione in cui il ginepro dialoga con genepy, ruta nera, coriandolo, scorza d'arancia, cannella, chiodi di garofano e camomilla. Il risultato è un sorso balsamico ed erbaceo, segnato da tratti speziati e da un finale morbido, in cui spicca un eccellente e calibrato dosaggio aromatico del genepy.
Una classicità che non rinuncia a misurarsi col bancone. «Il rito del liquore a fine pasto sta perdendo terreno, così abbiamo studiato con alcuni bartender locali nuove ricette per la miscelazione». Il risultato è un ribaltamento delle consuetudini: il
Persico - tradizionale liquore ai noccioli di pesca - diventa la spina dorsale di un Sour; il
Genepì Dry scalza il rum nel Mojito; il
Kummel sostituisce la vodka in una tagliente rilettura alpina del Moscow Mule.
Un approccio lucido, incorniciato da un rebranding totale affidato all'agenzia trentina Killer Idea di Lorenzo Cattoni. Una scelta precisa per avere uno sguardo esterno, su una produzione che viaggia su scala ristretta. Seimila le bottiglie prodotte il primo anno: una economia artigiana che ha il pregio di aver recuperato una fetta di storia canavesana, offrendole nuove prospettive. A confermare questo deciso slancio di rinnovamento c'è anche il recente debutto di nuove etichette, tra cui Camomilla, Erbe Alpine, Sambuca e un inedito
liquore ai Torcetti, fedele ricostruzione organolettica del celebre biscotto piemontese.