Dalla Panchina Gigante n. 51, in località Castagnole Monferrato, dove siamo arrivati in questa bella mattina di sole del 27 aprile 2026, lo sguardo abbraccia una distesa di filari pettinati a dovere nel loro fresco verde primaverile.
"Non è un caso che la Panchina oggi sia qui" commenta Luca Ferraris, patron e guida della giornata. "Perché venti anni fa, quando noi abbiamo cominciato, ci sarebbe stato assai poco da ammirare".
Luca FerrarisLa metamorfosi di questo angolo di Monferrato è infatti un racconto di visione e tenacia, che oggi celebra una ricorrenza speciale: i
60 anni della Vigna del Parroco - Presentazione ufficiale dell'annata 2024.
L’eredità di Don Cauda: una dote di famiglia
Tutto ebbe inizio nel 1964, quando Don Giacomo Cauda, parroco del paese, decise di sfidare lo scetticismo dei contadini locali, che al lavoro in vigna stavano sempre più preferendo quello nelle fabbriche torinesi. Piantò due ettari di un vitigno quasi dimenticato proprio accanto alla chiesa, in un terreno considerato “beneficio parrocchiale” convinto che quel vino “semiaromatico” avesse un’anima superiore, dacché i parrocchiani lo offrivano agli ospiti importanti. Lo chiamò, con semplicità quasi biblica, il “Vino del Parroco” e Paolo Massobrio fu il primo, nel 1983 a finire nella sacrestia del parroco e a scriverne (fu il suo primo articolo) nel gennaio del 1986, sotto lo pseudonimo di Aleramo d’Abazia, essendo arruolato nel servizio di leva.
Ora, quella di don Cauda non fu un’impresa solitaria. All’inizio, raccontano, lo stesso parroco temeva di non farcela a gestire quei filari. Ma i parrocchiani gli fecero quadrato attorno, promettendo aiuto e trasformando quella vigna in un progetto comunitario prima ancora che agricolo. È forse anche per questo che, ancora oggi, la Vigna del Parroco non è percepita come un semplice appezzamento: è un simbolo condiviso. Quando Don Cauda decise di ritirarsi, non cercò un semplice acquirente, ma qualcuno che potesse raccoglierne lo spirito. Affidò così la vigna a
Francesco Borgognone, in una sorta di passaggio di testimone che nel
2016 si è compiuto con
Luca Ferraris. Più che una compravendita, una “dote”, come la definisce lo stesso Ferraris: un’eredità morale prima ancora che materiale. Non è solo terra; è un patrimonio genetico unico: il primo Cru della DOCG riconosciuto dal Ministero nel 2010, dopo il riconoscimento della DOC del 1987.
Oggi, l'azienda Ferraris – che proprio il 27 aprile ha festeggiato i 25 anni di attività di Luca – custodisce questo tesoro servendolo nella storica bottiglia di Don Cauda, creata apposta per l'invecchiamento. Una scelta che sa di rispetto, ma anche di coerenza, come se il tempo, qui, scorresse con un ritmo diverso.
Il racconto del calice: una verticale di emozioni
E così adesso anche noi siamo qui, nella Sala degustazioni che Luca Ferraris ha costruito a fianco del piccolo, ma interessantissimo, Museo del Ruchè, per provare sul campo, anzi nel calice, la Vigna del Parroco. Lo faremo guidati dall’esperienza di Gianni Fabrizio, sicuri che, grazie a lui, non si tratterà di un mero esercizio tecnico, ma di un vero e proprio viaggio nel tempo.
Gianni Fabrizio e Luca FerrarisIl Ruchè è infatti un “piccolo miracolo”, come ci ha ricordato Ferraris: ha il naso che ricorda i grandi bianchi aromatici del Nord, ma la spina dorsale dei rossi piemontesi.
Il viaggio inizia con il
Clàsic. Se l’annata 2012 si presenta ancora scalpitante, con una nota aromatica che torna prepotente al palato chiedendo ancora un po’ di pazienza, è il 2009 a rubare la scena: vellutato, preciso, di un’eleganza definita che dimostra quanto questo vitigno sappia invecchiare con nobiltà. Poi si sale di intensità con l’
Opera Prima (Riserva). Qui la scommessa era nobilitare i vecchi vigneti senza soffocarli nel legno. L’annata 2011 brilla per una struttura solida, dove il rovere francese accompagna l’aromaticità senza mai nasconderla, mentre la 2010, figlia di una vendemmia più tardiva, regala una freschezza acida che pulisce il palato e invita al riassaggio. Arriviamo al presente con la
Vigna del Parroco 2024. Un’annata che Ferraris definisce uno “psicodramma” per via delle bizzarrie climatiche, ma che nel calice ha trasformato il dramma in poesia. Non c’è opulenza fine a se stessa, ma una complessità autentica, dove i sentori floreali di rosa e violetta si intrecciano a note di marasca e piccole bacche, con un tocco appena balsamico. In bocca, la stoffa è quella dei grandi vini piemontesi: profondità, equilibrio e una persistenza che parla direttamente del terroir di questo Cru.
La gioia del Sant’Eufemia
Tuttavia, se i grandi invecchiamenti affascinano la mente, durante il pranzo che ha fatto seguito alla degustazione a conquistare il nostro cuore, oltre che il nostro palato, è stato il Sant’Eufemia. In questo Ruchè giovane, anche lui figlio di un “difficile” 2024, risiede l’essenza più gioiosa e verace del vitigno. Appena versato, il calice esplode in un profumo di rose appena sbocciate. In bocca è fresco, vibrante, dotato di quella bevibilità immediata che non ha bisogno di “fare il muscoloso” per emozionare.
E se oggi, su dieci calici serviti nei winebar piemontesi, cinque sono di Ruchè, il merito va a questa piccola ma agguerrita comunità di produttori che, partendo da una vigna di un parroco — due ettari accanto a una chiesa, salvati dall’abbandono e trasformati in un simbolo — hanno rimesso il Monferrato sulle mappe del mondo.
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