Il conte del Pinot Grigio

Per i Dialoghi del vino Paolo Massobrio intervista Gaetano Marzotto

25.03.2021

Il confronto con Gaetano Marzotto, 68 anni, presidente del Gruppo Santa Margherita, non è di oggi, ma ha avuto tante tappe significative, non ultima, prima del periodaccio, i festeggiamenti dei 100 anni della cantina Kettmeir che allora mi rivelò alcuni aspetti singolari. In primis una buona intesa fra i membri di famiglia, i fratelli Gaetano, Stefano, Nicolò e Luca, alla governance del gruppo che comprende anche Vetrerie Zignago, Power e una partecipazione in Hugo Boss in capo allo zio Paolo Marzotto.

Nella foto da sinistra a destra Nicolò, Stefano, Gaetano e Luca MarzottoE poi questa passione per la terra che caratterizzò le scelte di Gaetano Marzotto junior (così chiamato perché il senior era il fondatore di tutto, già nella seconda metà dell’Ottocento), il quale nel 1935 fece una vera e propria rivoluzione in Veneto, avviando bonifiche e favorendo un’agricoltura moderna, nel campo dei seminativi e dell’allevamento bovino che portò benessere ai contadini del luogo, sulla soglia della sussistenza.
Un ritratto del fondatore Gaetano Marzotto del 1894 Alcuni divennero mezzadri, altri ebbero un’evoluzione maggiore. Gaetano junior, che nel frattempo venne insignito della nomina di Conte di Valdagno, dedicò la sua azienda alla moglie Margherita e nell’evoluzione dell’impresa non dimenticò mai di avere uno sguardo al welfare che sviluppò con asili, case di riposo, colonie per i dipendenti. Ci sarebbe da scrivere un libro, ma lo spazio è quello di un articolo-intervista, però questi dettagli servono per capire di quale pasta sia fatto un imprenditore, che necessariamente eredita dal passato dei valori che diventano attuali. Ora, l’occasione odierna è quella di parlare di un fenomeno, quello del Pinot Grigio, che ha segnato un successo soprattutto negli Usa e che festeggia i 60 anni. Quasi un baluardo intorno a questo vino che in Italia, in generale, ha avuto i suoi alti e bassi e ora sta tornando in auge. E forse anche grazie all’eco americano del Pinot Grigio Santa Margherita, venduto in ben 10 milioni di bottiglie.
Abbiamo reagito bene in questo anno e in molti casi c’è stata una ripresa, risponde subito Gaetano Marzotto.

La ripresa quando è iniziata?
A giugno e non hai mai subito interruzioni, tenendo conto che noi esportiamo per il 70% all’estero.

Come legge questo fenomeno?
Ci sono diverse letture. Una è l’aumento dei consumi domestici, dovuti anche al lockdown. Teniamo conto che negli altri Paesi bevono diversamente rispetto a noi, ad esempio concentrando nel week end il consumo di vino.

Ma davvero il consumo domestico ha compensato l’Horeca?
Faccio un esempio: i consumatori americani hanno cercato di riprodurre a casa l'esperienza del ristorante, potendo però bere vino, come nel caso del Pinot Grigio, a 22-25 dollari la bottiglia anziché a 60-65 com’era nei ristoranti e questa è sembrata un’occasione.
Questo per il Pinot Grigio?
Soprattutto, perché è straordinariamente versatile negli abbinamenti a cibi e situazioni diverse: dall'aperitivo al brunch, al tutto pasto. Si abbina alla più tradizionale cucina italiana così come alla cucina internazionale, asiatica e fusion. È un vino fresco, fruttato, ricco di aromi floreali e agrumati, di limone, arancio. Insomma ti racconta in un sorso qualcosa del nostro Paese e questo è un aspetto.
E l’altro?
L’altro è la sostenibilità abbinata alla qualità. Noi per esempio abbiamo raggiunto da dieci anni la totale autosufficienza energetica da fonti rinnovabili e il tipo di coltivazione nelle terre che abbiamo acquisito, soprattutto negli ultimi 15 anni, va incontro a un’esigenza di genuinità che ormai si respira in tutto il mondo. Oltre la metà degli ettari vitati è condotta secondo i principi del biologico e oltre due milioni di bottiglie di Pinot Grigio sono certificate carbon neutral.

All’estero sembra più sentita che in Italia...
Sì, in parte, perché sta arrivando anche qui questo tipo di maturità, o meglio di sensibilità, che in nord America si è già espressa da tempo. I giovani consumatori, in ogni caso, sono ovunque più attenti a questi aspetti della sostenibilità.

Ma il Pinot Grigio del Trentino-Alto Adige da quale realtà nasce?
Molti conferitori di uva, alcuni anche con piccoli appezzamenti. Sono nostri partner da 3 generazioni e hanno contribuito all’affermazione del Pinot Grigio che stiamo festeggiando oggi. Si può parlare di una vera e propria innovazione produttiva con il Pinot Grigio, ma anche di una solida filiera di fiducia con i coltivatori altoatesini e trentini.
I vigneti nella Valle dell'AdigeQuindi il welfare anche in questa situazione?
È nel nostro Dna, per cui ai nostri conferitori siamo vicini in tutto: se da un lato hanno la garanzia dell'acquisto di tutte le uve prodotte, dall'altro Santa Margherita riesce a mantenere il totale controllo della filiera produttiva, riuscendo così a portare e a trasferire le tecniche più innovative anche nei vigneti dei borghi più remoti.

Ma negli ultimi tempi la strategia del vostro gruppo ha avuto un’accelerazione sulle acquisizioni...
Il primo investimento che ha dato il là è forse stato quello di Kettmeir nell'87 seguito da Lamole di Lamole nel '93 e Cà del Bosco avvenuto nel 1994, fino alle due più recenti, nel 2017, con Cà d’Maiol, azienda ben impostata sul Lugana, ma anche sui vini rosati, che sono in forte espansione, e Cantina Mesa in Sardegna con i Vermentino e i Carignano.

Per un fatturato?
Nel 2020 poco sopra i 170 milioni, con una contrazione del 9% rispetto al precedente esercizio, che tuttavia ritengo contenuta visto come è andata più in generale.

Ma nel puzzle delle acquisizioni manca ancora qualcosa o sbaglio?
Siamo attenti alle richieste che ci arrivano dall’estero. E se ritengo che l’investimento in Sardegna darà i suoi frutti quanto prima perché è una regione emergente, quello di Cà d’Maiol avrà risposte certe e immediate dal mercato tedesco.

Siete in Toscana, in Maremma e nel Chianti, ma manca il Piemonte?
Ci abbiamo pensato, ma poi bisogna fare i conti con la realtà. Le aziende piemontesi sono piccole e molto valorizzate (molte care, ndr), per cui non è facile un investimento in una regione che per certi versi è satura. Forse importeremo un vino piemontese, con la nostra società di importazione Santa Margherita USA di Miami, ma prima di fare un investimento occorre capirne la redditività e i possibili ritorni degli investimenti nel medio-lungo tempo.
Una scena di vendemmiaLa vostra storia recente trova comunque conferma su quanto emerso questa settimana alla 5^ Milano Marketing: l’autorevolezza del brand paga.
Sì, questo è il frutto di un lungo lavoro, complesso e reso credibile. Se oggi i consumatori cercano valori come tradizione e sostenibilità è chiaro che non ci si inventa per dargli risposte, ma si è già in quella direzione da molto tempo.

Tuttavia mi chiedo come sia stato possibile, in un famiglia complessa come la vostra, dove mi pare si contino 100 eredi, favorire il cambio generazionale.
Nella nostra storia recente c’è una data che è quella del 2005 dove, coi fratelli e i cugini, abbiamo scelto una strada diversa dai nostri parenti che sono rimasti nel tessile. Abbiamo avuto la fiducia degli zii Paolo, Pietro e Giannino e siamo partiti con la Zignago Holding. Ora per mantenere dritta la barra ci vuole un equilibrio di ruoli e di poteri fra terzi (il management aziendale) e i soci impegnati direttamente in azienda, magari con figli o nipoti.

I fratelli Marzotto con Beniamino GarofaloNon è facile, anche perché il manager ha prospettive diverse dall’erede...
Infatti è per questo che parlo di equilibrio. Intanto bisogna avere delle regole chiare e condivise per essere sempre pronti al passaggio generazionale. Ci vuole molta attenzione per dare ai giovani la possibilità di dimostrare le loro capacità. È una scelta difficile perché le dinamiche familiari sono diverse talvolta da quelle di un manager.

Ma fra i due chi sceglierebbe?
Nella nostra esperienza se il manager famigliare è bravo e competente si dimostra più impegnato in azienda nel medio e lungo termine. Ma ripeto: qui si parla di mix, di cocktail, non di monovitigni.

L’esempio è calzante... e finora direi che il Bartender si difende bene, visti i risultati. Anche il 2021 sarà come il 2020 in termini economici?
Al di là della speranza che tutti possono avere, io dico che sarà meglio, perché a fine marzo si vede qualcosa di più di uno spiraglio di luce, in alcuni Paesi. Se saremo vaccinati tutti o in maggioranza a settembre vedremo lo spettacolo della gente che tornerà a vivere.

E tornerà anche il Vinitaly... almeno nella sua special edition, visto che per il secondo anno la Fiera consueta non si potrà fare...
Il Vinitaly è stato un momento di incontro importante. Per noi, soprattutto per il mercato italiano ed europeo, perché in Usa e Canada, avendo la società di importazione e distribuzione diretta Santa Margherita Usa, basata a Miami, si ha già un rapporto più stretto e diretto.

Cos’è il Vinitaly per un’impresa come la vostra?
È quel momento necessario dove senti il polso della situazione. E questo non si può sostituire con collegamenti via internet, ci vuole un contatto umano, lo sguardo. Vinitaly ti permette di valutare i competitor e incontrare i clienti vecchi e nuovi con cui analizzare strategie e attuarne di nuove.

Quindi l’iniziativa di ottobre è interessante?
Direi di sì, se poi viene abbinata a un momento di informazione sull’andamento dei consumi, capace di analizzare un periodo breve dove stanno avvenendo cambiamenti mai visti. A ottobre avremo bisogno di capire in che direzione vanno i consumi, al di là dell’aspetto emozionale che potrebbe esserci qualora avessimo raggiunto l’immunità di gregge.

Il nostro dialogo finisce qui, perché quelle tre bottiglie di Pinot Grigio Impronta del Fondatore, che è una cuvée speciale (costo dai 15 ai 20 euro) le posso assaggiare in ufficio solo coi miei collaboratori. Ha ragione Gaetano Marzotto quando dice che certe cose possono svolgersi solo in presenza. E la degustazione di un vino è una di queste.
Ora le annate che ho di fronte sono 2019, 2016 e 2012.
Di tutti e tre i vini il colore è giallo intenso con sfumature ramate e una consistenza oleosa. Il 2019 al naso ha note di frutta fresca, quasi di melone unito a limone. Poi si sprigiona l’ananas, con un effluvio intenso e di una certa profondità. In bocca ti rapisce la pienezza e la spada acidula ampia. (fra me penso: "mi aspettavo un vino piacione, con i suoi tratti aromatici marcati e invece mi trovo di fronte a un vino serio, a un grande Bianco italiano"). Il 2016 offre ancora la frutta, ma in questo caso è speziata e le note sono sempre intense. Qui tocchi due aspetti del Pinot Grigio: morbidezza e finezza, con quell’acidità pregnante che si attacca al palato. Grandioso è l'assaggio del 2012, che ha un colore oro e note ramate. Ed è la sintesi della freschezza del 2019 e della finezza del 2016. Qui però la finezza è più marcata, senti il frutto della passione, qualche nota di idrocarburo leggera e poi speziature fini. In bocca ha un grande equilibrio, avvolgenza, con quell’acidità agrumata che sembra una fuga dentro a qualcosa di leggermente tostato. Grande Bianco.
Complimenti Santa Margherita: sessant’anni splendidi!
Uno zoom sulla linea di imbottigliamento

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