Francesca, Francesca, ci hai lasciato nel tuo stile, facendoti accompagnare, lentamente, senza fretta. La notizia era arrivata domenica da Giovanni, il marito: “Francesca è in sedazione terminale allo IEO”.
E stamattina alle 4,45, il messaggio della sua dipartita. Ma Giovanni ci aveva scritto due giorni prima, con questo messaggio edificante: “La durata della sedazione terminale di Fra sta diventando inspiegabilmente lunga ma forse perché la stiamo valutando solo dal nostro punto di vista. Stamattina sono arrivato a pensare che invece si sta semplicemente prendendo del tempo per la sua trasformazione finale, dove per trasformazione intendo un cambiamento che rimane stabile e da cui non si torna indietro. In questo senso mi viene da pensare che Francesca ci sta suggerendo di cogliere l’occasione per prenderci un po’ di tempo e riflettere su una trasformazione, piccola o grande che sia, che urge e che possiamo fare nella nostra vita. Può essere in qualsiasi aspetto del nostro esistere: nel nostro modo di affrontare una situazione pratica o una relazione con qualcuno, nel nostro modo di essere con una persona importante o in generale con gli altri, nel nostro modo o tipo di lavoro fino al nostro modo di valutare la vita in generale. Sta a noi decidere gli ingredienti. Lei, tra le molte cose, in cucina era bravissima ad aprire il frigorifero e creare delle zuppe sempre molto buone con gli ingredienti che trovava al momento, a volte, anche con accostamenti arditi. Visto che abbiamo la sua supervisione, il nostro piatto di trasformazione sarà sicuramente buono. E contribuiremo a mantenere concreto e vivo l’esempio di Francesca, di una persona capace di trasformare, sempre, il mondo intorno a lei.”
in Alsazia a pranzo con Christine FerberÈ proprio così: fin dalla prima volta che l’ho conosciuta in quel bar davanti alla Certosa, poi il nostro viaggio in Alsazia, per incontrare una grande pasticciera, e poi i momenti nella sua casa di Colazza, sul lago, le telefonate dove lei attaccava sempre con “Scolta”, perché aveva delle cose nuove e belle da comunicarmi. E poi le attenzioni per tutti, fino all’avventura di scrivere, con l’amica
Lucia Ravera, il libro della sua vita, che abbiamo editato con la nostra piccola casa editrice,
Io Guenda il Gene Matto.
Con Lucia Ravera autrice del libro di FrancescaUn libro pieno di ironia, di gioia, di capacità di stupirsi, di apertura totale per la vita. Un racconto commovente, perché non è stato facile raccontare quel calvario, iniziato quando aveva 37 anni, che l’ha portata a subire più di 30 operazioni.
Anch’io ho scritto due libri in questi ultimi cinque anni e mi rendo conto, oggi, che in quei libri c’era dentro lei: nel primo (
“Del Bicchiere mezzo Pieno”), non solo per il capitolo che le avevo dedicato, che è poi stato il
flatus voci del suo libro, ma per la scelta che feci di raccontare le persone che erano interessanti per lo sguardo che avevano sulla vita; nel secondo (
“Prima che scada il tempo”) anche se non viene citata, lei c’è, perché quell’amore per l’istante è come se ce lo avesse insegnato ogni volta che ci siamo incontrati: con Silvana, mia moglie, con Giovanni, suo marito. Incontri spesso nei ristoranti, agganciandoci appena si poteva, in Abruzzo o a Milano, perché era una festa stare con lei e con il suo sorriso, che non ha negato a Giovanni neppure sabato scorso, prima del suo viaggio verso quella pienezza di gioia che ci ha fatto presentire.
Allego a questo ricordo, la post fazione che scrissi sul libro
“Io Guenda e il Gene Matto” perché racconta quanto Francesca fosse una persona esuberante e interessante.
Con Gabriele Salvatores nel giorno della presentazione del libro l’8 marzo 2023Facci coraggio
Francesca l’ho conosciuta un pomeriggio al bar-pasticceria Delizia di via Pareto, a Milano, in quella strada che sbuca di fronte alla Certosa di Garegnano, detta la Cappella Sistina dei Milanesi. È la chiesa dove mi sono sposato con Silvana, mentre quel bar è il luogo dove mi piace incontrare le persone. Lei mi aspettava, essendo arrivata con un po’ di anticipo, seduta fuori al tavolino verde, in quella bella giornata di sole. Un’amica carissima, Mariangela Porrino, psicoterapeuta, collega del marito di Francesca, mi aveva consigliato di incontrarla perché aveva idee curiose. Mi sedetti, ordinai un caffè e non accesi il sigaro toscano: non feci proprio in tempo, perché lei iniziò a parlarmi come un fiume in piena, come se usasse non solo la bocca, ma anche la sua folta chioma che doveva essere il prolungamento di un innato entusiasmo. Voleva editare un libro in lingua italiana di una pasticciera francese, Christine Ferber, che abitava in un paesino dell’Alsazia. La cosa mi sembrò interessante, anche se il mio coeditore della collana “I Libri del Golosario”, Cairo, reagì tiepidamente alla proposta. Ma il tiepido, capii subito, non era la temperatura preferita da Francesca, per cui le dissi che il libro lo avremmo potuto anche editare noi, che facciamo cinque titoli l’anno. Detto fatto, dopo qualche mese eravamo su un pulmino verso l’Alsazia per incontrare questo personaggio che faceva le confetture più buone del mondo. Alla fine non se ne fece nulla, ma quel viaggio aveva cementato un’amicizia, come se l’incontro della vita non fosse la pasticciera con le mani d’oro, ma Francesca dalla chioma parlante. Da lì gli incontri si sono fatti più frequenti e intensi e quando una persona ti invita a casa sua, per un piemontese è un grande onore. Così è successo nel suo eremo di Colazza, un posto magico, dove tutto parla, anche le verdure dei suoi orti sinergici, gli animali, i fili d’erba. Insomma qui, dove lei ha ambientato la sua scuola Cook on the Lakes, c’è vita! Ma poi la vita è davvero un mistero di cui pensiamo di conoscere i risvolti, mentre ti fa percorrere vie talvolta stravaganti, per non dire dolorose, che spesso uno non capisce, se si fa la domanda: “Ma perché proprio a me?”. E Francesca questa domanda se l’è fatta tante volte e la risposta è stata sempre una: che anche quella faccenda era comunque una cosa sua, da attraversare per intero.
Due anni fa, in una di quelle finestre aperte sul lockdown imposto dal Covid, a novembre siamo stati per tre giorni insieme con i nostri amici, miei e di Silvana, a Rocchetta Tanaro, praticamente a casa mia, con Paolo Frola, il medico che canta canzoni surreali, Raffaella e Beppe Bologna, che proseguono l’epopea del padre, autore del celebre Barbera Bricco dell’Uccellone e altri personaggi. Tre giorni indimenticabili, dove Francesca e Giovanni, alla sera, hanno voluto vedere insieme a noi un documentario bellissimo sulla raccolta del tartufo, perché a novembre la curiosità è quella, no? Poi passano le giornate, vai in giro per l’Italia a degustare di qua e di là, insomma entri nel vortice di un lavoro che è appagante e poi, durante un viaggio, riemergi con una telefonata, in cui Francesca ti racconta di una nuova crisi del suo gene matto, con scenari tutt’altro che tranquillizzanti.
“Fatti coraggio” ti dicono da queste parti, in Piemonte. Lo dissero anche ame quando morì mio padre e io mi misi a piangere appena messo giù il telefono. A nessuno direi mai una frase simile, che suona un po’ come: “Adesso sono cazzi tuoi”.
Quella volta, quando raccontai agli amici che aveva appena conosciuto, la situazione di Francesca, la domenica, la cosa più ragionevole che ci sembrò di fare fu di andare a Messa a Trivolzio, da san Riccardo Pampuri, medico quasi contemporaneo. Ci andammo con la medesima semplicità che aveva mia nonna Angiolina quando, finita la guerra, si ritrovò vedova di mio nonno Paolo, con una serie di problemi grossi come un macigno. E lei prese il treno e si mise in viaggio dal mio paese, Masio, nel Monferrato, a San Giovanni Rotondo, per incontrare padre Pio, che la ricevette e la rimandò a casa, dicendole che tutto si sarebbe risolto. Fu proprio così. Non so se san Riccardo quella domenica avrà ascoltato le nostre suppliche, ma so che qualche. giorno dopo Francesca ci ha detto che, dopo due ore in sala operatoria, i due chirurghi non le avrebbero asportato la vescica, avendo deciso un’altra via per arginare il girovagare di quel gene matto. Scrivo questo fatto ben cosciente che entriamo nella sfera del mistero, ma anche certo che la ragione di cui siamo dotati, se è vera, non può escludere davvero nulla, persino quella cosa indicibile che si chiama Provvidenza. Del resto noi che siamo? Mi vien da dire leggendo e rileggendo le pagine di Francesca, che ha deciso con l’amica Lucia, davvero straordinaria in questa narrazione, di raccontare una vita, un’esistenza, dove appunto la lotta è sempre stata quella di esistere. Esistere per i genitori con le loro vite sopra le righe, per il marito straordinariamente amico, per gli affetti più cari, per se stessa. E per il mondo. Eh sì, perché in questo percorso, dove alla fine siamo noi lettori a chiederle: “Facci coraggio”, c’è la missione che viene affidata ai giganti: quella di lasciare un segno.
Cos’è la vita? Scorrendo le ultime pagine mi sento di rispondere che è riconoscere. Per esempio che non c’eravamo e poi siamo venuti al mondo, per dono, qualunque sia la strada da percorrere. Un dono coi suoi frutti gustosi, che un po’ somigliano a quelle zucchine sghembe che emergono con prepotenza dai cumuli degli orti di Francesca, che visti al chiaroscuro della notte di Colazza, sembrano proprio la sua chioma parlante.