E io sono Carlin

Ricordi di amicizia con Carlin Petrini

22.05.2026

Carlin Petrini lo conobbi sulle pagine di un giornale mensile, Barolo&Co. dove lui si occupava di recensire i ristoranti e io intervistavo personaggi. Una sera facemmo la riunione di redazione al Boccondivino di Bra: tanto vino e poca redazione. Era il 1986, stava nascendo Arcigola, e il direttore del giornale, Elio Archimese, mi aveva anticipato che Carlin era stato contattato per rivitalizzare i circoli Arci. Ma chi avrebbe immaginato un progetto così in grande, che vide la luce il 26 luglio a Fontanafredda in Serralunga d’Alba? Il 1986 era l’anno zero del vino italiano, quello dello scandalo del metanolo, avvenuto a marzo, e l’intuizione di Carlin fu quella di cambiare subito registro.
Ora, i ricordi sono tanti e personali, mentre il quid della sua opera, la lascio raccontare al collega Lucio Brunelli, con un link in fondo a questo scritto spontaneo, perché credo che Lucio abbia colto lo spirito del Carlin rivoluzionario che aveva una visione.

Parto dalla sua ironia, che si materializzò quando rispose al rimbrotto di un ristoratore in disaccordo con una sua recensione. Concluse così, in dialetto: “Scardiva dessi n’usel, ma iera ammà ‘n piciu” (credevo di essere un uccello, ma ero soltanto un pirla). Gli rubai questa conclusione quando una quindicina di anni orsono un economista di Sinistra lo attaccò, dicendo che finalmente il Barolo era in crisi e si poteva bere a pochi euro. Scrissi un pezzo sulla Stampa, a Ferragosto, ma al giornale, pur facendomi i complimenti, censurarono quella frase, che ridissi a Carlin quando mi telefonò e facemmo una di quella grasse risate che rimangono nella memoria.
Lui era un tessitore di relazioni, un curioso, tutt’altro che settario. Ricordo che per esempio a Cuneo, la Coldiretti era considerata il feudo del potere democristiano, malvisto ovviamente dalla Sinistra dove militava Carlin. Eppure, quando fece il numero zero del Salone del Gusto, volle incontrare, su mio suggerimento, il presidente della Coldiretti, Carlo Gottero. Da cui poi iniziò un percorso di aperture. E così al Meeting di Rimini, dove ci trovammo a dialogare insieme, con un ministro, Gianni Alemanno che era assai distante dalla sua ideologia. Eppure la forza della relazione, l’empatia, la capacità di trovare sempre punti in comune, lo faceva vivere in una dimensione che rompeva schemi e settarismi.

La preview del Salone del Gusto fu nell’autunno del 1990 in Langa e lui chiamò a raccolta tutti gli amici giornalisti. Ma ricordo soprattutto quel concerto di Paolo Conte a Fontanafredda con il grande applauso a Giacomo Bologna, che lottava in un letto di ospedale a Milano. Quando nel 1999 mi accorsi che la mia piccola realtà, il Club di Papillon, e la casa editrice che avevo fondato, stavano crescendo, andai da lui per dirgli: “Se facessi a Torino il Salotto del Gusto, tu lo prenderesti come una parodia?”. E lui mi disse: “No, assolutamente, se la tua storia ti porta a fare questo passo lo devi fare, e io ti sosterrò. Più messaggi facciamo partire nella direzione della qualità, meglio è per tutti”.
E nel 2000, alla Palazzina di Caccia di Stupinigi feci il Salotto di Papillon, che poi divenne Golosaria. Ricordo poi quell’incontro fortuito al Cibus di Parma, sempre all’inizio del 2000, quando ci dicemmo: “Andiamo a cena in qualche osteria della guida?”. E finimmo alla Vecchia Cereria, in tre, con due bottiglie di Pergole Torte. Fu lì che mi raccontò il progetto dell’Università del Gusto, che poi si materializzò nel 2004.
“Sai - mi disse – noi ci siamo fatti da soli, seguendo qualcuno, osservando, dialogando con i contadini e gli artigiani, ma domani tutto cambierà. Allora dobbiamo creare qualcosa che formi i giovani sull’idea di gusto a 360°”.
Da lì l’elaborazione poi dell’ambiente sano, mutuato da un altro evento epocale che fu Terra Madre. Quando scoppiò il dibattito sugli OGM, gli telefonai e gli diedi appuntamento in una trattoria di Roreto di Cherasco, da Flavio, per confrontarci a quattr’occhi, per mettere a terra pensieri e giudizi. E ci ritrovammo insieme. Il suo libro “Terra Madre, come non farci mangiare dal cibo” (Giunti 2009) lo volle presentare in Università Cattolica, con me e il Rettore Lorenzo Ornaghi.
Ma insieme ci trovammo anche all’Expo del 2015, essendo stati nominati entrambi nel Comitato Scientifico per la candidatura dell’Italia. Ricordo un forum nella redazione di Avvenire, io e lui a dibattere sul tema di Expo davanti al direttore Tarquinio e a tutta la redazione. Ma il momento più emozionante fu quando ricevette la telefonata di papa Francesco, da cui poi scaturì un’amicizia, per certi versi clamorosa. Gli telefonai subito: “Ma dimmi come è andata?”. “A un certo punto mi passano una telefonata dal Vaticano, boh: “Buongiorno sono Papa Francesco"… “E io sono Carlin!”… stavo per mettere giù credendo a uno scherzo, invece era proprio lui. Un’emozione incredibile”.

“Io sono Carlin”: la materializzazione di un dono umano e profetico, che ha dato onore alla parola gusto, spiegando passo dopo passo cosa sia la qualità autentica, che oggi andrebbe sotto il nome di sostenibilità, tanto per semplificare senza capire nulla. Io credo invece che si dovrà tornare sui testi di Carlin, perché il dono del suo ardore non vada disperso, ma rimanga, per tutti.

Di lui resta la semplicità e la spontaneità nei rapporti, che descrissi su La Stampa, quasi trent’anni fa, quando mi chiesero da cosa partisse il Salone del Gusto e Carlin Petrini. E io scrissi: “Da quelle cene in osteria coi suoi genitori, quando al termine, anziché andare via, intonavano “Sola sei rimasta sola, scende una lacrima sul viso, lentamente, lentamente…”.
E’ quello che ci succede oggi, pensando a un amico che ci troviamo a salutare nel giorno di santa Rita, quella che ha reso possibile, l’impossibile.

Agli amici di Slow Food, i nostri più sinceri abbracci di sentite condoglianze

Qui l’articolo di Lucio Brunelli pubblicato sul suo profilo Facebook

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