Due ricordi di Vittorio Vallarino Gancia

Scopro solo ora che Vittorio aveva 90 anni (nato il 28 ottobre, giorno di San Giuda il Taddeo, santo delle cause impossibili e capirete anche perché), ma per me resta l’amico che mi accolse, quando muovevo i primi passi nel mondo del vino. Era il febbraio del 1986 il nostro primo incontro, a casa Bocchino, a Canelli, quando lui arrivò con Gino Veronelli e Giacomo Bologna per la presentazione della linea di grappe da vitigni rari di Antonella Bocchino, da cui poi ebbe inizio l’epopea del Timorasso. Quell’anno scoppiò lo scandalo del vino al metanolo e Vittorio, che da due anni era presidente della Camera di Commercio di Asti (lo sarà fino al 1991), organizzò un convegno ad Asti, moderatore Bruno Vespa, dove lanciò un’idea rivoluzionaria che avrebbe cambiato il mondo del vino italiano: le doc regionali. Di Asti era anche Giovanni Goria, che divenne ministro dell’Agricoltura e poi presidente del Consiglio e anche grazie ai consigli di Vittorio l’attenzione al vino fu messa in evidenza nei suoi programmi. Di lui ricordo una sera a cena in via Bonvesin de La Riva, da Gualtiero Marchesi, quando ci servì una grappa di Grignolino di Raimondo Mazzetti. Allora io scrivevo su IlGiornale di Montanelli e su Barolo&Co e Vittorio Gancia mi leggeva.
Una sera in piazza a Canelli, mi confidò il momento più terribile della sua vita, quando il 4 giugno del 1975 un commando delle Brigate Rosse lo rapì e lui venne liberato nel giro di 48 ore, nelle colline selvagge dell’Acquese. Mi raccontò che fu bendato e caricato in auto, ma lui aveva perfettamente la percezione di dove lo stessero portando, perché conosceva a menadito quelle strade. Sul mio libro che scrissi per Rizzoli nel 2005, Il Tempo del Vino, raccontai poi un passo di quella confidenza, ossia la contemporaneità di quel rapimento con il viaggio dei suoi genitori da Madre Speranza, in Umbria. Che li accolse frettolosamente e gli disse di tornare immediatamente a casa e che non sarebbe successo nulla. I due, mortificati, presero quella raccomandazione come una stravaganza della veggente di Collevalenza, ma quando arrivarono a Canelli, Vittorio era appena stato liberato. E sui giornali di oggi c’è una foto di suo padre Lamberto che lo guarda con una tenerezza assoluta, appena dopo il rilascio, fra l'esterrefatto (era ignaro di tutto) e la sensazione del miracolo (san Giuda Taddeo).
foto-epoca.jpgFoto da La StampaDue ricordi di tanti momenti: nella sua cantina, in convegni, a pranzo o a cena, vivendo momenti di grande vitalità e intelligenza. Dei suoi figli Max e Lamberto sono rimasto in contatto con quest’ultimo, soprattutto durante l’Expo del 2015. A entrambi e alla moglie Rosalba, mando il mio abbraccio e le mie sincere condoglianze. Ciao Vittorio!

Foto d’apertura tratta da La Stampa

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